Facciamo da soli? – Sul Coronavirus, dal Post

Sentiamo spesso dire che il modo più semplice per risolvere il problema della scarsità dei vaccini contro il coronavirus sarebbe produrre quelli già approvati direttamente in Italia. Ecco, non è così semplice.

Esperti e aziende che abbiamo consultato sono d’accordo su un punto: l’Italia ha le tecnologie e le capacità industriali per contribuire in maniera consistente soltanto ad alcune fasi della produzione. A differenza di quanto affermato da alcuni esponenti politici, al momento non c’è la possibilità di produrre uno dei tre vaccini già autorizzati interamente nel nostro paese, a meno di dover attendere molti mesi, di fare grandi investimenti per ora non previsti e di penalizzare altre produzioni non meno importanti.

L’opzione più percorribile, ma sempre difficile, per aumentare la disponibilità dei vaccini sarebbe integrare la capacità produttiva a livello europeo, mettendo insieme pezzi di tecnologia a disposizione dell’Italia con quelli di altri paesi. Il commissario europeo per il Commercio interno, Thierry Breton, sta proprio cercando di fare questo, mentre il governo italiano si è messo al lavoro per capire come il nostro settore farmaceutico possa dare una mano. 

La produzione di un vaccino è del resto enormemente complessa e richiede tempo. Si divide in due fasi principali: la produzione fisica del vaccino vero e proprio e quella del “fill and finish”, cioè l’operazione comunemente nota come “infialamento”, che però è molto più delicata del semplice riempimento dei flaconcini. Prima ancora di tutto questo ci sono naturalmente le materie prime da reperire, e che in una fase come l’attuale sono molto richieste in tutto il mondo e quindi scarsamente disponibili. 

La prima fase di produzione dei vaccini è difficile da realizzare in Italia perché mancano macchinari e infrastrutture. In particolare, mancano i cosiddetti bioreattori, cioè i contenitori necessari per la produzione delle sostanze che inducono una certa risposta immunitaria. Le aziende farmaceutiche che ne hanno installati in Italia sono poche, e praticamente nessuna ne ha di adatti alla produzione di un vaccino contro il coronavirus.

Il nostro paese ha invece un buon numero di aziende che si occupano della seconda fase di produzione, ma nessuna in questo momento ha una possibilità seria di riconvertire i propri processi e cominciare a produrre componenti dei vaccini contro il coronavirus. Praticamente nessuna ha avuto inoltre contatti con rappresentanti del governo, a testimonianza del fatto che gli eventuali progetti sono ancora a uno stadio piuttosto iniziale.

In generale, tutte le aziende farmaceutiche che abbiamo consultato ci hanno spiegato che avviare una nuova produzione di vaccini su licenza di un’altra azienda sarebbe comunque piuttosto complicato, perché le tecnologie non sono quasi mai compatibili e sarebbero necessari lunghi mesi di riadattamento e riconversione, in quello che talvolta viene chiamato trasferimento tecnologico. Questo senza considerare il fatto che gli impianti sono già impegnati in altri tipi di produzioni e che molti aspetti legali sull’utilizzo sotto licenza dei brevetti dovrebbero essere chiariti, con contratti molto complessi.

I produttori che detengono i brevetti dei vaccini già autorizzati hanno annunciato piani per ampliare o rafforzare la produzione, come è il caso di AstraZeneca, che sta lavorando per rendere più efficiente l’impianto di Seneffe, in Belgio, uno dei principali responsabili del ritardo produttivo.

Moderna ha annunciato di volere aumentare la propria produzione annuale dai 700 milioni di dosi attuali a 1,4 miliardi, ma per farlo sarà necessario quasi un anno, tra tempi tecnici e autorizzazioni. Le cose potrebbero andare un po’ più rapidamente con BioNTech, che tra le altre cose l’anno scorso ha acquisito a Marburgo, in Germania, un grosso stabilimento appartenuto a Novartis, dove la produzione è cominciata questo mese: i primi vaccini saranno disponibili a partire da aprile.

In questo contesto si muoveranno intanto le iniziative dell’Unione Europea per provare ad accelerare le cose, ma le sfide organizzative non mancano.


Sentiamo spesso dire che il modo più semplice per risolvere il problema della scarsità dei vaccini contro il coronavirus sarebbe produrre quelli già approvati direttamente in Italia. Ecco, non è così semplice.

Esperti e aziende che abbiamo consultato sono d’accordo su un punto: l’Italia ha le tecnologie e le capacità industriali per contribuire in maniera consistente soltanto ad alcune fasi della produzione. A differenza di quanto affermato da alcuni esponenti politici, al momento non c’è la possibilità di produrre uno dei tre vaccini già autorizzati interamente nel nostro paese, a meno di dover attendere molti mesi, di fare grandi investimenti per ora non previsti e di penalizzare altre produzioni non meno importanti.

L’opzione più percorribile, ma sempre difficile, per aumentare la disponibilità dei vaccini sarebbe integrare la capacità produttiva a livello europeo, mettendo insieme pezzi di tecnologia a disposizione dell’Italia con quelli di altri paesi. Il commissario europeo per il Commercio interno, Thierry Breton, sta proprio cercando di fare questo, mentre il governo italiano si è messo al lavoro per capire come il nostro settore farmaceutico possa dare una mano. 

La produzione di un vaccino è del resto enormemente complessa e richiede tempo. Si divide in due fasi principali: la produzione fisica del vaccino vero e proprio e quella del “fill and finish”, cioè l’operazione comunemente nota come “infialamento”, che però è molto più delicata del semplice riempimento dei flaconcini. Prima ancora di tutto questo ci sono naturalmente le materie prime da reperire, e che in una fase come l’attuale sono molto richieste in tutto il mondo e quindi scarsamente disponibili. 

La prima fase di produzione dei vaccini è difficile da realizzare in Italia perché mancano macchinari e infrastrutture. In particolare, mancano i cosiddetti bioreattori, cioè i contenitori necessari per la produzione delle sostanze che inducono una certa risposta immunitaria. Le aziende farmaceutiche che ne hanno installati in Italia sono poche, e praticamente nessuna ne ha di adatti alla produzione di un vaccino contro il coronavirus.

Il nostro paese ha invece un buon numero di aziende che si occupano della seconda fase di produzione, ma nessuna in questo momento ha una possibilità seria di riconvertire i propri processi e cominciare a produrre componenti dei vaccini contro il coronavirus. Praticamente nessuna ha avuto inoltre contatti con rappresentanti del governo, a testimonianza del fatto che gli eventuali progetti sono ancora a uno stadio piuttosto iniziale.

In generale, tutte le aziende farmaceutiche che abbiamo consultato ci hanno spiegato che avviare una nuova produzione di vaccini su licenza di un’altra azienda sarebbe comunque piuttosto complicato, perché le tecnologie non sono quasi mai compatibili e sarebbero necessari lunghi mesi di riadattamento e riconversione, in quello che talvolta viene chiamato trasferimento tecnologico. Questo senza considerare il fatto che gli impianti sono già impegnati in altri tipi di produzioni e che molti aspetti legali sull’utilizzo sotto licenza dei brevetti dovrebbero essere chiariti, con contratti molto complessi.

I produttori che detengono i brevetti dei vaccini già autorizzati hanno annunciato piani per ampliare o rafforzare la produzione, come è il caso di AstraZeneca, che sta lavorando per rendere più efficiente l’impianto di Seneffe, in Belgio, uno dei principali responsabili del ritardo produttivo.

Moderna ha annunciato di volere aumentare la propria produzione annuale dai 700 milioni di dosi attuali a 1,4 miliardi, ma per farlo sarà necessario quasi un anno, tra tempi tecnici e autorizzazioni. Le cose potrebbero andare un po’ più rapidamente con BioNTech, che tra le altre cose l’anno scorso ha acquisito a Marburgo, in Germania, un grosso stabilimento appartenuto a Novartis, dove la produzione è cominciata questo mese: i primi vaccini saranno disponibili a partire da aprile.

In questo contesto si muoveranno intanto le iniziative dell’Unione Europea per provare ad accelerare le cose, ma le sfide organizzative non mancano.



Perdere pezzi
Negli ultimi giorni alcuni paesi dell’Unione Europea hanno annunciato che prenderanno in autonomia alcune decisioni sull’acquisto dei vaccini contro il coronavirus, superando l’approccio comunitario seguito finora.

Lunedì i governi di Austria e Danimarca, che fanno parte del gruppo di paesi più conservatori dal punto di vista economico, hanno annunciato che nei prossimi giorni discuteranno col governo israeliano una possibile collaborazione per alcune fasi di produzione dei vaccini Pfizer-BioNTech e Moderna sul proprio territorio, in modo da ottenere una sorta di corsia preferenziale nelle forniture del vaccino rispetto a quanto previsto dai contratti europei. L’Ungheria, paese guidato da un governo semi-autoritario, nella campagna di somministrazione di massa sta utilizzando anche il vaccino russo Sputnik V e il vaccino cinese Sinopharm, nessuno dei quali è stato autorizzato dall’Agenzia europea per il farmaco (EMA). Ieri anche la Slovacchia ha ricevuto 2 milioni di dosi dello Sputnik V, mentre Polonia e Repubblica Ceca stanno discutendo rispettivamente con Cina e Russia per ricevere forniture di vaccini.

Insomma, l’Unione Europea perde pezzi sui vaccini.
     
Colori
Da ieri Lombardia, Piemonte e Marche sono area arancione, mentre Basilicata e Molise sono area rossa. La Liguria è tornata in area gialla, mentre la Sardegna è la sola regione italiana in area bianca, quella con minori restrizioni. I cambiamenti erano stati annunciati alla fine della scorsa settimana e poi introdotti con un’ordinanza firmata dal ministro della Salute, Roberto Speranza.




Può tornare utile un rapido ripasso su cosa si può e non si può fare in area bianca, gialla, arancione e rossa.

C’è intanto attesa per un nuovo Decreto del presidente del Consiglio (DPCM), che sarà illustrato nel tardo pomeriggio di oggi nel corso di una conferenza stampa. Dovrebbe contenere, tra le altre cose, alcune nuove decisioni per quanto riguarda la scuola. Troverete come sempre tutte le novità sul Post, non appena ci saranno notizie ufficiali.

Arcuri out
Ieri il governo ha nominato il generale Francesco Paolo Figliuolo nuovo Commissario straordinario per l’emergenza Covid-19, in sostituzione di Domenico Arcuri, che ricopriva l’incarico dall’inizio della pandemia, ed era stato scelto dal governo Conte. Nelle ultime settimane si era parlato molto di una possibile sostituzione di Arcuri, fin da quando il presidente del Consiglio Mario Draghi aveva criticato implicitamente l’organizzazione della campagna di vaccinazione, in particolare i famosi padiglioni con le primule.

Figliuolo in
Francesco Paolo Figliuolo è nato a Potenza, in Basilicata, l’11 luglio 1961 ed è Comandante Logistico dell’Esercito dal 2018. Prendendo il posto di Arcuri, Figliuolo avrà responsabilità «sull’attuazione e il coordinamento delle misure occorrenti per il contenimento e contrasto dell’emergenza epidemiologica», e in particolare sull’organizzazione della campagna vaccinale, gestita in parte dal commissario e in parte dalle regioni. In quanto Comandante Logistico dell’Esercito, Figliuolo ha già avuto importanti incarichi nella gestione della pandemia da coronavirus nell’ultimo anno.

Prima di essere Comandante Logistico dell’Esercito era stato Capo Ufficio Generale del Capo di Stato Maggiore della Difesa, Comandante del contingente italiano in Afghanistan, nell’ambito dell’operazione ISAF, e Comandante delle forze NATO in Kosovo tra il settembre 2014 e l’agosto 2015. Era stato impegnato nei Balcani già nel 1999, nell’ambito dell’organizzazione logistica del Comando NATO-SFOR a Sarajevo, in Bosnia-Erzegovina, e agli inizi degli anni 2000 come Comandante della Task Force “Istrice” a Goraždevac, in Kosovo.

Protezione Civile
Ci sono novità anche nella Protezione Civile: alla fine della scorsa settimana il presidente del Consiglio Mario Draghi ha nominato Fabrizio Curcio come nuovo capo del dipartimento che dipende dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, e che si occupa della gestione di situazioni di crisi ed emergenza. Curcio, nato nel 1966, era già stato capo della Protezione Civile tra il 2015 e il 2107 – quando si era dimesso per ragioni personali – e dal 2019 dirigeva Casa Italia, il dipartimento del governo creato per promuovere la messa in sicurezza del paese dai rischi collegati ai disastri naturali.

Gli incarichi dei capi dipartimento sono legati ai governi in carica e cessano con la formazione di un nuovo governo. Il governo Draghi doveva quindi assegnare nuovamente l’incarico di capo della Protezione Civile, che dal 2017 era di Angelo Borrelli: nominato per la prima volta dal governo di Paolo Gentiloni, confermato due volte dai governi di Giuseppe Conte e diventato noto nei primi mesi della pandemia da coronavirus con le conferenze stampa quotidiane sull’andamento dei contagi.

Le nuove nomine indicano un cambio di strategia da parte del nuovo governo, con l’obiettivo di rendere più marcato l’impegno della Protezione Civile nella gestione della campagna vaccinale.

Tre cose dal mondo
🇺🇸 Nel fine settimana, gli Stati Uniti hanno autorizzato il vaccino di Johnson & Johnson, considerato molto importante per accelerare la campagna vaccinale perché richiede una sola somministrazione; nell’Unione Europea lo stesso vaccino dovrebbe essere autorizzato entro metà marzo.
🇪🇸 Il Primavera Sound, festival annuale di musica rock, pop ed elettronica che si tiene ogni estate a Barcellona, è stato rinviato al 2022 per via della pandemia. È il secondo rinvio: la ventesima edizione doveva tenersi originariamente a giugno 2020, poi era stata spostata ad agosto, e poi di nuovo a giugno del 2021.
🇳🇿 A Auckland, la città più grande della Nuova Zelanda, si è deciso un nuovo lockdown piuttosto rigido per una settimana, in seguito alla scoperta di una singola persona positiva al coronavirus.

Zero-COVID
La decisione della Nuova Zelanda può apparire drastica, ma secondo gli osservatori ha cose in comune con il rigido approccio della “strategia zero-COVID”, di cui si parla periodicamente nei paesi dove i nuovi contagi continuano a essere numerosi. 

Il termine “zero-COVID” può apparire fuorviante e potrebbe indurre a pensare che la strategia miri a eradicare il coronavirus, eliminandolo dalle nostre esistenze: sarebbe un obiettivo estremamente ambizioso e irrealizzabile alle attuali condizioni. La strategia proposta mira a qualcosa di diverso: ridurre i nuovi casi positivi al minimo possibile. Per farlo si dovrebbero seguire le pratiche adottate in diversi paesi nella primavera del 2020, isolando quindi le aree dove il coronavirus è più presente e rafforzando i sistemi per fare i test e intensificando nuovamente l’attività di tracciamento dei contatti. Ma non tutti sono convinti.



Sputnik V
Il vaccino Sputnik V, sviluppato e prodotto in Russia, durante lo scorso anno aveva suscitato non poche perplessità in Occidente per le notizie circa il suo sviluppo e un impiego disinvolto sulla popolazione, quando ancora non c’erano dati chiari sulla sua sicurezza ed efficacia. Nell’ultimo mese le cose sono cambiate, complici la diffusione di dati più accurati sul suo funzionamento e la necessità di numerosi paesi di accelerare la loro campagna vaccinale. Lo Sputnik V inizia a piacere e a essere utilizzato da qualche paese europeo, anche se non è ancora stato autorizzato dall’Unione Europea.

Al cinema
Nel 2019 – un anno buono ma non ottimo – i cinema italiani incassarono 635 milioni di euro. Nel 2020 gli incassi complessivi sono stati pari a 182 milioni di euro: il 71,3 per cento in meno. Sempre nel 2020, i film “di prima programmazione” distribuiti sono stati 246, meno della metà rispetto al 2019. Secondo i dati Cinetel, nel gennaio 2020 c’erano in Italia 3.440 schermi cinematografici attivi; nell’ottobre 2020, prima delle nuove chiusure, quelli ancora attivi erano 500 in meno.

Da qualche giorno in Italia si riparla di una potenziale riapertura dei cinema, a determinate condizioni e solo in area gialla, ma molti gestori di sale cinematografiche sono scettici: non sono previste prime visioni in uscita e probabilmente gli spettatori non si sentiranno a loro agio, vista la situazione e i rischi di contagio. Il problema più grande è comunque la mancanza di nuovi film destinati alle sale, come ci ha spiegato un gestore: “Faccio sempre l’esempio di cosa succederebbe se una pizzeria aprisse senza avere il pomodoro. Nessuno ci andrebbe”.

Abbiamo raccolto numeri, storie e previsioni sulle sale italiane che da mesi accendono i proiettori soltanto una volta ogni due settimane, per manutenzione.

La nostra programmazione invece la conoscete: torniamo venerdì. Ciao!     Andiamo.

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