Il Fariseo e il Pubblicano

di Raffaele Cardillo

La parabola omonima, riportata dal Vangelo di Luca, tracciata in maniera mirabile dal Nazareno, evidenzia una crudezza espositiva dei due personaggi, mettendo a nudo le loro miserie e le loro probabili virtù.
I Farisei seguaci di una setta religiosa ebraica hanno come carattere distintivo la rigida osservanza della legge mosaica, essi si ritengono delle creature superiori, manifestando atteggiamenti dispregiativi nei confronti del prossimo, che assumono contorni inquietanti, suscitando in tal modo, reazioni d’insofferenza, facendoli apparire distanti da ogni contesto sociale.
D’altronde l’etimo della parola “Fariseo” dall’ebraico significa “separato”, una definizione che si ricollega alla locuzione latina “Nomen Omen” che ravvisava nel nome il presagio, il destino; oppure, nell’accezione corrente, si configura come denigratorio, diffamatorio.
Nonostante il professare la fede in maniera rigida, attenendosi scrupolosamente ai dettami stabiliti dalla legge, non contravvenendo mai i principi che essa ispira, con lo osservare il digiuno due volte la settimana, pagando le decime su tutto quanto possiede e tante altre osservanze che lo potrebbero far apparire prossimo alla perfezione, ma per un diverso senso interpretativo il suo agire non è considerato conforme alla volontà del Galileo.
Il suo atteggiamento è indisponente, scostante, che suscita un’ostilità epidermica.
Il suo porsi nel Tempio con una postura innaturale, è come affrontare il divino con la supponenza di chi possa vantarsi di avere le carte in regola per assurgere a vette inusitate, una religiosità distorta che mette in luce una vocazione discriminatoria, assolutista.
La sua salita nel luogo di culto non è per pregare Dio, ma per sottolineare i propri meriti, il suo ringraziamento è solo apparente, una sudditanza simbolica che, rivela invece, un monologo di egocentrismo urticante, manifestando disprezzo per il “ Pubblicano”.
Una figura questa che, ai tempi, non godeva della stima del popolo, per il suo ruolo di esattore delle tasse al servizio degli odiati invasori.
Tuttavia il suo aspetto compunto nel sacro luogo, suscitava sentimenti di misericordia, il suo pregare l’Altissimo era improntato a profonda contrizione che così si estrinsecava:
“O, Dio abbi pietà di me peccatore”.
Egli era perfettamente conscio delle sue colpe e confida nella benignità dell’Onnipotente per l’ottenimento del perdono.
Un confronto tra i due personaggi potrebbe apparire provocatorio, dati gli specchiati comportamenti che porterebbero a emettere facili sentenze, non così per gli imperscrutabili disegni divini.
Da qui l’assioma cristico: “ chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia, sarà esaltato”.
In definitiva il Pubblicano è perdonato, divenendo giusto per Grazia di Dio, a dimostrare che per essere suscettibili di misericordia, non bisogna osservare scrupolosamente le leggi, ma consapevoli di avere un vuoto, che può essere solamente colmato dall’intervento risolutore Celeste.
Si può concludere, affermando, che Dio nella sua immensa bontà, accoglie sotto la sua ala protettiva gli emarginati, gli umili e i poveri donando loro la salvezza.

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