IL GIUDICE FRANCESCO NUZZO A BREVE PRESENTERA’ IL SUO NUOVO LAVORO LETTERARIO “CANCELLO ED ARNONE – STORIE PICCOLE DI CALCIO E ALTRO”

PRESENTAZIONE

Il Cancello Arnone come il Napoli. Forse anche di più. Per il magistrato e storico Francesco Nuzzo la squadra di calcio del suo paese natale è così. Il libro che vi apprestate a leggere è un atto d’amore straordinario verso un popolo che ha trovato nel calcio motivo di riscatto e voglia di stare insieme, dopo il terribile bombardamento alleato del 9 settembre 1943, che ha provocato 106 vittime. L’autore racconta la storia di una squadra che, nata tra la fine degli anni venti e gli inizi del trenta del secolo scorso, non ha mai varcato il confine del dilettantismo. Ha cambiato più volte nome (spesso per adattarsi alle esigenze del prete del paese, proprietario dell’impianto di gioco), ha attraversato stagioni straordinarie ed altre deludenti, ha mantenuto alto il valore della comunità attraverso lo sport più bello del mondo. Nuzzo racconta la storia di una squadra di calcio utilizzando notizie storiche, fotografie d’epoca, ricordi e curiosità. I personaggi, disegnati dalla penna dell’autore, prendono vita nel racconto come se fossero protagonisti di un romanzo. Tanto che al lettore sembra di vederli in carne e ossa. Li immagina nelle loro attività quotidiane, ai bordi del campo o in calzoncini e maglietta sul terreno di gioco. Anche perché Francesco Nuzzo ha militato nel Cancello Arnone nel ruolo di portiere, l’estremo difensore per anni della squadra campana. Fiero di avere vestito quella maglia, di essere stato uno dei protagonisti di un pezzo di storia di quella cittadina.

Ciccio ‘o purtiere ne ha fatta di strada. Dalle rive del Volturno è passato a quelle del Po, i due fiumi così lontani hanno scandito il ritmo della sua vita. La carriera di magistrato, che ha lo ha visto fra i più valenti e coraggiosi del nostro Paese, lo ha portato al Nord, nella tranquilla e paciosa Cremona, dove vive ancora. Sotto il Torrazzo (simbolo della città di Stradivari, Mina e Tognazzi) ha scoperto l’affetto per la squadra di casa, la Cremonese. Negli anni della serie A è stato uno dei principali consiglieri dello storico presidente Domenico Luzzara.  Passione e competenza lo hanno portato a vivere diverse stagioni al fianco di allenatori e giocatori importanti. A Cremona ha rivisto il suo Napoli, quello che nel libro ricorda come  l’amore della sua gioventù, quello del ‘ciuccio’ portato in giro per il paese dopo una vittoria dei partenopei sulla Juventus. Quello che ha aiutato e sostenuto quando è diventato sindaco di Castel Volturno. Altri tempi, altre categorie. Ma non ha mai dimenticato le origini, la squadra della  sua terra. Proprio per questo ha voluto celebrare il Cancello Arnone nelle pagine che seguono. Un libro scritto con l’amore di un figlio e con la passione di un innamorato. Stavolta Ciccio ’o purtiere ha fatto gol.

Giorgio Barbieri

Responsabile della Redazione sportiva

del quotidiano La Provincia di Cremona

Corrispondente della Gazzetta dello sport

CANCELLO ARNONE

Storie piccole di calcio e altro

Premessa.

Ci vorrebbe una storia del calcio a Cancello Arnone,  ripetevano  alcuni amici. Quel desiderio vago sottintendeva una richiesta a me di scrivere qualcosa su fatti che  “capitorno a gente meccaniche, e di piccol affare”. Questa  espressione di Alessandro Manzoni, nella mirabile Introduzione al romanzo I Promessi Sposi, indica vicende accadute a persone di poco conto, di umile condizione sociale, lavoratori manuali, mentre nel caso nostro sta a significare episodi di sport, con protagonisti  assai di rado balzati all’attenzione della grande stampa. Il racconto  di queste cose, spesso in mancanza di prove scritte, può essere ricostruito con  riferimenti orali, da vagliare sempre in senso critico, soprattutto per eventi ormai risalenti negli anni, le cui tracce appaiono talvolta confuse e sbiadite. Sono “storie piccole di calcio”, che hanno  segnato la vita della nostra comunità, entro la quale il gioco del pallone ha rappresentato un fenomeno di costume, quando si intrecciò con il bisogno di dimenticare le ferite mortali del bombardamento alleato del 9 settembre 1943. Mentre il passare del tempo alleviava gradualmente il dolore individuale, tante persone riversarono le speranze di rinascita anche nella pratica calcistica. E i segni di codesto interesse hanno finito con il radicarsi nella coscienza collettiva, diventando un elemento di sostegno  per la squadra locale. Notevoli i sacrifici da affrontare in  trasferte lontane, che implicavano di tanto in tanto l’aiuto di gente non vicina allo sport, ma convinta a sostenere il progetto dai racconti pittoreschi di amici o addirittura familiari. Quel coinvolgimento appare dall’elevato numero dei dirigenti della società di calcio, che ha assunto denominazioni varie, ma corrispondenti a fasi alterne di crisi e prosperità. E dà un senso pure alla sorpresa di un paese che, nonostante il numero non eccessivo di abitanti, ha potuto schierare nelle categorie dei dilettanti anche due squadre, in un’occasione inserite addirittura  nello stesso girone. Lascio ai competenti di scervellarsi su queste scelte. A me basta la gioia di avere tratto dall’oblio azioni e soprattutto persone della mia terra, molte delle  quali scomparse, le cui figure ora rivivono nella scrittura. Questo ricordo deriva da una pulsazione del cuore, dove gli antichi  ritenevano appunto che fosse la sede della memoria.

4. Cornice di una partita di calcio tra gli anni Cinquanta e Sessanta.

A questo punto, sorge una domanda non marginale: perché le squadre faticosamente create a partire dalla metà degli anni Cinquanta sono ricordate ancora oggi? In apparenza, hanno ottenuto risultati non superiori a quelli raggiunti da successive formazioni del paese. La spiegazione si coglie nel clima sociale di Cancello Arnone,  in quel periodo interessata a rimarginare le piaghe della guerra ancora dolorose, che ritrova la sua unità anche in un simbolo immateriale e coinvolgente come la squadra di  calcio. Lo stesso fatto  di vedere bambini, ragazzi e giovani, durante la settimana, sempre impegnati nel campo sportivo, facilmente accessibile, stabilisce un vincolo istintivo tra le famiglie e i protagonisti della vicenda calcistica, che riempie un vuoto  e attesta senza residui il desiderio di ripresa. Insomma, l’appuntamento agonistico, sempre con il folto concorso di tifosi di ogni età, si riempie di  ideali  condivisi,  per i quali ciascuno diventa, a un tempo, artefice e fruitore. 

I lettori devono sapere che non tutto era sistemato nei minimi dettagli, per mancanza di risorse economiche. Almeno nel periodo iniziale, occorreva  arrangiarsi e adattarsi alle circostanze, senza troppe pretese. Per esempio, non tutti avevano le scarpe da calcio, e Dante Marra, divenuto insostituibile accompagnatore della squadra, ne possedeva un paio di grande qualità, che aveva portato dal Brasile dove emigrò per alcuni anni. Le offriva garbatamente a chi, avendo la corrispondente misura del piede, ne aveva bisogno all’occorrenza, e  pure  io beneficiai di quel generoso aiuto, fino a quando la società non acquistò diverse paia di scarpe per tutti i giocatori, se non ricordo male.

Ho parlato più sopra del terreno di gioco, non ancora circondato da  una rete di protezione, e sorgevano problemi per ottenere il permesso della questura di Caserta. Un funzionario di grande buon senso, al quale venne fatta presente l’importanza che i giovani, soprattutto in una zona periferica come Cancello Arnone, si dedicassero al calcio, invece di prendere strade diverse, rilasciava l’autorizzazione con l’avvertimento che gli spettatori dovessero rispettare le regole. Noi giocatori diffondevamo quel messaggio tra la gente.     

Prima che fosse costruita una baracca in legno, da adibire a spogliatoi per l’arbitro e le squadre, si utilizzavano le abitazioni intorno al campo, messe a disposizione dai proprietari-tifosi. Come dimenticare, perciò, Agostino Frattasio ’o capitano  e, per quel che mi riguarda direttamente, Maria Cipullo, conosciuta come Maria Ciciona, una donna piena di simpatia umana, presso la quale indossavo la divisa di gioco? Per arrivare al campo, la  passeggiata di poco più di cinquanta metri sulla pubblica strada tra i nostri tifosi, che donavano entusiasmo, affetto, incitamenti, era di fatto una passerella eccitante.

Descrivere la cornice di una partita nel nostro paese, a distanza di tanti anni, richiederebbe  una capacità qualificata, che non  ritengo di possedere. Ci provo, comunque, per rendere comprensibile, magari in via molto approssimativa, l’atmosfera di quegli attimi, ricchi di un’esaltazione senza tempo, per giocatori e  spettatori. Degli uni, posso dire che si battevano allo spasimo per la vittoria e il prestigio locale.  Nessuno pensi a tattiche particolari  o a schemi studiati a tavolino, ciascuno recava il corredo di personali capacità, assimilate nelle interminabili competizioni sopra segnalate. Tanto più che gli allenamenti si riducevano ad alcune corsette sul campo e a un rituale costante: il portiere tra i pali e gli altri che, dal limite dell’area di rigore, dopo qualche scambio più o meno veloce, indirizzavano continue pallonate in porta con esiti difformi.

Un cenno sul pubblico, invece, non può prescindere da un’osservazione essenziale: il campo di gioco, posto all’interno del paese, favoriva l’afflusso di molte persone che, a piacimento, sostavano sulla strada in posizione più elevata rispetto al terreno di gara, o sceglievano di fermarsi presso la linea di fondo, dietro l’area del portiere, che era più vicina all’ingresso del campo,  o ancora prendevano posto lungo le linee laterali in zone meno affollate. Figura indimenticabile di tifoso è quella di zio Ciccio Biancolella, titolare di una macelleria: alto, dinoccolato, con il suo inseparabile bastone, sempre presente a ogni partita come già suo padre negli anni Trenta, univa agli incitamenti la promessa rispettata di donare una fetta di carne a chi segnasse il primo gol. Si espandeva, quasi per vibrazione simpatetica, in settori più distanti, il suo vivace e contagioso “tifo”…  

Una citazione a parte meritano le donne di Cancello Arnone, la cui presenza numerosa e appassionata, non solo abbelliva l’ambiente, ma dava sostegno formidabile ai nostri calciatori e  disturbo efficace  ai rivali. Soprattutto  i rinvii del portiere e dei  difensori avversari, erano accompagnati da cori irridenti, che si mescolavano con i fischi degli uomini. Oddio, talvolta si sono trovate coinvolte in qualche  tafferuglio scoppiato dopo la partita, avendo in mano ’e furcine, lunghi tronchi di legno a due punte non rappresentativi di pace francescana. A un episodio del genere assistette da piccolo, Enzo De Caprio, sprovveduto assolutamente di nozioni calcistiche, ma insigne professore di letteratura italiana presso la Sapienza di Roma e  l’Università della Tuscia di Viterbo. La partecipazione femminile, all’epoca, divenne proverbiale, tant’è che una domanda consueta, quando ci recavano in trasferta, riguardava proprio le nostre tifose, riconosciute supporter indispensabili.

 

     

 

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