Il cinema italiano e la tragedia di Luisa Ferida e Osvaldo Valenti nel romanzo di Pierfranco Bruni.

Si conobbero sul set delle “Avventure di Salvator Rosa” nel 1939

Stefania Romito*

Si erano incontrati sul set di “Un’avventura di Salvator Rosa” del 1939 per la regia di Alessandro Blasetti. Film nella storia del cinema degli anni che annunciano le innovazioni cinematografiche degli anni Quaranta tra  Gino Cervi  Amedeo Nazari, e ciòche sarà dopo Luchino Visconti. Farà scuola nella scenografia e nei campi lunghi e corti. Una ribalta importante.  Lui aveva una importante esperienza nella recitazione. Lei pronta ad apprendere e a diventare una diva. Lui era Osvaldo Valenti. Lei Luisa Ferida. Una carriera consolidata. Una carriera da formare e consolidare. Ma Luisa con questo film è già una diva. Furono il cinema tra gli anni anni 1935 – 1944.

Il cinema e la vita. Gli estremi tra la finzione e la realtà. Una tragica realtà che ha coinvolto anche la macchina da presa e alcuni protagonisti del grande schermo. Tra questi Luisa Ferida, alla quale Pierfranco Bruni dedica il suo ultimo romanzo. Un romanzo che si lega tra maglie storiche e letterarie al precedente. Ovvero a “Quando mio padre leggeva Carolina Invernizio” ( Tabula Fati).

“L’amore nella storia che recita la tragedia. I giochi sono nell’infinito. Ben, quando i rimpianti arrivano con il sorgere dell’alba si comincia ad invecchiare. Perché? Perché i sogni si confinano nei crepuscoli degli orizzonti. Si muore. Ma si muore nella condanna della clessidra che fa scivolare i granelli di sabbia e allunga il tempo accorciando l’età” (da “Luisa portava in una mano una scarpetta di lana”, Tabula Fati).

Luisa Ferida come Claretta Petacci? Una storia problematica cio che racconta Pierfranco Bruni in questo suo recente “Luisa portava in una mano una scarpetta di lana”, edito da Tabula Fati. Una storia d’amore negli anni terribili tra il 1943 e il 1945. Luisa venne uccisa insieme ad Osvaldo Valenti, il suo amore, nella notte del 30 aprile 1945. Erano due attori molto famosi che avevano dato volto al cinema della fine degli anni Trenta sino al 1944.
Protagonisti di film importanti e famosi che hanno cambiato anche la struttura del cinema degli anni precedenti, quello dei telefoni bianchi, e che hanno consolidato nella filmografia contemporanea il ruolo del personaggio come chiave per comprendere i vari campi usati nella cinematografia.
Luisa Ferida, pseudonimo di Luisa Manfrini Farnet era nata a Castel San Pietro Terme il 18 marzo del 1914. 
Tra i suoi film più famosi vanno ricordati  “Freccia d’oro” del 1935 con il quale inizia sostanzialmente il suo viaggio nel cinema, “Re burlone” sempre dello stesso anno, “Lo smemorato” del 1936 (il 1936 sarà un anno molto impegnativo dal punto di vista cinematografico, infatti usciranno diverse pellicole come  “L’ambasciatore”, “Amazzoni bianche”), “I fratelli Castiglioni” del 1937,”I due barbieri” sempre del 1937, “Tutta la vita in una notte” del 1938. Altri film usciranno nel 1938. Al 1939 appartengono “Animali pazzi”, “Un’avventura di Salvator Rosa” per la regia di Alessandro Blasetti. Del 1940 è “Il segreto di Villa Paradiso”. Mentre al 1941 appartiene “Nozze di sangue” e  “La corona di ferro”. Il 1942 è impegnata, tra gli altri film,  con “La cena delle beffe”, “Fari nella nebbia”, “L’ultimo addio”, “La bella addormentata”, “Fedora”, “Gelosia”. L’anno successivo sarà protagonista in “Il figlio del corsaro rosso”, in “Grazia”, “Harlem” e “Tristi amori”.  1944 è l’anno de “La locandiera”, per la regia di Luigi Chiarini. Il 1945 lavora a “Fatto di cronaca”. Film che la vedranno accanto ad Osvaldo Valenti. 

Un’attrice all’interno di un tempo tragico e tragico fu il suo amore con Valenti.  Credo che vada riletto la temperie cinematografica di quegli anni partendo proprio da Luisa Ferida e Osvaldo Valenti insieme ad Amedeo Nazzari, Clara Calamai, Doris Durante, Gino Cervi e tanti altri attori che hanno lasciato un segno indelebile. Molti di questi attori parteciperanno al cinema neorealista guidato da registi che chioseranno quel tempo drammatico. La storia del cinema è anche in questi incisi che Bruni mette in evidenza.

Il libro di Pierfranco Bruni, entrando nella vita di Luisa Ferida, tocca tutti questi aspetti ma sempre nel tocco di un raccontare la cui trama sembra dettata da un altro io narrante che in questo caso precipuo è il padre dello scrittore. Un romanzo? Certamente sì, basato però su fatti e dati che lo scrittore recupera dalla cronaca e dai quotidiani di quegli anni. Un libro emozionante scritto con la passione ha scritto un romanzo di un decennio prima dedicato al drammatico rapporto tra Claretta Petacci e Benito Mussolini, che ha visto tre edizioni. Come “Claretta e Ben” questo libro su Luisa Ferida ha come punto centrale l’amore.  È un romanzo che si lega ai suoi precedenti in un filo in cui le trame sono intrecci di biografie e autobiografie. Questo su Luisa nasce già all’nterno di “Quando mio padre leggeva Carolina Invernizio”, edito sempre da Tabula Fati pubblicato nel 2021, e che si coordina nella temperie tea anni venti e quaranta del Novecento. 

Il letterato, lo studioso di letteratura, comunque, è sempre presente tanto da non dimenticare Cesare Pavese. Eccolo. “Bisogna avere il coraggio di oltrepassare quei morti. Ci ha insegnato Cesare Pavese. Quei morti repubblicani. Ma la verità è insondabile e i documenti ancora non bastano e gli archivi che si aprono non restituiscono una ragione…”.

La storia e le passioni. Entrambe, Claretta e Luisa, morte nella tragedia, per il troppo amore. È questo che Pierfranco Bruni fa emergere. In un tempo tragico tragiche storie d’amore. Ciò si evidenzia anche nel poemetto finale che Bruni sottolinea come conclusione e ogni poesia ha un’immagine di Luisa a mo’ di francobollo per i versi che lo scrittore scava per lasciarci una icona di fedeltà all’amore stesso. Un libro che sta facendo discutere e che si racconta oltre la storia stessa.

Cosa resta alla fine? 

“Luisa, amando Osvaldo, amò l’uomo e il cinema. Riuscì ad afferrare il tragico di una esistenza in anni armonici e felici. Dopo il 25 luglio, in anni tragici e agonizzanti, ebbe il coraggio di vivere dentro questa tragedia.

I suoi occhi erano espressione vivente e morente della sofferenza di una donna che aveva vissuto il dolore della perdita del figlio Kim a pochi giorni dalla nascita. Che aveva vissuto il dolore di un aborto. Una donna i cui occhi riflettevano il desiderio, stroncato con la morte, di partorire quel figlio tanto atteso concepito con Osvaldo. Un figlio che entrambi desideravano fortemente…”.
Cosa resta alla fine del precedente romanzo?
Ecco: “C’è sempre un tempo per rincasare e ricominciare il viaggio con la pazienza del limite e il sorriso nel cuore. Camminare tra le strade del paese, di notte, e osservare le pieghe del vento, è dimenticare ciò che è assenza affidandosi agli dèi, che hanno accompagnato Odisseo sino a ricondurlo ad una serena inquietudine. Nella vita bisogna sempre avere il coraggio delle scelte per essere veri. Per essere uomini! Riapro l’ultimo capitolo del primo libro di Carolina Invernizio e ascolto le voci!”.

Storie che si intrecciano in cui il vero protagonista resta la figura del padre. Il padre dello scrittore sembra dettare. Si racconta. Luisa Ferida. Dal cinema alla tragedia. Da Roma a Venezia. Da Cinecittà al cinema sulla laguna. Poi Milano nella tragica notte del 30 aprile 1945 in via Poliziano.

*Milano.  Giornalista e scrittrice
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