LETTERATITUDINI PARTECIPA A “IL MAGGIO DEI LIBRI”

Ogni anno Il Maggio dei Libri mette a disposizione delle bibliografie tematiche alle quali si può attingere e farsi ispirare per i numerosi eventi che si vogliono realizzare durante la campagna.Amor… è il tema dell’undicesima edizione.

Nell’anno dedicato alle celebrazioni per il 700° anniversario della sua morte, Il Maggio dei Libri celebra Dante Alighieri declinando l’amore, uno dei temi cardine della sua produzione, in tre filoni ispirati ad alcuni dei più celebri versi:

“Amor… ch’a nullo amato amar perdona“,

“Amor… che ne la mente mi ragiona”

“Amor… che move il sole e l’altre stelle“.

Amor… sottolinea la potenza e la centralità del sentimento, quello che alla fine vince sempre e che è il più autentico eroe dantesco, e richiama anche il profondo legame che si crea fra libri e lettori, fra le storie scritte e le esperienze sempre diverse che se ne hanno leggendole.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona è il verso 103 del canto V nell’Inferno della Divina Commedia di Dante Alighieri. Si tratta di uno dei versi più celebri del poema e dell’intera letteratura italiana.

Il verso fa parte della seconda di tre terzine dall’andamento anaforico:

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende v. 100

Amor, ch’a nullo amato amar perdona v. 103

Amor condusse noi ad una morte: v. 10

La terzina completa è invece così costituita:

Amor, ch’a nullo amato amar perdona, v. 103

mi prese del costui piacer sì forte, v. 104

che, come vedi, ancor non m’abbandona. v. 105

Inoltre il verso centrale racchiude tre volte la parola “Amore”, donando così all’anafora una struttura simmetrica che ne rafforza l’enfasi.

La storia

Il canto che lo contiene, il quinto, è in gran parte dedicato alla figura di Francesca da Rimini, amante di Paolo Malatesta e sposata con il fratello di lui, Gianciotto. La storia dice che il marito di lei scoprirà il tradimento e li ucciderà entrambi. Per questo motivo le anime dei due amanti sono confinate nel secondo girone infernale, quello dei peccatori carnali, e inseriti nella schiera dei morti per amore, quella di Didone, condannati alla dannazione eterna.

Il verso appartiene al primo intervento di Francesca e narra del perché lei si innamorò di Paolo. Come altri versi del canto, si presta a molteplici letture.

Da un lato vi è la forza dell’amore passionale, che travolge i sensi e non consente a una persona che sia davvero amata di non ricambiare il sentimento; l’amore è di tale intensità, che anche dopo la morte resiste.

Dall’altro, l’amore consacrato dal sacramento del matrimonio, quello di Francesca col marito, che non le perdona e non le consente di amare nessun altro;

L’amore è dunque per Dante permeato da contraddizioni naturali ed esiti anche tragici, tanto che pochi versi dopo lo indica come causa della morte di entrambi. Francesca non potrebbe, essendo sposata, amare altri se non suo marito; è però l’amore stesso a costringerla a farlo, e a ricambiare il sentimento sincero di Paolo.

Questa contraddizione tra precetto religioso e forza naturale dell’amore, contornata dalle tragiche e innocenti spiegazioni di Francesca, struggono Dante muovendolo a un forte sentimento di pietà e comprensione, evidenziata dal finire del canto:

[…] sì che di pietade v. 140

io venni men così com’io morisse. v. 141

E caddi come corpo morto cade. v. 142

Così tanta è la pietà, che Dante stesso sviene per la partecipazione emotiva alla storia appena udita.

Esegesi

Amor, ch’a nullo amato amar perdona

Amor: è il soggetto del verso e costituisce una cosiddetta figura etimologica, o annominazione, poiché vi sono tre parole nel verso che hanno la stessa origine etimologica: Amor, amato, amar.

ch: che, ovvero il quale, si riferisce ad Amor: il quale amor.

a nullo: nullo deriva dal latino nullus, che significa nessuno. Qui nasce una doppia interpretazione poiché “a nullo” in latino significa “da nessuno”, mentre se si considera solo “nullo” preso dal latino la traduzione diventa “a nessuno”. Quest’ultima è l’interpretazione più frequente.

Amato: si riferisce a “nullo”, per cui nel senso comune “a nullo amato” significa “a nessuno che è amato”.

Amar perdona: perdona l’amare, nel senso di “condonare”, “risparmiare” il fatto di riamare, come fosse una condanna.

Riassumendo, l’esegesi corrente è: “L’amore, che a nessuno risparmia, se amato, di riamare”; “L’amore, che obbliga chi è amato ad amare a sua volta”.

Citazioni

Il verso Amor, ch’a nullo amato amar perdona viene citato nelle canzoni Ci vorrebbe un amico di Antonello VendittiSerenata rap di JovanottiUn tempo indefinito di Raf e Paolo e Francesca di Murubutu e Claver Gold.

Viene inoltre citato nel romanzo di André Aciman Chiamami col tuo nome e nel dramma di Claire van Kampen Farinelli and the King.

È citato, altresì, da Michele Mari nella raccolta di poesie Cento poesie d’amore a Ladyhawke.

Amor… che ne la mente mi ragiona

 (Convivio, III)  DANTE ALIGHIERI

È la canzone commentata all’inizio del III trattato dell’opera, probabilmente composta in origine per la “donna gentile” di cui si parla nei capp. XXXV ss. della “Vita nuova” e qui reinterpretata come allegoria della filosofia, allo studio della quale Dante si era appunto dedicato per trovare consolazione della morte di Beatrice: Dante insiste sull’incapacità del suo intelletto a comprendere tutte le parole che lei gli rivolge e anche sulla sua difficoltà a esprimerne compiutamente la bellezza, secondo un motivo largamente usato già nello Stilnovo (soprattutto da Cavalcanti) e che verrà più avanti ripreso nel “Paradiso” per la descrizione di Beatrice. Nonostante la ripresa di moduli e stilemi stilnovisti, è evidente che la canzone è un esempio di quella poesia dottrinale e filosofica che segue l’esperienza del libello giovanile e che troverà successiva collocazione proprio nel “Convivio”.

Amor che ne la mente mi ragiona
de la mia donna disiosamente,
move cose di lei meco sovente,
che lo ‘ntelletto sovr’esse disvia.
Lo suo parlar sì dolcemente sona,
che l’anima ch’ascolta e che lo sente
dice: “Oh me lassa! ch’io non son possente
di dir quel ch’odo de la donna mia!”
E certo e’ mi conven lasciare in pria,
s’io vo’ trattar di quel ch’odo di lei,
ciò che lo mio intelletto non comprende;
e di quel che s’intende
gran parte, perché dirlo non savrei.
Però, se le mie rime avran difetto
ch’entreran ne la loda di costei,
di ciò si biasmi il debole intelletto
e ‘l parlar nostro, che non ha valore
di ritrar tutto ciò che dice Amore.

(L’amore, che parla nella mia mente della mia donna con desiderio, discute spesso con me di cose che la riguardano e che il mio intelletto non è in grado di capire. Le sue parole suonano tanto dolcemente che l’anima che ascolta e che lo sente dice: “O povera me, che non sono capace di ripetere quel che sento della mia donna!” E certo devo prima di tutto tralasciare quel che il mio intelletto non capisce, se voglio trattare quel che sento di lei, e [tralasciare] gran parte di quello che capisco, perché non sarei in grado di esprimerlo. Perciò, se i miei versi che loderanno questa donna avranno qualche difetto, si accusi di questo il debole nostro intelletto e il nostro linguaggio, che non è in grado di rappresentare tutto quello che dice Amore.)

Non vede il sol, che tutto ‘l mondo gira,
cosa tanto gentil, quanto in quell’ora
che luce ne la parte ove dimora
la donna di cui dire Amor mi face.
Ogni Intelletto di là su la mira,
e quella gente che qui s’innamora
ne’ lor pensieri la truovano ancora,
quando Amor fa sentir de la sua pace.
Suo esser tanto a Quei che lel dà piace,
che ‘nfonde sempre in lei la sua vertute
oltre ‘l dimando di nostra natura.
La sua anima pura,
che riceve da lui questa salute,
lo manifesta in quel ch’ella conduce:
ché ‘n sue bellezze son cose vedute
che li occhi di color dov’ella luce
ne mandan messi al cor pien di desiri,
che prendon aire e diventan sospiri.

(In lei discende la virtù di Dio, proprio come avviene ad un angelo che Lo vede; e qualunque donna nobile che non crede questo, vada con lei e osservi il suo comportamento. Là dove lei parla, scende uno spirito dal cielo che attesta come l’alta virtù che lei possiede oltrepassa i limiti della nostra natura. I gesti soavi che lei mostra agli altri fanno a gara a chiamare ognuno Amore, con quelle parole che lo ridestano. Di questa donna si può dire

[questo]

: ciò che si trova in lei è nobiltà nelle donne, e tutto ciò che assomiglia a lei è bello. E si può dire che il suo aspetto aiuta a credere ciò che appare meraviglioso, per cui la nostra fede è rafforzata: per questo fu creata così da Dio.)

In lei discende la virtù divina
sì come face in angelo che ‘l vede;
e qual donna gentil questo non crede,
vada con lei e miri li atti sui.
Quivi dov’ella parla si dichina
un spirito da ciel, che reca fede
come l’alto valor ch’ella possiede
è oltre quel che si conviene a nui.
Li atti soavi ch’ella mostra altrui
vanno chiamando Amor ciascuno a prova
in quella voce che lo fa sentire.
Di costei si può dire:
gentile è in donna ciò che in lei si trova,
e bello è tanto quanto lei simiglia.
E puossi dir che ‘l suo aspetto giova
a consentir ciò che par maraviglia;
onde la nostra fede è aiutata:
però fu tal da etterno ordinata.


(In lei discende la virtù di Dio, proprio come avviene ad un angelo che Lo vede; e qualunque donna nobile che non crede questo, vada con lei e osservi il suo comportamento. Là dove lei parla, scende uno spirito dal cielo che attesta come l’alta virtù che lei possiede oltrepassa i limiti della nostra natura. I gesti soavi che lei mostra agli altri fanno a gara a chiamare ognuno Amore, con quelle parole che lo ridestano. Di questa donna si può dire

[questo]

: ciò che si trova in lei è nobiltà nelle donne, e tutto ciò che assomiglia a lei è bello. E si può dire che il suo aspetto aiuta a credere ciò che appare meraviglioso, per cui la nostra fede è rafforzata: per questo fu creata così da Dio.)

Cose appariscon ne lo suo aspetto
che mostran de’ piacer di Paradiso,
dico ne li occhi e nel suo dolce riso,
che le vi reca Amor com’a suo loco.
Elle soverchian lo nostro intelletto,
come raggio di sole un frale viso:
e perch’io non le posso mirar fiso,
mi conven contentar di dirne poco.
Sua bieltà piove fiammelle di foco,
animate d’un spirito gentile
ch’è creatore d’ogni pensier bono;
e rompon come trono
li ‘nnati vizii che fanno altrui vile.
Però qual donna sente sua bieltate
biasmar per non parer queta e umile,
miri costei ch’è essemplo d’umiltate!
Questa è colei ch’umilia ogni perverso:
costei pensò chi mosse l’universo.

(Nel suo aspetto appaiono cose che mostrano le bellezze del Paradiso, dico nei suoi occhi e nel suo dolce sorriso, che Amore vi porta come a sede a lui propria. Quelle cose oltrepassano il nostro intelletto, come un raggio di sole [non può essere visto da] una vista debole: e poiché io non le posso guardare fissandole, mi devo accontentare di dirne poco. La sua bellezza fa piovere fiammelle di fuoco, animate da un nobile spirito che produce ogni pensiero positivo; e [queste fiammelle] come un tuono distruggono i vizi innati che rendono gli altri vili. Perciò, qualunque donna senta biasimare la propria bellezza per non essere quieta e umile, osservi costei che è esempio di umiltà! Questa è colei che umilia ogni uomo malvagio: chi creò l’Universo creò questa donna.)


Canzone, e’ par che tu parli contraro
al dir d’una sorella che tu hai;
che questa donna che tanto umil fai
ella la chiama fera e disdegnosa.
Tu sai che ‘l ciel sempr’è lucente e chiaro,
e quanto in sé, non si turba già mai;
ma li nostri occhi per cagioni assai
chiaman la stella talor tenebrosa.
Così, quand’ella la chiama orgogliosa,
non considera lei secondo il vero,
ma pur secondo quel ch’a lei parea:
ché l’anima temea,
e teme ancora, sì che mi par fero
quantunqu’io veggio là ‘v’ella mi senta.
Così ti scusa, se ti fa mestero;
e quando poi, a lei ti rappresenta:
dirai: “Madonna, s’ello v’è a grato,
io parlerò di voi in ciascun lato”.

(Canzone, sembra che tu dica cose opposte rispetto a una tua sorella [una ballata]; infatti tu chiami questa donna umile, mentre quella la chiama fiera e sdegnosa. Tu sai che il cielo è sempre terso e lucente e non si offusca mai in se stesso; ma i nostri occhi per molte ragioni talvolta vedono le stelle ottenebrate. Così, quando l’altra ballata chiama questa donna orgogliosa, non la considera secondo la sua natura, ma secondo quello che sembrava a lei: infatti l’anima ne aveva e ne ha ancora paura, cosicché mi pare crudele tutto ciò che vedo quando lei è presente. Fa’ in questo modo le tue scuse, se è necessario, e quando poi ti presenterai a lei le dirai: “Mia signora, se la cosa vi è gradita io parlerò di voi dappertutto”. )

Interpretazione complessiva
Metro: canzone formata da cinque stanze di diciotto versi ciascuna (endecasillabi e un solo settenario), con schema della rima ABBCABBCCDEeDFDFGG; l’ultima stanza funge da congedo. Rima siciliana ai vv. 40, 44-45 (“sui”, “nui”, “altrui”). La lingua è il fiorentino della tradizione stilnovistica, senza provenzalismi o sicilianismi evidenti, e lo stile è quello elevato proprio della tradizione trobadorica.
La canzone riprende il classico tema stilnovistico della “loda” alla donna amata, con tutti i caratteri già visti nelle rime dedicate a Beatrice nella Vita nuova: la donna è “gentile” (nobile), talmente bella che Dio stesso infonde in lei grazia e virtù che fanno innamorare gli uomini; il suo aspetto è tale che attesta i miracoli e rafforza la fede cristiana, inoltre essa manifesta la bellezza del Paradiso ed è un portento di umiltà, al punto da distruggere ogni vizio con una pioggia di fuoco e umiliare ogni uomo malvagio. Nel successivo commento in prosa viene spiegato che tale “donna gentile” non è altro che allegoria della filosofia, per cui acquista maggiore significato la stanza iniziale in cui il poeta si scusa per non comprendere pienamente tutto ciò che l’amore gli dice di lei e per non essere in grado di esprimere compiutamente ciò che capisce, poiché la bellezza della donna (della sapienza) va oltre i limiti dell’intelletto umano. Il tema della “inesprimibilità” della bellezza femminile è ripreso da Cavalcanti (► TESTO: Chi è questa che vèn), oltre che da alcune rime della Vita nuova per Beatrice (► TESTO: Tanto gentile e tanto onesta pare), e verrà ulteriormente sfruttato nel Paradiso per la descrizione del luogo e di Beatrice, la quale però diventerà allegoria della teologia e non della sapienza, che qui invece è esaltata.
Nel congedo Dante fa riferimento alla ballata Voi che savete ragionar d’amore (Rime, 29), anch’essa dedicata alla filosofia ma in cui la donna è descritta come inavvicinabile e scontrosa, per rappresentare la difficoltà iniziale del discepolo che si accosta agli studi filosofici. L’autore qui chiarisce l’apparente contraddizione con il prezioso paragone del cielo stellato, che talvolta pare a noi offuscato anche se in realtà è sempre limpido, quindi si rivolge idealmente alla canzone invitandola a presentarsi alla donna e a chiederle il permesso di parlare di lei a tutti (secondo il consueto schema trobadorico della riservatezza del poeta, ripreso anche dai Siciliani).
In Purg., II il musico Casella, l’amico di Dante sceso dalla barca dell’angelo nocchiero, intonerà a richiesta del poeta proprio questa canzone di cui evidentemente aveva composto un accompagnamento musicale, il che consente di datare il testo prima del 1300 (del resto Dante si era dedicato alla composizione delle canzoni “dottrinali” dopo la morte di Beatrice, alla fine del XIII sec.). Il canto di Casella attirerà l’attenzione di Virgilio e delle anime raccolte sulla spiaggia del Purgatorio, suscitando l’aspro rimprovero di Catone che li spronerà a non attardarsi nell’ascolto della musica e ad affrettarsi a correre “al monte”, per purgare l’anima dai peccati (► TESTO: Il canto di Casella): poiché la canzone del Convivio era dedicata alla filosofia, non è escluso che il rimprovero sia un’ulteriore prova del fatto che Dante, all’altezza della Commedia, avesse rinnegato l’esperienza “dottrinale” del trattato (non più fiducia nelle capacità della ragione umana, ma fede nella teologia che è la sola in grado di condurre l’uomo alla salvezza).

L’amor che move il sole e l’altre stelle

L’amor che move il sole e l’altre stelle (ParadisoXXXIII, v. 145) è l’ultimo verso del Paradiso e della Divina Commedia di Dante Alighieri.

Dopo la fugace visione di Dio, realizzazione piena del suo itinerarium mentis in Deum (per definirlo con le parole di san Bonaventura), Dante sente che l’Amore “che move il sole e l’altre stelle” sta ormai muovendo anche il suo desiderio e la sua volontà (vv. 142-145). Dante così si riconosce “nella solitudine infinita del solo Dio“, ] collocandosi nella perfezione del moto circolare divino.

Le stelle, osserva Attilio Momigliano, sono la meta di Dante e per questo motivo ricorrono nel verso finale di ogni cantica della Divina Commedia: una rispondenza che «non è pura simmetria, ma espressione del motivo ideale che corre attraverso il poema e lo innalza costantemente verso la metà». Con questo verso, Dante racchiude il significato dell’intera opera, di Dio, dell’universo, del fatto che l’amore è il meccanismo del mondo e di tutta la vita.

Entriamo ora nel merito del canto XXXIII (vv. 39-145), la visione di Dio. Ovvero la visione della verità della vita, vista da un uomo che è lì con il suo corpo, con la sua storia, con i suoi affetti, con tutta la potenza della sua ragione; e perciò vuol capire.

Aveva cominciato così nel primo canto, finisce così nell’ultimo: vuol capire, vuol conoscere; e perciò indaga la natura stessa di Dio, cioè la natura dell’essere, la natura dell’uomo e della realtà. Ha chiesto, ha fatto chiedere da Beatrice e da san Bernardo la grazia di poterlo fare, e la grazia gli viene concessa. […]

E io ch’al fine di tutt’ i disii
appropinquava, sì com’ io dovea,
l’ardor del desiderio in me finii.

E io che stavo per arrivare al compimento di tutti i miei desideri, così come era necessario che io facessi, «l’ardor del desiderio in me finii». Che non vuol dire che l’ardore del desiderio è finito, si è spento; al contrario, finire nel senso di portare a termine, compiere: l’ardore del desiderio arrivò al culmine, raggiunsi l’apice del desiderio.

Bernardo m’accennava, e sorridea,
perch’ io guardassi suso; ma io era
già per me stesso tal qual ei volea:

Bernardo, che dagli sguardi di Maria ha capito che è andata bene, che la richiesta è stata accolta, fa un cenno a Dante con un sorriso come per dirgli: è andata, hai il permesso, tira su la testa e guarda. Ma io «era / già per me stesso tal qual ei volea», avevo già capito tutto anch’io e avevo già fatto quel che diceva

ché la mia vista, venendo sincera,
e più e più intrava per lo raggio
de l’alta luce che da sé è vera.

«L’alta luce che da se è vera» è Dio. E succede una cosa straordinaria: Dante alza la testa e guarda Dio, e più lo guarda e più l’oggetto dello sguardo cambia, si trasforma. O meglio, non è Dio che cambia, Lui è sempre lo stesso; ma è la vista di Dante che, «venendo sincera», purificandosi, diventando quel che deve essere, «più e più intrava», vede sempre più a fondo, scopre aspetti via via diversi. Si è compiuta la grazia che era stata chiesta: «perché tu ogne nube li disleghi» (v. 31), che tu liberi il suo sguardo da ogni nuvola aveva chiesto san Bernardo alla Madonna. Così la sua vista, diventando sempre più «sincera», cioè più acuta, più limpida, comprende aspetti del mistero di Dio sempre più profondi.

Da quinci innanzi il mio veder fu maggio
che ’l parlar mostra, ch’a tal vista cede,
e cede la memoria a tanto oltraggio.

Da qui in avanti «il mio veder», quel che ho visto, «fu maggio», è stato infinitamente maggiore «che ’lparlar mostra», di quel che riesco a dire con le parole: davanti a una vista simile la parola cede, e cede la memoria «a tanto oltraggio», colpita da una cosa tanto più grande della sua povera capacità umana. Insomma, Dante dice: abbiate pazienza, riesco a dire quel che riesco, provateci voi a vedere Dio e poi a raccontarlo…

Qual è colüi che sognando vede,
che dopo ’l sogno la passione impressa
rimane, e l’altro a la mente non riede,

cotal son io, ché quasi tutta cessa
mia visïone, e ancor mi distilla
nel core il dolce che nacque da essa.

Se volete rendervi conto dell’impresa a cui mi accingo, pensate a quel che ci succede quando sogniamo: quando ci svegliamo i contorni precisi del sogno non ci vengono in mente, facciamo fatica a ricordare con precisione l’azione, le parole, i soggetti… Ci rimane invece impressa «la passione», cioè il sentimento che in quel sogno abbiamo provato: la paura se è stato un incubo, la dolcezza infinita se un sogno piacevole. Si perdono i contenuti precisi del sogno, ma rimane vivo, come testimonianza dei suoi contenuti, il sentimento che han provocato. «Cotal son io, ché quasi tutto cessa / mia visïone»: non mi ricordo quasi più niente, ma che cosa documenta in me ciò che ho visto? «Il dolce che nacque da essa», la dolcezza che era nata da quella visione, «che ancor mi distilla nel cuore», che anche solo a ricordarla provo ancora. […]

Io credo, per l’acume ch’io soffersi
del vivo raggio, ch’i’ sarei smarrito,
se li occhi miei da lui fossero aversi.

E’ mi ricorda ch’io fui più ardito
per questo a sostener, tanto ch’i’ giunsi
l’aspetto mio col valore infinito.

Oh abbondante grazia ond’ io presunsi
ficcar lo viso per la luce etterna,
tanto che la veduta vi consunsi!

Adesso Dante comincia a raccontare l’impossibile, la visione di Dio; e dice: io credo che «soffersi», che sopportai di reggere «l’acume del vivo raggio», una luce così acuta, perché mi resi conto che se avessi staccato gli occhi da lì mi sarei perso. Non si riesce, non si riesce proprio a staccare gli occhi quando si vede il vero. È difficile, è faticoso, la vista è ferita; ma viene naturale, non si può fare a meno di rimanere lì a godere di questa bellezza, di questa verità.

E così, proprio per questo sentimento di attrattiva ultima, definitiva, «io fui più ardito», ho preso ancor più coraggio e mi sono impegnato a guardare, «tanto ch’i’ giunsi / l’aspetto mio col valore infinito», tanto che il mio sguardo e il «valore infinito», cioè il cuore di Dio, si sono incontrati.

Che grazia eccezionale quella per cui ho potuto fare una cosa così straordinaria, che presunzione «ficcarlo viso per la luce etterna», tanto che tutta la mia capacità di visione si è consumata lì, si è giocata lì.

E quando ha fissato lo sguardo nel cuore di Dio, che cosa ha visto Dante?

Nel suo profondo vidi che s’interna,
legato con amore in un volume,
ciò che per l’universo si squaderna:

sustanze e accidenti e lor costume
quasi conflati insieme, per tal modo
che ciò ch’i’ dico è un semplice lume.

Prima visione. Nella profondità di Dio vidi che «s’interna», che sta custodito dentro, come un bimbo nel grembo di sua madre, «legato con amore in un volume», avvolto dall’amore di Dio, «ciò che perl’universo si squaderna», ciò che nell’universo è slegato, separato, diviso. Dante usa l’immagine del libro: un libro è squadernato quando è saltata la rilegatura e i fogli sono volanti.


Noi abbiamo un’esperienza dell’essere e delle cose apparentemente (cioè nell’apparenza, non nella sostanza) fratturata, divisa. Ma Dante dice: ciò che per l’universo «si squaderna», è separato, diviso, contradditorio, ci ferisce, ci fa soffrire, io l’ho visto stare insieme. Come se nel cuore della terra una sorgente segreta desse la vita a tutto e tenesse insieme quello che a noi invece appare come squadernato.

Certo, riesco a darvi solo una pallidissima idea («un semplice lume») di questa profonda unità che tiene insieme le cose; però coraggio, perché ciò che sentite diviso, ciò che appare così contradditorio e contro di voi, non lo è. Niente è contro di voi. Nulla della realtà vi tradisce, fidatevi, perché tutto è legato, rilegato, tenuto insieme con amore come in un volume. È il compimento della promessa, dell’annuncio che aveva fatto all’ingresso in paradiso, nel canto I: «Le cose tutte quante / hanno ordine tra loro, e questo è forma / che l’universo a Dio fa simigliante». C’è un ordine nella vita che non possiamo vedere dalla terra, possiamo solo intravederlo. Io l’ho visto! Coraggio, non abbiate paura.

La forma universal di questo nodo
credo ch’i’ vidi, perché più di largo,
dicendo questo, mi sento ch’i’ godo.

Qui riprende quanto ha detto a proposito del sogno, del sentimento che rimane come segno dell’esperienza fatta: io credo (non nel senso di ritengo, suppongo, ma proprio del Credo: sono sicuro, sono certo) di aver visto questa unità, «la forma universal di questo nodo», ciò che tiene legato tutto, altrimenti non mi spiegherei il fatto che anche solo nel dirlo, nel provare a raccontarvelo, provo una pace, provo un godimento così ampio, così profondo. Lì tutto è tenuto insieme: vita e morte, il male e il bene, fino al capello del vostro capo, il desiderio di andare in paradiso e di trovare la vostra Beatrice, o il lampione verde e la cassetta postale rossa all’angolo di casa vostra, come dice Chesterton [1], ogni momento della storia, ogni momento del tempo, ogni particolare di ogni momento del tempo tutto.

Così la mente mia, tutta sospesa,
mirava fissa, immobile e attenta,
e sempre di mirar faceasi accesa.

Dopo questa incredibile intuizione mi sono bloccato: la mia mente, attratta fino alla radice da questo spettacolo, guardava «fissa, immobile e attenta, / e sempre di mirar faceasi accesa»,e più guardavo e più desideravo guardare. Abbiamo già osservato che la soddisfazione del desiderio non lo spegne, lo alimenta.

Descrivendoci questa dinamica, che differenza stabilisce tra essere contenti e accontentarci! Dico sempre ai ragazzi a scuola che sono due cose completamente diverse: accontentarsi è la morte, è l’inferno; essere contenti è il paradiso. Accontentarsi vuol dire fermarsi, quella posizione – si chiama peccato – per cui ti fermi a un oggetto e ascolti il diavolo che dice: sei arrivato, non andare oltre, non desiderare più, vola basso. Invece essere contento significa essere in movimento, godere della cosa che si ha davanti e insieme muoversi, oltrepassarla, andare sempre più in là fino alla fonte della sua bellezza. E anche qui Dante, arrivato alla fonte della bellezza, è contento, ma non si accontenta, ama e desidera sempre più amare. Meraviglioso! Dante è proprio il poeta del desiderio.

A quella luce cotal si diventa,
che volgersi da lei per altro aspetto
è impossibil che mai si consenta;

Davanti a quella luce, a quello spettacolo, si diventa tali che è impossibile volgersi ad altro, di-vertirsi. Ci si con-verte: lo sguardo si sposta finalmente sull’oggetto vero del desiderio. E perciò in questa corrispondenza non vien più voglia di guardare altro, è impossibile de-vertere, divertirsi, spostare lo sguardo su altro.

però che ’l ben, ch’è del volere obietto,
tutto s’accoglie in lei, e fuor di quella
è defettivo ciò ch’è lì perfetto.

Perché succede questo dinamismo che abbiamo descritto? Perché il bene – ciò per cui siamo fatti, l’oggetto del volere, del desiderio – lì c’è tutto; perciò fuori sarebbe «defettivo», difettoso, mancante, ciò che invece lì è perfetto. Come si fa a desiderare una cosa imperfetta, sporca, anziché nel suo grado massimo di perfezione, perciò di bellezza e di gloria? È impossibile.

Omai sarà più corta mia favella,
pur a quel ch’io ricordo, che d’un fante
che bagni ancor la lingua a la mammella.

Non perché più ch’un semplice sembiante
fosse nel vivo lume ch’io mirava,
che tal è sempre qual s’era davante;

































 


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