I dimenticati della pandemia  – Sul Coronavirus, dal Post

Poche strutture hanno subìto più duramente gli effetti della pandemia delle residenze sanitarie assistenziali, cioè le RSA, dove sono ospitate persone non autosufficienti, che non possono essere assistite in casa e che hanno bisogno di assistenza sanitaria. In alcune si svilupparono focolai di COVID-19 che in poco tempo causarono la morte di molti loro ospiti, rendendo necessaria l’istituzione di regole rigidissime per evitare contagi dall’esterno.

Fu una decisione dolorosa, ma necessaria, che rese impossibile per molti mesi le visite da parte di familiari e amici alle persone nelle RSA. Poi arrivarono i vaccini, si capirono più cose sulle modalità di diffusione del coronavirus e sembrò che le cose potessero migliorare anche per questo tipo di strutture sanitarie. Per chi non aveva qualcuno in una RSA sembrava inevitabile, qualcosa di scontato, ma quel miglioramento per molti semplicemente non c’è stato.

Ieri in diverse città italiane si sono tenute manifestazioni di protesta per chiedere che le modalità di visita alle persone ospitate nelle RSA e nelle strutture simili tornino a essere libere e non contingentate, dopo due anni di grandi limitazioni. La legge più recente in tema prevede maggiori libertà per gli incontri tra residenti e familiari, ma non elimina esplicitamente la discrezionalità delle singole RSA nello stabilire regole più restrittive. Di conseguenza la norma nazionale non viene pienamente applicata e la situazione è molto disomogenea tra le regioni e da struttura a struttura.

Il risultato è che per molte famiglie è praticamente impossibile fare visita ai parenti nelle RSA, salvo con regole molto rigide sia per le modalità sia per la durata delle visite. 

I comitati e le associazioni che si sono mobilitate negli ultimi mesi dicono che regole così restrittive non trovano più una ragione di sicurezza e tutela della salute, dato il miglioramento della situazione esterna, e hanno come conseguenze dirette l’isolamento e la privazione di una socialità che è invece fondamentale per il benessere psicofisico di chi abita in questi luoghi e di chi affida a questi luoghi i propri cari.
In questi ultimi due anni, il governo è intervenuto più volte per cercare di garantire una riapertura parziale delle strutture alle visite.

Nell’ordinanza del maggio 2021, ad esempio, si parlava dei bisogni «psicologici, affettivi, educativi e formativi» delle persone che vivono delle RSA affinché «il protrarsi del confinamento non debba mai configurare una privazione de facto della libertà delle persone». In quell’ordinanza si prevedevano visite quotidiane di 45 minuti, ma si lasciava alla direzione sanitaria di ciascuna residenza la facoltà di adottare regole differenti, che spesso erano più restrittive rispetto a quanto concesso a livello nazionale. Con un emendamento inserito in un decreto legge successivo, sono stati eliminati i limiti di tempo delle visite ed è stata introdotta un’ulteriore importante modifica: invece che di «possibilità di visita», si è iniziato a parlare di «continuità di visita».

La “continuità” implica che il diritto di visita sia garantito nel tempo, ma rimangono comunque margini di discrezionalità da parte delle direzioni sanitarie. 

Abbiamo raccolto le testimonianze di familiari di persone in RSA e di alcuni lavoratori delle strutture, per capire le difficoltà che ancora oggi incontrano migliaia di famiglie e la solitudine che vivono gli ospiti di alcune residenze da quasi due anni.

Fine emergenza
Come avrete letto e sentito in giro, oggi è l’ultimo giorno dello stato di emergenza legato alla pandemia da coronavirus: da domani saranno rimosse diverse limitazioni che si erano rese necessarie per ridurre la diffusione del coronavirus. Vediamo rapidamente che cosa cambia.

Green Pass
Sia il Green Pass rafforzato sia quello base non saranno più necessari per entrare nei negozi, hotel, uffici pubblici e postali, banche, piscine e per le consumazioni negli spazi all’aperto di bar e ristoranti.

Il Green Pass base sarà ancora necessario per le consumazioni al chiuso nei ristoranti e nei bar.

Non servirà il Green Pass nemmeno per accedere ai mezzi del trasporto pubblico locale, mentre fino al 30 aprile servirà il Green Pass base per i trasporti a lunga percorrenza.

Il Green Pass rafforzato continuerà a essere obbligatorio per piscine, palestre, centri benessere, mense, sale da gioco, discoteche, congressi ed eventi e competizioni sportive al chiuso. Per gli eventi sportivi all’aperto sarà sufficiente il Green Pass base.

Mascherine
Continueremo a dover usare le FFP2 sui mezzi di trasporto e in tutti i luoghi pubblici al chiuso fino al prossimo 30 aprile (per le scuole ci sono regole diverse che vediamo dopo).

Le FFP2 continueranno a essere necessarie anche per assistere a spettacoli ed eventi, sia all’aperto sia al chiuso.

Ballo
Nelle discoteche le FFP2 sono obbligatorie «ad eccezione del momento del ballo», ma possiamo garantirvi che si è contagiosi anche quando si balla.

Colori
Oggi è anche l’ultimo giorno in cui si impiega il sistema dei colori per identificare le aree di rischio epidemiologico. 

Commissario e CTS
La struttura del commissario straordinario e il Comitato tecnico scientifico (CTS) decadono con oggi, ma ci sarà comunque una nuova unità operativa gestita in ultima istanza dal ministero della Salute.

Obbligo
L’obbligo vaccinale rimane in vigore per chi ha più di 50 anni, per gli insegnanti, i medici e i membri delle forze dell’ordine fino al prossimo 15 giugno. Fino alla fine dell’anno rimane invece per il personale sanitario e delle RSA.

Quarantena
Da domani non ci sarà più obbligo di quarantena per i contatti stretti con una persona positiva al coronavirus. Per chi è positivo restano le regole di prima: rimanere in casa fino all’accertamento della negativizzazione, tramite tampone. 

Per i vaccinati positivi l’isolamento deve durare almeno 7 giorni, mentre per i non vaccinati e per quelli che hanno completato il ciclo di vaccinazione primario da più di 4 mesi l’isolamento deve durare almeno 10 giorni.

Maggio
A maggio sarà eliminato il Green Pass e sarà abbandonato l’obbligo di indossare le mascherine al chiuso. 

Come abbiamo ormai imparato in due anni di pandemia, le regole potranno essere riviste e cambiare a seconda dell’andamento della situazione epidemiologica. 
La settimana
A proposito di andamenti, come si vede dai grafici qui sopra l’andamento dei contagi in Italia è in lieve miglioramento dopo gli aumenti del mese di marzo. Negli ultimi sette giorni i casi positivi sono stati 497.540, a fronte dei 506.984 rilevati nella settimana precedente. I decessi sono pressoché stabili, al netto del ritardo nel loro eventuale aumento rispetto agli aumenti dei contagi. Anche nelle terapie intensive la situazione continua a essere stabile.

Scuola
Come promesso, vediamo come stanno cambiando le regole per la scuola in termini di mascherine, vaccini e limitazioni.

Da domani gli insegnanti non vaccinati potranno tornare a scuola e ricevere lo stipendio senza insegnare. L’obbligo vaccinale per tutto il personale scolastico – sia docente che amministrativo e tecnico – era stato introdotto il 15 dicembre scorso e rimarrà in vigore fino al 15 giugno, ma il rientro a scuola dal primo aprile sarà permesso solo agli insegnanti non vaccinati, non al resto del personale scolastico.

I dirigenti scolastici non potranno impedire l’ingresso a scuola degli insegnanti non vaccinati, come era accaduto finora. Gli insegnanti potranno tornare sul posto di lavoro, e quindi ricevere lo stipendio, ma non potranno stare a contatto con gli studenti perché, come specifica il decreto, «la vaccinazione costituisce requisito essenziale per lo svolgimento delle attività didattiche a contatto con gli alunni». Si dovranno trovare nuove mansioni che non comportino un contatto tra gli studenti e gli insegnanti non vaccinati.

Si stima che in tutta Italia al 23 marzo fossero 3.812 gli insegnanti non vaccinati. Di questi, 2.677 di ruolo e 1.135 non di ruolo. 

Per quanto riguarda le mascherine, nelle scuole resterà obbligatorio l’utilizzo di quelle di tipo chirurgico (sono esclusi i bambini fino a sei anni e quelli con patologie o disabilità incompatibili con le mascherine). Italia-Russia
Nella scorsa newsletter vi avevamo raccontato delle inchieste sulle forme di collaborazione tra Russia e Italia per quanto riguardava la missione di aiuti inviata a Bergamo nelle prime settimane di epidemia. Negli ultimi giorni sono stati espressi dubbi e rilevate stranezze in un altro accordo che coinvolge la Russia e firmato l’8 aprile 2021 tra l’Istituto Spallanzani di Roma e l’Istituto Gamaleja di Mosca, entrambi importanti centri per lo studio delle malattie infettive.

L’accordo prevedeva uno «scambio di conoscenze» nell’ambito delle ricerche sul coronavirus e sui vaccini che meglio avrebbero potuto contrastarlo. In particolare, è stato espresso il timore che i ricercatori russi abbiano avuto accesso a banche dati con informazioni sensibili. Allo Spallanzani, infatti, sono conservati i dati delle banche biologiche dell’Unione Europea per gli agenti virali e si studiano eventuali vaccini contro le armi biologiche.

Sull’accordo, ora decaduto in seguito all’invasione russa in Ucraina e alle conseguenti sanzioni decise dall’Unione Europea, si sa per certo che i ricercatori italiani dello Spallanzani non visitarono l’Istituto Gamaleja e quindi, se non altro a livello di presenza, lo scambio avvenne interamente in territorio italiano.

L’accordo prevedeva che lo Spallanzani condividesse con i ricercatori russi i dati sui pazienti malati di COVID-19, mentre i russi avrebbero dovuto fornire i dati sul loro vaccino Sputnik V. Nel memorandum firmato tra i due istituti era stata prevista la possibilità di sperimentare il vaccino in Italia con tre pianificazioni di studi clinici previste prima su 500-1.000 persone, poi su 3mila e quindi su numeri più grandi.

Né l’Agenzia europea per i medicinali (EMA) né l’Agenzia italiana del farmaco (AIFA) hanno mai autorizzato il vaccino russo, ampiamente utilizzato invece in Asia e in Sudamerica, con buoni risultati nella prevenzione dei decessi.

Repubblica, che sta seguendo la vicenda da giorni, ha avanzato il sospetto che i ricercatori russi abbiano avuto accesso alla totalità della banca dati dello Spallanzani che contiene, tra le altre cose, le ricerche sui farmaci da utilizzare in caso di attacco con armi batteriologiche. Quei dati sono condivisi con gli altri paesi aderenti alla NATO. Non esiste però nessun riscontro a questa teoria, che è stata smentita dagli interessati. Non c’è stata, tra l’altro, alcuna relazione ufficiale sul lavoro svolto dagli scienziati russi in Italia, né sembra esistere una corrispondenza ufficiale. 

La Stampa ha scritto di un’ulteriore accusa su cui però, di nuovo, non ci sono al momento riscontri: cioè che dalla Russia sia arrivata un’offerta da 250mila euro a un alto dirigente dello Spallanzani, non si sa però per cosa. Il dirigente avrebbe rifiutato e avvertito l’intelligence italiana. Su questo dall’istituto hanno fatto sapere che: «non fu sporta alcuna denuncia» e che se emergessero «elementi anche di solo sospetto» sarebbero avviate nuove azioni legali.

Molti aspetti, però, restano ancora da chiarire.
  Diabete
Un’analisi svolta negli Stati Uniti su circa 200mila cartelle cliniche ha rilevato che le persone che si ammalano di COVID-19 hanno un maggior rischio di sviluppare forme di diabete, fino a un anno dopo la scomparsa della malattia. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista scientifica The Lancet Diabetes & Endocrinology e riprende temi e aspetti già analizzati da altri studi sul rapporto tra diabete e COVID-19. 

Lo studio ha rilevato che tra le persone che si erano ammalate, il rischio di sviluppare il diabete era del 40 per cento più alto rispetto a chi non aveva avuto la malattia. Sembra inoltre esserci un rapporto tra gravità della COVID-19 e rischio di avere il diabete.

Man mano che passa il tempo e si effettuano ricerche, emergono nuovi elementi sugli effetti nel lungo periodo del coronavirus sul nostro organismo. Scoprire per tempo eventuali conseguenze può offrire importanti risorse per effettuare diagnosi precoci e fare prevenzione.

Shanghai
Da lunedì scorso parte di Shanghai – la capitale finanziaria della Cina – è in un nuovo lockdown a causa di un marcato aumento dei casi positivi al coronavirus. La nuova chiusura consentirà alle autorità sanitarie di compiere test a tappeto fino al prossimo primo aprile, quando il lockdown sarà tolto e applicato a un’altra parte della città, sempre per effettuare test su tutti gli abitanti entro il 5 aprile.

Zero-COVID
La scelta di imporre chiusure di breve durata a Shanghai mentre si eseguono i test è uno dei primi segni di una revisione della cosiddetta strategia “zero-COVID”, applicata in Cina dall’inizio della pandemia e con alterni successi. Il governo cinese ha cercato di evitare la circolazione del coronavirus praticamente ad ogni costo, isolando da subito i contagiati e imponendo rigide quarantene e lockdown prolungati di intere città.

Questa strategia “zero-COVID” aveva dato buoni risultati nelle prime fasi della pandemia, almeno secondo i dati ufficiali. In due anni nel paese sono stati riscontrati complessivamente meno di 100 casi per milione di persone, contro i quasi 240mila per milione dell’Italia. I decessi per COVID-19 in Cina sono stati circa 3 per milione, contro i 2.630 per milione in Italia.

Isolare e bloccare interi quartieri, se non intere città, ha però avuto un grande costo per la Cina. A fasi alterne, per mesi interi distretti industriali e finanziari non hanno potuto lavorare, causando un grave danno economico al paese e al resto del mondo, che si è dovuto confrontare con una ridotta disponibilità di beni prodotti da uno dei più grandi esportatori al mondo.

Il governo cinese vuole evitare di dover ricorrere nuovamente a lunghi periodi di chiusure, specialmente trovandosi davanti a condizioni diverse rispetto a quelle del 2020 e della prima metà del 2021.

I cambiamenti sperimentati nelle ultime settimane nelle aree di maggiore diffusione del coronavirus in Cina hanno riguardato soprattutto la gestione dei casi positivi. Chi è contagiato e ha sintomi lievi non deve più farsi ricoverare negli ospedali, ma deve comunque isolarsi in centri dedicati. La durata dell’isolamento è stata rivista e in molti casi ridotta e si stanno sperimentando nuove strategie di test, come quella in due fasi di Shanghai, per evitare la chiusura delle città.

Dopo un lungo periodo in cui il governo aveva imposto l’impiego dei soli tamponi molecolari, ora è più semplice acquistare kit fai-da-te per farsi un test antigenico in casa. Nel caso in cui il test risulti positivo è però obbligatorio effettuarne uno molecolare.

Altre regole legate alla “zero-COVID” sono invece rimaste in vigore, a dimostrazione della cautela con cui le autorità cinesi stanno rivedendo le politiche di contenimento della pandemia.

Il presidente cinese Xi Jinping il 18 marzo aveva confermato di non voler abbandonare la strategia “zero-COVID”, ma aveva aggiunto che la Cina si sarebbe «sforzata per ottenere il massimo della prevenzione e del controllo al minor costo e minimizzando l’impatto dell’epidemia sullo sviluppo sociale ed economico». Dall’inizio della pandemia nel 2020, Xi non aveva mai citato i costi economici delle strategie per contenere la diffusione del coronavirus.
     Il Post sta seguendo la guerra in Ucraina con un liveblog giornaliero e numerosi approfondimenti, raccontando e verificando le notizie, man mano che arrivano.    Da cavalli
Tempo fa vi avevamo raccontato di come l’ivermectina, un farmaco per eliminare parassiti negli esseri umani e nei cavalli, avesse ricevuto grandi attenzioni negli ultimi due anni di pandemia come rimedio alternativo per trattare la COVID-19. Soprattutto negli Stati Uniti, migliaia di persone si erano messe a utilizzarlo e a consigliarlo, nonostante non ci fossero sufficienti prove scientifiche sulla sua utilità. Molti avevano inoltre scelto di utilizzare le versioni di ivermectina destinate all’ambito veterinario, più facili da reperire e di solito più economiche, ma con dosaggi e composti diversi da quelli per gli esseri umani.

Ecco. I risultati di uno studio su larga scala svolto l’estate scorsa  hanno confermato che l’ivermectina non funziona come terapia alternativa contro la COVID-19. Non offre protezione, soprattutto contro le forme gravi della malattia, cosa che invece fanno con grande efficacia i vaccini, inoltre in forma preventiva.

Tra marzo e agosto 2021, un gruppo di ricerca aveva somministrato l’ivermectina a 679 persone positive al coronavirus, con una terapia della durata di tre giorni. Confrontando i risultati con il gruppo del placebo era diventato evidente che l’ivermectina non riduceva i sintomi della COVID-19, e che di conseguenza non riduceva i rischi di ricovero a causa della malattia.

Il gruppo di ricerca aveva inoltre suddiviso i volontari in diversi sottogruppi, per valutare se ci fossero alcune circostanze in cui l’ivermectina risultasse utile, per esempio nel caso di una sua assunzione nelle primissime fasi dell’infezione virale. Lo studio non ha però rilevato differenze rilevanti, notando semmai un peggioramento in alcuni volontari rispetto a quelli che avevano ricevuto il placebo.

Ma allora come finirono migliaia di persone a usare l’ivermectina?

Alla fine del 2020, un’analisi di una ventina di test clinici condotti in giro per il mondo sull’ivermectina aveva segnalato una potenziale capacità del farmaco di ridurre i rischi di sviluppare forme gravi di COVID-19. In seguito si scoprì che diverse ricerche comprese nell’analisi non erano state svolte con la necessaria accuratezza, mettendo quindi in dubbio le considerazioni finali dello studio, che fu poi ritirato dagli autori per avviarne uno nuovo sulla base di dati più solidi. Un loro nuovo studio pubblicato questo gennaio aveva poi confermato l’inutilità dell’ivermectina, ma ormai l’interesse si era diffuso e specialmente online il farmaco era diventato popolare soprattutto tra i sostenitori dei conservatori e la destra complottista statunitense, segmenti demografici in cui è più diffuso lo scetticismo verso la pandemia, i vaccini e in generale la scienza.

Indagini
Siamo sempre contenti di raccontarvi le cose nuove che facciamo al Post, e che sono rese possibili grazie alle persone che decidono di abbonarsi e di sostenere questa newsletter e tutto il resto. Da domani troverete un nuovo podcast del Post, si chiama Indagini e parlerà di storie che probabilmente conoscete, raccontandovi cose che probabilmente non conoscete.

Sebbene le storie di cronaca nera siano forse il genere giornalistico che attira il maggior interesse da parte dell’opinione pubblica, infatti, con grande spazio sui giornali e soprattutto nei palinsesti televisivi, tutto quello che accade dopo il fatto di cronaca gode di grande copertura mediatica, ma molta meno attenzione: mentre il racconto dei delitti assume toni spesso morbosi, e i media e l’opinione pubblica si dividono tra “innocentisti” e “colpevolisti”, avviene un lungo e faticoso percorso di ricerca della verità che è fatto di perizie, deposizioni, intercettazioni, interrogatori, rilievi ed esami sempre più sofisticati dal punto di vista scientifico e tecnologico.

Con Indagini, Stefano Nazzi racconterà alcuni dei più noti fatti di cronaca nera in Italia, concentrandosi soprattutto su cosa sia successo dopo: allo scopo di conoscere meglio quelle vicende ma soprattutto il funzionamento concreto della giustizia, tutto quello che accade prima di una sentenza. Potreste ascoltarlo gratuitamente sull’app del Post (che si scarica partendo da qui) o sulle altre piattaforme per i podcast. E buon ascolto. Noi invece ci sentiamo come sempre giovedì prossimo.

Ciao! Play

0 Comments

No comments!

There are no comments yet, but you can be first to comment this article.

Leave reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *