Giuseppe Gorni e la sua arte

   Diceva che l’esistenza dei contadini era sempre uguale: la stessa fino dai tempi più lontani. Come Carlo Levi, diceva che la storia era passata su di loro senza toccarli. Aggiungeva che quegli uomini dal volto bruciato dal sole vivevano senz’alcuna speranza. Lui, Giuseppe Gorni, di Nuvolato, frazione di Quistello, figlio di un agricoltore, li dipingeva e li modellava con l’argilla del Po, resistente anche se non cotta.

   Ammirai le sue opere in più di un’occasione; e poi nella sala delle Cariatidi a Palazzo Reale nel maggio del ’75: una mostra personale organizzata dalla ripartizione Cultura del Comune di Milano, con la collaborazione della Regione Lombardia; un avvenimento importante, di grande risonanza, che – scrisse Mario De Micheli nel catalogo –  corona la sua lunga vita: una vita dura, difficile, ostile, che solo da pochi anni gli ha concesso respiro e soddisfazione… Gorni appartiene alla prima generazione del Novecento….”, quella di Sironi, Carrà, Campigli.

   Il giorno dell’inaugurazione mi parlò dei bifolchi, degli obbligati, che dovevano essere sempre disponibili, anche al di fuori delle 14 ore al giorno di lavoro; dei campari, addetti alla regolazione delle acque… , delle loro fatiche, della loro miseria. Accennò alla lega di San Rocco di Mantova, “esempio di solidarietà e di fratellanza, sorta nel 1890; e ai primi scioperi a Ostiglia (a suo tempo contesa tra mantovani e veronesi) e nei paesi vicini, nella primavera del 1898. I proprietari reagirono facendo una cernita severa nell’assunzione di manodopera. Il direttore de “La Provincia” Bacci, giunto a Ostiglia in rivolta, riferì di non  aver sentito un grido né una minaccia (“Calmi, silenziosi, impassibili, irremovibili”). Gorni a quell’epoca aveva 4 anni.

   Persona schiva ma gentile, conosceva molto bene il mondo che ritraeva con potenza espressiva. Come in  “Ritorno dal mercato”; in “Attesa”, in “Contadina e il suo bambino”; nell’uomo asciutto, energico da lui raffigurato a San Rocco nel monumento alla prima lega contadina d’Italia, che, battezzato il Primo Maggio ’74, rappresenta la storia del lavoratori della terra del Mantovano … “Dipingere una pianta, un vecchio, una donna impegnata nel lavoro dei campi è per me la stressa cosa. Li tratto con lo stesso amore”. “Confermo”: la voce del direttore di “Sette Giorni”, Davide Lajolo, arrivato con passo svelto assieme al critico Mario De Micheli e al poeta Umberto Bellintani. Per il primo, la mostra rendeva giustizia all’arte di Gorni: un avvincente racconto che si dispiega in tutta la sua forza poetica. Era un tributo doveroso ad un artista che ha sempre creato in solitudine e intensamente, anticipando i tempi

   Giuseppe Gorni mi colpì. E negli anni mi è capitato spesso di sfogliare nella memoria i suoi disegni, le sue tele, le sue statue: viandanti, zappatrici, contadini a riposo, stecchi di pioppo, ragazzi con asino, animali … Lo immaginavo nella sua casa di campagna di Nuvolato; in quelle strade in cui era facile incontrarlo in sella alla bicicletta o in compagnia della moglie Milia. “Ad un’esposizione milanese mandai la bicicletta di Learco Guerra, il corridore campione mondiale nel ’31 e vincitore della Milano-San Remo, nel ‘33, una locomotiva umana, sulla quale avevo montato un uomo che pedalava. Me la scartarono e la collocarono in un angolo del cortile”. Non sempre chi decide vede oltre il proprio naso.

   Figlio di un agricoltore, Gorni aveva frequentato le scuole tecniche a Padova e la facoltà di veterinaria a Bologna. “Ho partecipato alla prima guerra mondiale, sono stato internato nei campi di Dunazerdahely e di Dajmasker, l’uno e l’altro in Ungheria. Lì avvertii il desiderio di dedicarmi alla pittura e alla scultura; e cominciai ad imprimere sulla carta le immagini che si presentavano ai miei occhi”. A Dajmasker condivise le ore con Massimo Campigli, allora giornalista al “Corriere della Sera”. Fu lui, stimandolo, ad incoraggiare il suo talento. E non fu il solo. Nel ’22 conseguì il diploma all’Accademia di Belle Arti della città felsinea. Tornò nelle sue contrade, a Nuvolato, dove sistemò lo studio. A Quistello fondò la scuola tecnica, che lo ebbe come direttore e insegnante. Osteggiato dal regime per le sue idee, fu privato della cattedra. Non si perse d’animo. Andò in Francia per qualche mese, e a Parigi disegnò per “L’Umanitè”, “L’ère nouvelle”…; frequentò gli “atelier”, strinse amicizie. Rientrato in Italia, a Mantova fu presente ai fermenti dell’avanguardia. Le sue sue opere furono elogiate da Filippo Tommaso Marinetti, padre del Futurismo.

   Gorni s’innamorò anche della xilografia, dell’acquaforte, della puntasecca ed eseguì l’illustrazione delle Georgiche di Virgilio. Dal ‘41 al ’43 nuovamente in guerra, sul fronte russo. Smessa la divisa di maggiore, riprese a dipingere e a scolpire. Contava molti amici, compresi i critici Carlo R. Ragghianti, che scriverà una sua dettagliata e puntuale biografia, De Micheli, che lo apprezzavano. Nel ’65 eccolo alla Galleria Gianferrari di Milano. Nel ’68 il “Premio Suzzara”, che si era aggiudicato più  volte, gli organizzò una grande rassegna. Nel ’72 la “Casa del Mantegna” di Mantova ospitò una  rassegna delle sue opere. Poi ancora a Firenze e altrove, suscitando ovunque il consenso della critica più intransigente.

   Quando a Nuvolato si godeva la quiete e il silenzio della campagna attraversata da filari di gelsi, faceva graffiti sulle facciate delle case anche nei paesi vicini: qui il momento meraviglioso della nascita di un vitellino in una stalla; lì la fattura del pane; la vendemmia; donne che raccolgono la legna; vecchietti seduti a un tavolo con in mano ventagli di carte da gioco…  Scenografie sorte dal  bisogno che Gorni aveva di raccontare non soltanto con la tavolozza e la creta. Nel ’19 Margherita Sarfatti (scrittrice, critica d’arte, autrice, nel ’26, di “Dux”, uscita da Mondadori con prefazione dello stesso Mussolini, di cui la signora alimentò il cuore) lo definì “anticipatore dell’avanguardia artistica del dopoguerra”.

   Gorni non se ne gloriava. Proseguiva la sua attività, suscitando l’interesse e l’entusiasmo di tanti nomi eccellenti, tra cui Ardengo Soffici (tra i fondatori de “La Voce”) e Mino Maccari (direttore de “Il Selvaggio”, che egli stesso aveva fondato)…

   Quel giorno a Palazzo Reale Gorni mi parlò anche di pastori. “Li osservavo negli attimi di libertà che mi concedevo. Ero felice”.  Probabilmente il ritratto di Elsa, il ragazzo che riposa, la donna che guarda… sono ispirati ai volti di quella famiglia.

   Giuseppe Gorni è stato grande in diversi campi dell’arte. Suoi anche i progetti di tanti edifici, Come la scuola elementare, che dal 13 maggio del 2006 è sede, in via Europa 58 a Nuvolato,  del Museo diffuso, che su diversi piani schiera le opere di questo artista poliedrico. Perché “diffuso”, chiedo a Enzo Gemelli, che è stato presidente di quel luogo prezioso. “Perché i segni di Gorni, cui si deve tra l’altro un monumento alla donna, si estendono a tutto l’Oltrepò mantovano”. La struttura fu danneggiata dal terremoto del 2012 e ricomposta con sforzi e passione. I visitatori, sempre più numerosi, vi possono ammirare opere grafiche, sculture, tele, disegni risalenti agli anni di guerra e di prigionia dell’autore; la galleria fotografica; consultare documenti, tra cui i taccuini personali in cui Gorni abbozzava tutto ciò che lo attraeva; le pagine di “Brevi note sulla mia vita”…

   Gorni mòrì a Domodossola nell’agosto del ’75, lo stesso anno della mostra a Palazzo Reale. Nell’88 un premio prestigioso, “La spiga d’oro”, fu assegnato alla sua memoria; a Quistello gli hanno dedicato una via. Poi sono arrivati tanti altri riconoscimenti. Insomma il ricordo di questo maestro non si spegne. Anche grazie alla Fondazione a cui è affidata la gestione del Museo diffuso, che svolge alla grande il compito di tenerlo vivo.

 

                Franco Presicci

 

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