Coronavirus: come sono cambiati i rapporti interpersonali tra le persone

Un tempo, prima del Coronavirus, ogni fine settimana, fare la spesa per me e mio marito era uno dei nostri passatempi preferiti, da fare con calma, ammirando i colori sui banconi della frutta, assaporando con il naso, liberi da costrizioni, i profumi di pane e focacce, scegliendo i prodotti in base al prezzo per risparmiare, leggendo attentamente le etichette con il fine di boicottare le aziende eticamente non irreprensibili, guardando nel carrello degli altri per capire le loro abitudini alimentari, gli stili di vita delle persone che ci circondano, ma oggi è cambiato tutto.

Adesso sono mesi che non metto il naso fuori della porta di casa, ma sabato scorso per prendere una boccata d’aria e per dare una mano a mio marito, mi sono permessa l’unico lusso che possiamo permetterci di questi tempi, per provare a pensare di tornare quanto prima alla normalità, ma sarà stato perché la mascherina mi appannava gli occhiali, sarà stato perché il fatto di mantenere un metro di distanza dagli altri mi mandava in confusione,  devo dire che questa operazione non mi è piaciuta più, è diventata un’esperienza ansiogena, mi sono accorta di avere paura della persone.

È duro pensarlo, ma è così, io ora ho paura delle persone. Non riesco ad immaginare come debba essere difficile per chi si trova a lavorare ancora gomito a gomito con gli altri, costretto da un sistema economico che bada più al profitto dell’azienda che alla salute dei cittadini, ma nell’unica occasione più o meno libera che ci è rimasta di incrociare gli altri, cioè nei supermercati, la paura dell’altro diventa palpabile.

Appena l’ingestibile carrello stracolmo di viveri e derrate di qualcun altro si avvicina troppo a te, sei costretto a virare bruscamente, a girarti dall’altra parte, a dargli le spalle per cercare di non respirare la sua aria, che magari è contagiata dal Coronavirus e nemmeno lui o lei ne è consapevole. Solo da lontano gli sguardi si possono incrociare, perché solo gli occhi restano liberi dalla deturpazione del nostro volto operata dalla varietà di mascherine disponibili: sono sguardi attoniti, increduli, smarriti, intenti a compiere un’operazione da concludere velocemente perché è diventata veicolo di contagio e quindi altamente rischiosa.

Tornando a casa mio marito ed io abbiamo parlato di questa sensazione che entrambi abbiamo provato ed abbiamo pensato che tutto questo è veramente triste, il coronavirus, oltre alla vita,  sta portando via anche i rapporti interpersonali.

Tuttavia entrambi  abbiamo dedotto che per ovviare alla paura degli altri, si ripiega nella situazione più congeniale, si torna a casa e si tira un sospiro di sollievo, qui si è al sicuro anche del Coronavirus. Le mura di casa sono diventate il modo per sconfiggere l’angoscia di un pericolo diffuso, di un pericolo che è veicolato dall’altro, che è dappertutto perché cammina con le gambe di coloro che sono all’esterno, di cui non conosci le frequentazioni, gli spostamenti, fossero anche fratelli, sorelle, genitori, cugini, che vivono in altre abitazioni e sui cui è legittimo dubitare. La casa, invece, è sicura, almeno dal contagio del virus, ed è bello riscoprire quella dimensione casalinga, vivere finalmente l’affettività in maniera piena, prolungata, impegnandosi, come si vede ormai dappertutto nei social, a preparare pietanze insieme ai bambini, a giocare, a parlare, accedendo finalmente alla distanza intima.

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