I CAMBIAMENTI AVVENUTI NELLA SCUOLA ITALIANA NEGLI ULTIMI DECENNI

La giornalista Matilde Maisto intervista nuovamente la dottoressa Psicologa Tania Parente in merito  alle nuove metodologie avvenute nella scuola italiana.

Dottoressa ci può parlare delle nuove “Metodologie” avvenute nella scuola italiana negli ultimi decenni?

Negli ultimi decenni la scuola italiana è stata oggetto di numerosi cambiamenti, sia sul piano della metodologia didattica che sul piano normativo. 

Rispetto alla metodologia, sempre più docenti stanno cercando di arricchire la lezione frontale con altre forme di approccio didattico e pedagogico che tengono conto dei diversi stili cognitivi degli alunni.

In che cosa consiste l’approccio cognitivo adottato dai docenti?

L’approccio metacognitivo mira a rendere l’allievo consapevole dei propri processi cognitivi: attenzione, comprensione, percezione, memoria e così via.Si tratta di un processo di autoriflessione sui propri stati mentali che sposta l’attenzione dai contenuti dell’apprendimento alle modalità attraverso cui esso avviene.L’attività metacognitiva permette di controllare i propri pensieri e di conoscere e dirigere i processi di apprendimento. Il ruolo dell’insegnante è quello di stimolare i ragazzi a capire come funziona la mente: perché non riesci più a stare attento? Perché pensi che il compito non sia affatto semplice? Riflettere rispetto al proprio stile cognitivo e fare attenzione alle azioni mentali che si mettono in atto, porta a ragionare sul come e non solo sul cosa, sul processo e non solo sul prodotto.

E invece l’approccio cooperativo?

L’approccio cooperativo è incentrato sull’aspetto dell’interazione cooperativa tra pari, questo implica il passaggio da un mediazione dell’insegnante ad una mediazione sociale.L’interazione cooperativa determina una interdipendenza positiva all’interno dei gruppi, perché l’obiettivo da raggiungere è condiviso. Uno dei punti di forza di questo approccio si trova all’interno delle relazioni che si vengono a creare, pur non sottovalutando il ruolo che ogni singolo soggetto ha nella costruzione del processo di conoscenza proprio e degli altri. Dunque questo tipo di approccio possiede una doppia valenza, da un lato privilegia lo sviluppo di abilità sociali e di comportamenti collaborativi, dall’altro è un efficace strumento di sviluppo cognitivo e di potenziamento dell’apprendimento con una ricaduta positiva sul benessere personale e sociale. Nel cooperare ci si motiva reciprocamente, ci si confronta e si utilizzano nuovi punti di vista che consentono di vedere aspetti non considerati in precedenza. Gli studenti autovaluteranno il loro lavoro in autonomia e impareranno a conoscere le proprie attitudini personali.

In questi casi è cambiato il ruolo dell’insegnante?

In entrambi gli approcci viene ripensato il ruolo dell’insegnante che diventa una sorta di supervisore, mentre l’alunno assume maggiore autonomia nel suo processo di apprendimento. Un altro elemento che entrambi gli approcci hanno in comune è che “vedono” i diversi stili di apprendimento come una risorsa da valorizzare e non un problema da risolvere con l’omologazione; questo principio è alla base del principio di equità.

Ci può parlare del suo ruolo personale in qualità di docente in merito al suo lavoro in generale oltre che dei diversi stili di apprendimento?

Da 21 anni come docente specializzata  ho avuto modo di sperimentare ed osservare diversi stili di apprendimento nei miei alunni e ho lavorato cercando di rispettare, nell’ottica di una didattica inclusiva, lo stile di apprendimento di ciascuno di loro. Con fatica, a volte, con pazienza costante spesso, ma sempre con l’obiettivo di rendere significativo ogni loro apprendimento.

Nel mio lavoro ho sempre dedicato tempo all’ascolto e agli stati d’animo dei mie alunni. Soprattutto nel mio ruolo di insegnante di sostegno, sono convinto che sia fondamentale creare un rapporto di fiducia con i ragazzi, che negli anni mi hanno sempre mostrato il bisogno che hanno di raccontarsi e che io ho sempre accolto con interesse e partecipazione emotiva. Nell’istaurare relazioni sono sempre stato attento a creare un’alleanza con i miei studenti per fornire loro gli strumenti adeguati per non essere esposti a quei rischi, in cui, spesso, incorrono soprattutto gli alunni certificati ai sensi della L.104: paura di sbagliare e di essere sbagliato, bassa autostima, bassa autoefficacia, impotenza appresa, bassa motivazione all’apprendimento e messa in atto di comportamenti problema.

Nel processo di apprendimento le emozioni influenzano la cognizione, per questo mi pongo sempre come obiettivo principale “il benessere dello studente”. Per raggiungere questo obiettivo cerco di aiutare i miei alunni a superare l’idea che il fallimento o l’errore siano dovuti ad una mancanza di abilità. Questa visione, infatti, non lascia via d’uscita a chi la adotta. Sentirsi inadeguato o peggio “incapace” genera un’emozione sgradevole che porta ad arrendersi. Io cerco di aiutare i miei studenti a capire che non sono loro sbagliati ma che forse stanno affrontando i compiti con strategie e approcci sbagliati e faccio in modo che possano sperimentarsi come efficaci aiutandoli a trovare strategie adeguate e fornendo prove e ambienti di apprendimento commisurate alle loro capacità.

Nell’impostare le varie attività didattiche cerco sempre di stimolare la curiosità e l’interesse dei ragazzi che seguo. Un buon metodo che ho sperimentato è stato quello di partire dalle loro conoscenze pregresse o esperienze di vita, che mi aiuta non solo a sondare le loro conoscenze ma anche a capire, come partire. Mi piace ragionare insieme a loro guidandoli a trovare le risposte. Cerco di rendere i ragazzi protagonisti attivi del proprio apprendimento perché credo che soltanto in questo modo posso assicurare loro la padronanza piena dei contenuti, a prescindere dalle categorie diagnostiche, in cui spesso vengono imprigionati.

Credo molto nell’approccio cooperativo, si tra docente di sostegno e docenti di classe che tra ragazzi. Cerco sempre di collaborare con i colleghi. Mi sento innanzitutto un insegnante di classe, ma sono cosciente che ho il ruolo delicato di mediare l’apprendimento per il ragazzo o i ragazzi con disabilità presenti in classe cercando di smantellare gli stereotipi o le false credenze che ancora molte persone hanno sui ragazzi certificati. Ci sono momenti in cui il lavoro individualizzato è necessario, ma cerco di trascorrere la maggior parte del tempo in classe, perché sono dell’idea che al di là di qualsiasi certificazione, l’apprendimento vero avviene in un contesto relazionale. Sono molto attento alla lettura del contesto per capire quanto esso sia facilitante o sia di barriera, e in questo caso provo ad intervenire per rimuovere gli ostacoli e creare ambienti, sia a livello fisico che di persone, più inclusivi in grado di rispondere ai bisogni di tutti e valorizzare ciascuno.

E’ tutto molto interessante dottoressa, complimenti e un grande in bocca al lupo per il futuro!

Matilde Maisto

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