I MESTIERI DI UN TEMPO: VIVRANNO ANCORA?

Il lavoro “Unge l’uomo di dignità”. Nel discorso tenuto al Parlamento Europeo di Straburgo qualche anno fa, Papa Francesco ha affermato che il lavoro “unge l’uomo di dignità”. Se apriamo le Scritture Sacre, leggiamo che Dio ha creato l’uomo a Sua immagine e ssmiglianza, lo ha voluto Suo collaboratore nell’Opera della Creazione e punto d riferimento di tutto il creato (Gen capp- 1-3). Su questo dato fondamentale si basa l’inviolabile dignità della persona umana. E proprio attraverso il lavoro, inteso come applicazione delle facoltà fisiche e/o intelettuali da parte dell’uomo rivolte alla produzione di un bene i privata o pubblica utilità, che la persona umana si costruisce e si propone di trasfiormare in meglio ciò che la circonda. Affinchè il lavoro possa esplicare appieno questo compito di nobilitazione dell’uomo e possa “ungerlo di dignità”, deve avvenire nell’ambito di alcune ondizioni irrinunciabili: deve essere un lavoro scelto liberamente; deve essere svolto in condizioni di parità di diritti e di doveri con tutti gli altri lavoratori; deve permettere di condurre una vita autonoma e indipendente, nella libertà e nella possibilità di autodeterminarsi e di soddisfare le normali necessità di tutta la famiglia, compresa la crescita e la scolarizzazione dei figli; che favorisca la collaborazione con gli altri operai e aiuti ad offrire il proprio specifico contributo per la crescita e lo sviluppo del proprio territorio; che permetta ad ogni lavoratore di associarsi liberamente con gli altri per far rispettare i propri giusti diritti; che lasci lo spazio sufficiente per  dedicarsi a coltivare (o ritrovare) le proprie radici a livello personale e familiare; che assicuri ai lavoratori una vecchiaia dignitosa. Solo a queste condizioni si può dire veramente che il lavoro “unge l’uomo di dignità”.

 IL CONTADINO

Il mestiere di coltvare la terra è uno dei più antichi el mondo ed ha costituito il secondo stadio culturale della storia dell’umanità, cioè il passaggio da una cultura di cacciatori-raccoglitori di frutti spontanei a quella dii coltivatori-allevatori. Mi piace ricordare con la parola “contadino” tutti gli operatori dell’agricoltura, con una sottolineatura speciale per coloro che lo facevano a mezzadria. E questo per rendere giustiziia ad un’attività raramente apprezzata, spesso dileggiata e percepita come inferiorità sociale, mentreè stata da sempre sostanziale per l’esistenza umana e vissuta eroicamente, talvolta al limite della sopravvivenza. Un mestiere che, nel rincorrersi delle attività da svolgere nell’arco dell’anno, diventava un “concentrato” di mestieri che richiedeva intelligenza,  prontezza, abilità, foirza fisica, pazienza. Voglio ricordare le più importanti “faccende” da farsi, in successione stagionale, riferendomi a tempi anteguerra: spargimento del letame caricando e scaricando a mano, aratura con i buoi e attrezzature poco più che rudimentali e da completare a mano, raccolta e molitura delle olive (a Novembre e Dicembre), potatura di viti, olivi e alberi da frutto (Febbraio e Marzo), falciatura e fienagione (a primavera, sepre a mano), mietitura, trebbiatura (Giugno e Luglio), raccolta e sgranatura del mais, vendemmia e vinificazione (Settembre – Ottobre – Novembre), e lavori complementari per tutti i momenti di tregua. Da non dimenticare, poi, gli animali domestici che richiedevano una cura e un’attenzione continua… Trasferiamo tutto questo in terreni collinari, spesso  scoscesi, ricchi di sassi e magri di sostanze, fatti di piccoli appezzamenti quasi sempre strappati al bosco, talvolta coltivati a gradoni, lavorando “da buio a buio”, sotto l’inclemenza di ogni clima e abitando in case perlopiù fatiscenti… Eppure si andava avanti, ci si aiutava scambiandosi la manodopera per le faccende più importanti, si cantava in un clima gioioso, aperto a facezie, burle e tanta allegria, che faveva dimenticare la fatica e le ristrettezze di ogni giorno. Anche se spesso analfabeti, questi nostri predecessori sono stati autentici maestri di vita.

IL CARRADORE

Parola che indica il mestiere di chi costruisce o ripara carri, carretti/e, carrozze, birocci e simili. Il vocbolario deriva dal latino carpentarius, con il significato, appunto, di costruttore o riparatore di carri. Mestiere molto difficile e complesso, perché chi vi metteva mano doveva essere un pò fabbro, con attrezzature e competenze specifiche per questa attività; un pò falegname, con conoscenza del legno nelle sue varietà, prerogative e modalità di trattamento; un pò maestro d’ascia, per dare al legno le forme e le movenze dovute. Costruire un carro in tutti gli svariati modelli e per tutte le diverse necessità, insomma, non costituiva un problema da poco, ma esigeva abilità, precisione, talento e conoscenze tecniche. Il carro può collocarsi tra i simboli principali della civiltà contadina. Il suo impiego era di una versalità unica e costituiva un elemento indispensabile per i lavori della campagna durante tutto l’arco dell’anno. A cominciare dal periodo invernale, quando veniva utilizzato per la sistemazione di strade, la ripulitura dei campi dai sassi, o trasporto di legna o di altri materiali. In primavera, per smistare il letame ed altri concimi; in estate per il trasporto di foraggio, la rimessa dei covoni di grano e la sistemazione dei preziosi chicchi; in autunno ancora per trasportare il letame, sementi, legna ed altri prodotti, ma soprattutto per “celebrare”, con le sue tradizioni e i suoi riti, il più gioioso lavoro della campagna: la vendemmia. Insomma, questo prezioso strumento, scandiva lo scorrere delle stagioni con i prodotti che trasportava. Senza parlare dei momenti nei quali rimaneva inutilizzato, quando diveniva il luogo più ricercato dai bambini per i loro giochi innocenti.

L’ARROTINO

“Arrotino, arrotino donneee…!”. Con questo richiamo, o qualcosa di simile, che risuonava nelle viuzze ei piccoli borghi di campagna, o in vicinanza di abitazioni rurali, l’arrotino si annunciava creando un pò di scompiglio nelle case ed un accorrere frettoloso di donne attorno alla sua bicicletta. Lui scendeva con calma, con gesti misurati e sicuri metteva in funzione i suoi attrezzi, e tra una facezia, una battura e un frizzo, cominciava ad arrotare forbici di tutte le grandezze e coltelli di tutti i tipi. Il suo era un mestiere ambulante, spesso tramandato di padre in figlio. Talvolta era un secondo lavoro esercitato nei mesi invernali, per integrare lo scarso bilancio familiare. Quasi sempre veniva da zone tra le più povere e disagiate. In tempi meno vicini a noi giungeva a dorso di mulo trascinando il suo carretto con la mola e tutti gli arnesi del mestiere. In tempi più recenti arrivava in bicicletta, o meglio su una specie di “biciclo-carretta”, un “ibrido”, che associava alla bicicletta per spostarsi, la mola per arrotare. Quando si fermava rovesciava il carretto dotato di una grossa ruota, versava un pò d’acqua in un secchiello che sgocciolava sopra la mola e cominciava ad affilare le lame, girando la ola a forza di gambe. Con lo scorrere dei tempi, la bicicletta è divenuta un motorino e questo un furgone più o meno arrugginito… Di solito mangiava “all’asciutto” con qualcosa portato da casa. Raramente accettava un piatto caldo. Quando si faceva sera, cercava un posto per dormire, gli bastava un fienile, o una stalla. La mattina si alzava all’alba, si lavava alla fonte pubblica o al ruscello e partiva senza disturbare. Se gli era ancora rimasto del lavoro da fare, si rimetteva alla mola, completava il lavoro, riscuoteva quanto gli era dovuto riponendolo in una cassetta, salutava e… via, verso il nulla, da dove era venuto. Rimaneva solo l’eco della sua voce: “Arrotino, arrotino donneee…! Donne belle… arrotino!”

IL LATTAIO

Una volta nelle città, e nei paesi un pò più grandi, c’era la “bottega del lattaio”, con qualcuno che faceva anche il servizio di portare il latte per le case. Altre volte c’erano produttori di latte in piccolo, a livello familiare, che portavano a domicilio questo prezioso alimento. Ecco la figura del lattaio che lamattina prestissimo inforcava la sua bicicletta, ai lati della quale pendevano due o più grossi contenitori di latte e cominciava il suo giro. Davanti alle porte che lui sapeva, fermava la sua bicicletta, l’appoggiava sul cavalletto o al muto di casa, riempiva i recipienti che aspettavano in bella mostra davanti alla porta, risaliva in bicicletta e via, verso un’altra casa.

LA MATERASSAIA

La materassaia è colei che si dedica a fare o rinnovare i materassi. Un mestiere, questo, anche al femminile, nonostante fosse faticoso e richiedesse molta praticità e prestanza fisica. La storia del materasso è lunga prima di arrivare ai materassi di oggi, veri e propri “strumenti sanitari”, quali il materasso a molle (ortopedico), ad aria, o quello “ergonomico”, in lattice naturale, anallergico e antibatterico… E’ una storia che parte dal giaciglio di foglie secche, coperte con pelli di animali, del neolitico, ai mucchi di rami di palma collocati agli angoli della casa degli Egiziani (3000 anni a.C.), ai sacchi di stoffa ripieni di fieno, lana o piume degli antichi Romani (200 anni a.C.). La parola materasso, viene dall’arabo matrah (col significato di “posarsi, ettarsi sopra”).  Fu attraverso le crociate che gli europei impararono a dormire su cuscini poggiati a terra, come era consuetudine tra gli arabi. Nel rinascimento venivano riempiti con paglia, baccelli di pisellosgranati e, per coloro che potevano, con piume di uccelli, e cominciarono ad essere collocati su reti di corda, o su strisce di cuoio tese su telai di legno, sollevati da terra. Nel 1871 Heinrich Westphal inventò il materasso a molle, che non ebbe un immediato successo e nel 1873 Sir James Paget, inventò quello antidecubito ad acqua. Noi tutti ricordiamo i materassi di lana che andavano rinnovati almeno una volta all’anno, quando veniva la materassaia che li vuotava, lavava la lana e una volta sciutta la faceva “cardare”, risomponendola nel grande involucro di tela sistemato sopra a delle tavole sostenute da due cavalletti di legno. E mentre ricostruiva il materasso, fermava la lana passando da parte a parte questo grande sacco con un lungo ago che si trascinava uno spago sottile, ma olto resistente. E icordo la sensazione di frsco e di pulito che si provava la prima volta che si dormiva tra le lenzuola candide del materasso rinnovato

IL MANISCALCO

Il Maniscalco è l’artigiano che si occupa della ferratura degli animali domestici. Il vocabolo deriva dal tardo latino mariscalcus che significa “addetto ai cavalli”. E’ un lavoro resosi necessario con l’addomesticaento di animali selvatici. Allo tato brado, infatti, animali come i bovini e gli equini, camminando perlopiù su terreni erbosi o comunque non duri, hanno un consumo degli zoccoli compensato praticamente dalla normale ricrescita; in quelli addomesticati, invece, dovendo camminare soprattutto su strade e terreni duri, il consumo dello zoccolo è più rapido della ricrescita, per cui si rende necessaria la ferratura, cioè la copertura dello zoccolo con piastre di ferro, per proteggere l’animale.

IL RAMAIO

Un’altra figura pressoché scomparsa è quella del ramaio (o calderaio), un autentico artista che da semplice foglio di rame sapeva tirar fuori pentolame di ogni grandezza e varietà e tanti altri oggetti di ogni tipo. Per farli si serviva del rame. Il rame si acquistava in fogli, si aggiustava tagliandolo con grosse cesoie e si batteva “a caldo” con il martello, aiutandosi con “forme” di vario tipo, a seconda del lavoro che si intendeva realizzare.

IL CESTAIO

Quella di intrecciare vimini per riucavarne contenitori utili al trasporto di mille prodotti e allo svolgimento delle più comuni attività, specialmente agricole, è un’arte povera conosciuta anch’essa fin dalla preistoria . Lo attestano le mitologie di molti popoli e l stessa Bibbia. Basti ricordare Mosè che, ancora in fasce, fu deposto in un cesto di vimini. Questo mestiere, fiorente sin da tempi così remoti, era praticato soprattutto dagli agricoltori, i quali, nel Medioevo si costituirono in corporazioni specifiche. L’abilità di intrecciare i vimini, si acquistava fin da ragazzi; non necessitava infatti di attrezzature ricercate e costose: bastava qualche coltello, un falcetto, un punteruolo, un martello per serrare le verghe che funzionavano da trama e altri pochi oggetti semplici e facilmente reperibiili, tra cui una seggiola o uno sgabello di legno per sedervi.

IL CARBONAIO

Parola che indica il mestiere di chi trasgorma la legna in carbone. Lavoro molto diffuso fino alla metà del secolo scorso nelle nostre zone boscose di collina e di montagna. Mestiere molto duro che costringeva a stare lunghi periodi per luoghi impervi, lontano da casa, in grotte o capanne più o meno arrangiate. Per allestire una carbonaia, si cominciava predisponendo sul terreno dlle piattaforme aperte di circa 4-5 metri di diametro. Al centro si piantavano 3-4 robusti pali lunghi all’incirca tre metri, fissati a breve distanza tra loro e avvolti esternamente con rami sottili in modo da funzionare da camino. Attorno a questo primo elemento si cominciava a collocare la legna precedentemente tagliata a pezzi di circa un metro di lunghezza, cominciando dai piiù grossi ai più sottili, poggiando i pezzi in verticale, uno accanto all’altro e badando di non lasciare spazi vuoti. Ad impianto ultimato, si provvedeva alla copertura della singolare “catasta” di legna con rami verdi, foglie secche, terra battura e zolle erbose. Infine, con il sostegno di una scala a pioli, si accendeva la carbonaia, gettandoci all’interno, attraverso il “camino”, rami ed erba secca, paglia e carboni ardenti. Il carbonaio esperto sorvegliava il tutto affinché la combustione all’interno ella carbonaia avvenisse senza fiamma, lentamente, in condizioni di scarsa ossigenazione.

IL CANTASTORIE

Figura tradizionale della letteratura orale e della cultura folkloristica. Artista di strada che, itinerando da luogo a luogo, da paese a paese, raccontava, spesso con il canto, accompagnato da strumenti musicali dell’epoca, avvenimenti o pagine della letteratura antica, storie di santi e di eroi, fattti tragici, commoventi o burleschi che portavano alle lacrime o al sorriso.

IL LAMPIONAIO

Mestiere ormai scomparso che consisteva nell’accendere e spegnere, ad orari prestabiliti, i lampioni ad olio p a gas delle vie e delle pubbliche piazze.

LA TESSITRICE

La tessitura è la professione di chi si dedica ad allestire un tessuto. Questo mestiere risponde ad un’esigenza vitale, perché ogni creatura umana ha il bisogno di coprirsi non solo per proteggersi dai cambiamenti del clima, ma anche per un inalienabile diritto alla privacy, che fa parte della sua dignità. La storia della tessitura, accompagna fin dagli inizi lo sviluppo dell’umanità ed è ampiamente documentata da una moltitudine di testimonianze che attestano quanto questo problema abbia da sempre sollecitato l’uomo nella sua intelligenza e nella sua abilità.

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