Il Professor Alfonso Caprio recensisce il libro di A. Delmonaco “I lati del cerchio”

A. DELMONACO, I lati del cerchio, Aosta, End Edizioni, 2019, pp. 338.

I lati del cerchio, il nuovo romanzo storico di Aurora Delmonaco edito da End Edizioni nel 2019, è composto da Una prefazione o quasi ed è diviso in quattro parti; la prima dal titolo L’amore di carta, si compone di tredici capitoli, la seconda dal titolo Famiglia composta da sei capitoli, la terza dal titolo La squadra, si compone di quattro capitoli e la quarta parte dal titolo L’ombra della sera è composta da quattro capitoli; il romanzo si chiude con una Postfazione o quasi dal titolo Il cerchio.

Il titolo del romanzo propone come sottotitolo Una famiglia napoletana, quasi a voler indicare ai lettori, fin dal titolo, che ciò che essi si apprestano a leggere non è la storia di una famiglia qualsiasi ma è la storia di una determinata famiglia “napoletana”, nell’eccezione quella della stessa Autrice, che con un ampio racconto ci narra le vicende a cui sono andati incontri i suoi nonni lungo l’arco della loro esistenza.

La storia inizia nel settembre del 1899 e si conclude poco prima del 13 gennaio del 1933, a cavallo di due secoli quello di fine Ottocento con la Belle Époque, che come afferma la stessa protagonista è l’«epoca dell’elettricità, dei piroscafi, dello sport, della scienza contro le tenebre» (p, 34); fanno da  sfondo alla vicenda narrata fatti storici importanti come l’assassinio di re Umberto I e i primi anni del Ventennio. Le vicende sono ambientate a Napoli, città natale di entrambi i protagonisti e in giro per l’Italia: Pantelleria, Lecce, Macerata, Ancona, Tremiti, Gaeta e in fine l’agognato ritorno a Napoli seguendo il trasferimento per motivi di lavoro del capitano e poi tenente colonnello Stanislao Smiraglia e della moglie Amelia, che lo insegue nei suoi spostamenti.

I protagonisti dell’intera vicenda sono, infatti, Stanislao Smiraglia e la moglie Amelia nata Assante, i nonni dell’Autrice, la quale ha rintracciato il carteggio degli stessi: «Ha la copertina di cartone  a piccoli disegni marmorizzati, il dorso di tela verde e un’etichetta: Lettere scritte al mio Stanislao 1900-1901. Dopo ben più di un secolo contiene ancora una violetta disseccata e in una pagina c’è la calligrafia di mio nonno con l’inizio di un discorso per le reclute. Da lì si è snodata una storia che sembrava perduta fra brandelli di memoria e tracce sbiadite» (p.11). Partendo da queste lettere l’Autrice ha saputo imbastire con mano ferma e sicura le vicende della sua famiglia ma anche disegnare un affresco della società dell’epoca, con tutti i suoi riti, usanze, costumi e consuetudini militari. L’intera storia narrata è ricostruita a partire prima dalle lettere e poi dai ricordi personali dell’Autrice e dai racconti familiari ascoltati in casa dai genitori e parenti più prossimi, come la stessa scrive: «Non ho mai conosciuto nonno Stanislao. Voglio dire, non l’ho conosciuto di persona, ma la casa di via del Priorato era piena di lui: la sua sciabola appesa al muro, il suo medagliere, i suoi ritratti » (p. 8), eppure attraverso le foto e i racconti familiari soprattutto quelli fatti della nonna, evidentemente, ne esce un personaggio maestoso, un eroe per aver partecipato anche alla guerra di conquista della Libia, ma con una umanità tale che lo rende cordiale, quando deve confessare alla moglie di avere un figlio nato fuori e prima del matrimonio e accattivante per i rapporti interpersonali che sa intrattenere; un uomo che sa affrontare con determinazione le intemperia a cui va incontro la sua famiglia ma soprattutto un militare di altri tempi, che con mano ferma e decisa guida i suoi sottoposti e sa fronteggiare gli incarichi di lavoro a partire dagli anarchici, che deve vigilare a Pantelleria, fino al duello con il giornalista francese, che ha offeso con le sue parole l’onorabilità della nazione italiana, evento che porrà fine alla sua carriera. «Da quando era studente alla Nunziatella aveva maturato una convinzione: l’esercito era l’istituzione che attraverso la coscrizione obbligatoria e la catena del comando, dal Re all’ultimo graduato, dava struttura e forza alla massa incoerente e confusa dei “fratelli in armi”, forse volenterosi ma di sicuro inefficienti» (p. 51). 

I ricordi di nonna Amelia, fatti dall’Autrice, arrivano, invece, fino alla fine della seconda guerra mondiale, quando Napoli insorge con le quattro giornate e alcuni familiari ritornano a casa dalla prigionia. Amelia Assante, la cooprotagonista insieme a Stanislao dell’intera storia narrata, è figlia di Camilla Abate e di Carlo Assante, professore di matematica e direttore proprietario di una scuola convitto, ha 28 anni quando viene chiesta in moglie da Stanislao, che ne ha 35 e lo stesso afferma che la personalità della donna di una vita «è fatta di chiaroscuri perché nel profondo del suo animo, lui lo sa, c’è un punto rovente da cui nascono slanci appassionati, gesti di sorprendente generosità, ma anche furori e asprezze, soprattutto se crede in pericolo il suo mondo» (p. 167) familiare, per il quale spende tutte le sue energie per la cura della casa, dei figli e del prestigio e onorabilità del marito militare in carriera ed è irriducibile e indomita verso qualche “intrusa”, che cerca di civettare con il marito. Da giovane aveva una figura slanciata, era «stata educata per essere una vera signora. Parlava francese» (pp. 17-18) e aveva studiato musica e gli piaceva leggere romanzi storici come Quo Vadis; da donna anziana aveva «il corpo appesantito e i capelli bianchi» (p. 335).

Il matrimonio tra i due protagonisti è, come afferma la stessa Amelia, «un matrimonio combinato» (p. 34) dalla signora De Luise nata Grillo zia del futuro sposo, come era consuetudine all’epoca, quando i giovani per sposarsi dovevano ottenere il consenso dei genitori e l’esercito pretendeva che i suoi graduati mantenessero alto il loro decoro e esigeva che le future spose appartenessero a un ceto rispettabile e soprattutto avessero  «una dote superiore a certi limiti» (p. 19). Il titolo del libro I lati del cerchio, come spiega al marito la stessa protagonista, quando acconsente alle nozze: «Saremo come i tre lati di un cerchio» e lui le risponde: «I cerchi non hanno lati, Amelia». «Lei si raddrizzò per guardarlo negli occhi. “Ma il nostro sì: tu, io e i figli che verranno. E il nostro sarà un cerchio d’amore che ci proteggerà» (p. 124).              

Fanno da cornice ai due protagonisti principali tutti una serie di personaggi, ad iniziare da quelli più propriamente familiari, i figli soprattutto; il figlio primogenito di Stanislao, Carlo, che nato fuori dal matrimonio, è in un primo tempo accolto male in casa e perciò sarà allevato dai nonni paterni e seguirà la carriera militare del padre. Degli altri figli Ginevra, Giuseppe, Sara, Luigi, Cesare, Maria Grazia e Anna, dei quali sono ricordati gli eventi della fanciullezza e dell’adolescenza. Accanto ad Amelia ritroviamo il padre, la madre, le sorelle Sofia e Bianca, che prima tenta di accasarsi con Prospero Colonna nipote del principe Colonna di Stigliano e poi sposa il maggiore Riccardo Longo amico del cognato Stanislao; il fratello Carlo, maggiore di artiglieria e poi Eugenio.

Seguono le figure di amici e compari come il Conte Tomacelli e la giovane moglie e per finire quelle dalle diverse domestiche di casa, come Concetta, Gianna «la forzuta» (p. 214), Gina «una fata bionda con gli occhi azzurri che portava come una principessa il suo abito stinto» (p. 237) vittima delle angherie del patrigno; poi le figure dei diversi attendenti al servizio del colonnello Smiraglia, figure simpatiche che danno colore alla narrazione come «il soldato Sasso, detto Gran Sasso per la sua corporatura e perché veniva dall’Abruzzo» (p. 28), molto affezionato al capitano tanto da seguirlo a Pantelleria e che poi ritroverà un giorno a Napoli. Tito Tazio, «che si sente importante» (p. 143) per il nome che porta; Alfonso Ferri «un toscano di una bellezza troppo perfetta, troppo liscia, troppo dorata per essergli simpatico» (p. 210) ma che da borghese faceva il cuoco e cucinava divinamente il pesce, che Amelia odiava pulire e raccontava favole antiche ai «piccoli Smiraglia» (p. 219) ma era vittima di nonnismo da parte del «forte violento, feroce» (p. 221) Arturo Cane. Il rosso «Ronco dalle grandi mani e dai piedi enormi, un po’ militare e un po’ selvatico» (p. 233) e poi l’attendente Gaetano Esposito detto «Mangiacavallo» (p.285).

 Il romanzo si chiude con una sorta di triste amarezza, non solo per la morte dei due protagonisti ma anche per la costatazione che tutta l’energia vitale, dell’ormai anziano Stanislao, «era stata risucchiata dalla corrosiva stanchezza di dover vivere in un’epoca che gli aveva reso estraneo il mondo» (p. 335), una costatazione questa a cui giungono molti di coloro i quali vivono a lungo e con tali cambiamenti epocali da farli sembrare fuori luogo e fuori tempo massimo.

La stessa Scrittrice afferma nella Una Prefazione o quasi, nel chiarire ai lettori del suo personale rapporto con le vicende che racconta: «Ho cercato le orme di Amelia e Stanislao nei documenti nelle memorie e nei libri, nei luoghi e in me stessa, e le ho trovate. Allora ho visto i miei nonni e i loro figli camminare nelle larghe strade del tempo, dove iniziano e muoiono tutte le storie del mondo» (p. 11), ad indicare quasi che la vicenda narrata fosse l’emblema di tutte le storie familiari del mondo.

Ecco perché il linguaggio utilizzato dall’Autrice è un “lessico familiare”, scorrevole e avvolgente. La prosa si rivela agile e chiara, in essa si scorgono riportati ampi brani di lettere, che i due protagonisti si sono scambiati a testimoniare della veridicità della vicenda narrata ma anche ampi dialoghi di discussione sui problemi, che i due primi attori hanno dovuto affrontare lungo l’arco della loro vita, per far sì che la loro famiglia testimoniasse il suo ingresso e impegno nelle vicende di questa nostra umanità.  

Castel Volturno 18.07.2020                                                                                                                   Alfonso Caprio         

I lati del cerchio, il nuovo romanzo storico di Aurora Delmonaco edito da End Edizioni nel 2019, è composto da Una prefazione o quasi ed è diviso in quattro parti; la prima dal titolo L’amore di carta, si compone di tredici capitoli, la seconda dal titolo Famiglia composta da sei capitoli, la terza dal titolo La squadra, si compone di quattro capitoli e la quarta parte dal titolo L’ombra della sera è composta da quattro capitoli; il romanzo si chiude con una Postfazione o quasi dal titolo Il cerchio.

Il titolo del romanzo propone come sottotitolo Una famiglia napoletana, quasi a voler indicare ai lettori, fin dal titolo, che ciò che essi si apprestano a leggere non è la storia di una famiglia qualsiasi ma è la storia di una determinata famiglia “napoletana”, nell’eccezione quella della stessa Autrice, che con un ampio racconto ci narra le vicende a cui sono andati incontri i suoi nonni lungo l’arco della loro esistenza.

La storia inizia nel settembre del 1899 e si conclude poco prima del 13 gennaio del 1933, a cavallo di due secoli quello di fine Ottocento con la Belle Époque, che come afferma la stessa protagonista è l’«epoca dell’elettricità, dei piroscafi, dello sport, della scienza contro le tenebre» (p, 34); fanno da  sfondo alla vicenda narrata fatti storici importanti come l’assassinio di re Umberto I e i primi anni del Ventennio. Le vicende sono ambientate a Napoli, città natale di entrambi i protagonisti e in giro per l’Italia: Pantelleria, Lecce, Macerata, Ancona, Tremiti, Gaeta e in fine l’agognato ritorno a Napoli seguendo il trasferimento per motivi di lavoro del capitano e poi tenente colonnello Stanislao Smiraglia e della moglie Amelia, che lo insegue nei suoi spostamenti.

I protagonisti dell’intera vicenda sono, infatti, Stanislao Smiraglia e la moglie Amelia nata Assante, i nonni dell’Autrice, la quale ha rintracciato il carteggio degli stessi: «Ha la copertina di cartone  a piccoli disegni marmorizzati, il dorso di tela verde e un’etichetta: Lettere scritte al mio Stanislao 1900-1901. Dopo ben più di un secolo contiene ancora una violetta disseccata e in una pagina c’è la calligrafia di mio nonno con l’inizio di un discorso per le reclute. Da lì si è snodata una storia che sembrava perduta fra brandelli di memoria e tracce sbiadite» (p.11). Partendo da queste lettere l’Autrice ha saputo imbastire con mano ferma e sicura le vicende della sua famiglia ma anche disegnare un affresco della società dell’epoca, con tutti i suoi riti, usanze, costumi e consuetudini militari. L’intera storia narrata è ricostruita a partire prima dalle lettere e poi dai ricordi personali dell’Autrice e dai racconti familiari ascoltati in casa dai genitori e parenti più prossimi, come la stessa scrive: «Non ho mai conosciuto nonno Stanislao. Voglio dire, non l’ho conosciuto di persona, ma la casa di via del Priorato era piena di lui: la sua sciabola appesa al muro, il suo medagliere, i suoi ritratti » (p. 8), eppure attraverso le foto e i racconti familiari soprattutto quelli fatti della nonna, evidentemente, ne esce un personaggio maestoso, un eroe per aver partecipato anche alla guerra di conquista della Libia, ma con una umanità tale che lo rende cordiale, quando deve confessare alla moglie di avere un figlio nato fuori e prima del matrimonio e accattivante per i rapporti interpersonali che sa intrattenere; un uomo che sa affrontare con determinazione le intemperia a cui va incontro la sua famiglia ma soprattutto un militare di altri tempi, che con mano ferma e decisa guida i suoi sottoposti e sa fronteggiare gli incarichi di lavoro a partire dagli anarchici, che deve vigilare a Pantelleria, fino al duello con il giornalista francese, che ha offeso con le sue parole l’onorabilità della nazione italiana, evento che porrà fine alla sua carriera. «Da quando era studente alla Nunziatella aveva maturato una convinzione: l’esercito era l’istituzione che attraverso la coscrizione obbligatoria e la catena del comando, dal Re all’ultimo graduato, dava struttura e forza alla massa incoerente e confusa dei “fratelli in armi”, forse volenterosi ma di sicuro inefficienti» (p. 51). 

I ricordi di nonna Amelia, fatti dall’Autrice, arrivano, invece, fino alla fine della seconda guerra mondiale, quando Napoli insorge con le quattro giornate e alcuni familiari ritornano a casa dalla prigionia. Amelia Assante, la cooprotagonista insieme a Stanislao dell’intera storia narrata, è figlia di Camilla Abate e di Carlo Assante, professore di matematica e direttore proprietario di una scuola convitto, ha 28 anni quando viene chiesta in moglie da Stanislao, che ne ha 35 e lo stesso afferma che la personalità della donna di una vita «è fatta di chiaroscuri perché nel profondo del suo animo, lui lo sa, c’è un punto rovente da cui nascono slanci appassionati, gesti di sorprendente generosità, ma anche furori e asprezze, soprattutto se crede in pericolo il suo mondo» (p. 167) familiare, per il quale spende tutte le sue energie per la cura della casa, dei figli e del prestigio e onorabilità del marito militare in carriera ed è irriducibile e indomita verso qualche “intrusa”, che cerca di civettare con il marito. Da giovane aveva una figura slanciata, era «stata educata per essere una vera signora. Parlava francese» (pp. 17-18) e aveva studiato musica e gli piaceva leggere romanzi storici come Quo Vadis; da donna anziana aveva «il corpo appesantito e i capelli bianchi» (p. 335).

Il matrimonio tra i due protagonisti è, come afferma la stessa Amelia, «un matrimonio combinato» (p. 34) dalla signora De Luise nata Grillo zia del futuro sposo, come era consuetudine all’epoca, quando i giovani per sposarsi dovevano ottenere il consenso dei genitori e l’esercito pretendeva che i suoi graduati mantenessero alto il loro decoro e esigeva che le future spose appartenessero a un ceto rispettabile e soprattutto avessero  «una dote superiore a certi limiti» (p. 19). Il titolo del libro I lati del cerchio, come spiega al marito la stessa protagonista, quando acconsente alle nozze: «Saremo come i tre lati di un cerchio» e lui le risponde: «I cerchi non hanno lati, Amelia». «Lei si raddrizzò per guardarlo negli occhi. “Ma il nostro sì: tu, io e i figli che verranno. E il nostro sarà un cerchio d’amore che ci proteggerà» (p. 124).              

Fanno da cornice ai due protagonisti principali tutti una serie di personaggi, ad iniziare da quelli più propriamente familiari, i figli soprattutto; il figlio primogenito di Stanislao, Carlo, che nato fuori dal matrimonio, è in un primo tempo accolto male in casa e perciò sarà allevato dai nonni paterni e seguirà la carriera militare del padre. Degli altri figli Ginevra, Giuseppe, Sara, Luigi, Cesare, Maria Grazia e Anna, dei quali sono ricordati gli eventi della fanciullezza e dell’adolescenza. Accanto ad Amelia ritroviamo il padre, la madre, le sorelle Sofia e Bianca, che prima tenta di accasarsi con Prospero Colonna nipote del principe Colonna di Stigliano e poi sposa il maggiore Riccardo Longo amico del cognato Stanislao; il fratello Carlo, maggiore di artiglieria e poi Eugenio.

Seguono le figure di amici e compari come il Conte Tomacelli e la giovane moglie e per finire quelle dalle diverse domestiche di casa, come Concetta, Gianna «la forzuta» (p. 214), Gina «una fata bionda con gli occhi azzurri che portava come una principessa il suo abito stinto» (p. 237) vittima delle angherie del patrigno; poi le figure dei diversi attendenti al servizio del colonnello Smiraglia, figure simpatiche che danno colore alla narrazione come «il soldato Sasso, detto Gran Sasso per la sua corporatura e perché veniva dall’Abruzzo» (p. 28), molto affezionato al capitano tanto da seguirlo a Pantelleria e che poi ritroverà un giorno a Napoli. Tito Tazio, «che si sente importante» (p. 143) per il nome che porta; Alfonso Ferri «un toscano di una bellezza troppo perfetta, troppo liscia, troppo dorata per essergli simpatico» (p. 210) ma che da borghese faceva il cuoco e cucinava divinamente il pesce, che Amelia odiava pulire e raccontava favole antiche ai «piccoli Smiraglia» (p. 219) ma era vittima di nonnismo da parte del «forte violento, feroce» (p. 221) Arturo Cane. Il rosso «Ronco dalle grandi mani e dai piedi enormi, un po’ militare e un po’ selvatico» (p. 233) e poi l’attendente Gaetano Esposito detto «Mangiacavallo» (p.285).

 Il romanzo si chiude con una sorta di triste amarezza, non solo per la morte dei due protagonisti ma anche per la costatazione che tutta l’energia vitale, dell’ormai anziano Stanislao, «era stata risucchiata dalla corrosiva stanchezza di dover vivere in un’epoca che gli aveva reso estraneo il mondo» (p. 335), una costatazione questa a cui giungono molti di coloro i quali vivono a lungo e con tali cambiamenti epocali da farli sembrare fuori luogo e fuori tempo massimo.

La stessa Scrittrice afferma nella Una Prefazione o quasi, nel chiarire ai lettori del suo personale rapporto con le vicende che racconta: «Ho cercato le orme di Amelia e Stanislao nei documenti nelle memorie e nei libri, nei luoghi e in me stessa, e le ho trovate. Allora ho visto i miei nonni e i loro figli camminare nelle larghe strade del tempo, dove iniziano e muoiono tutte le storie del mondo» (p. 11), ad indicare quasi che la vicenda narrata fosse l’emblema di tutte le storie familiari del mondo.

Ecco perché il linguaggio utilizzato dall’Autrice è un “lessico familiare”, scorrevole e avvolgente. La prosa si rivela agile e chiara, in essa si scorgono riportati ampi brani di lettere, che i due protagonisti si sono scambiati a testimoniare della veridicità della vicenda narrata ma anche ampi dialoghi di discussione sui problemi, che i due primi attori hanno dovuto affrontare lungo l’arco della loro vita, per far sì che la loro famiglia testimoniasse il suo ingresso e impegno nelle vicende di questa nostra umanità.  

Castel Volturno 18.07.2020                                                                                                                   Alfonso Caprio         

I lati del cerchio, il nuovo romanzo storico di Aurora Delmonaco edito da End Edizioni nel 2019, è composto da Una prefazione o quasi ed è diviso in quattro parti; la prima dal titolo L’amore di carta, si compone di tredici capitoli, la seconda dal titolo Famiglia composta da sei capitoli, la terza dal titolo La squadra, si compone di quattro capitoli e la quarta parte dal titolo L’ombra della sera è composta da quattro capitoli; il romanzo si chiude con una Postfazione o quasi dal titolo Il cerchio.

Il titolo del romanzo propone come sottotitolo Una famiglia napoletana, quasi a voler indicare ai lettori, fin dal titolo, che ciò che essi si apprestano a leggere non è la storia di una famiglia qualsiasi ma è la storia di una determinata famiglia “napoletana”, nell’eccezione quella della stessa Autrice, che con un ampio racconto ci narra le vicende a cui sono andati incontri i suoi nonni lungo l’arco della loro esistenza.

La storia inizia nel settembre del 1899 e si conclude poco prima del 13 gennaio del 1933, a cavallo di due secoli quello di fine Ottocento con la Belle Époque, che come afferma la stessa protagonista è l’«epoca dell’elettricità, dei piroscafi, dello sport, della scienza contro le tenebre» (p, 34); fanno da  sfondo alla vicenda narrata fatti storici importanti come l’assassinio di re Umberto I e i primi anni del Ventennio. Le vicende sono ambientate a Napoli, città natale di entrambi i protagonisti e in giro per l’Italia: Pantelleria, Lecce, Macerata, Ancona, Tremiti, Gaeta e in fine l’agognato ritorno a Napoli seguendo il trasferimento per motivi di lavoro del capitano e poi tenente colonnello Stanislao Smiraglia e della moglie Amelia, che lo insegue nei suoi spostamenti.

I protagonisti dell’intera vicenda sono, infatti, Stanislao Smiraglia e la moglie Amelia nata Assante, i nonni dell’Autrice, la quale ha rintracciato il carteggio degli stessi: «Ha la copertina di cartone  a piccoli disegni marmorizzati, il dorso di tela verde e un’etichetta: Lettere scritte al mio Stanislao 1900-1901. Dopo ben più di un secolo contiene ancora una violetta disseccata e in una pagina c’è la calligrafia di mio nonno con l’inizio di un discorso per le reclute. Da lì si è snodata una storia che sembrava perduta fra brandelli di memoria e tracce sbiadite» (p.11). Partendo da queste lettere l’Autrice ha saputo imbastire con mano ferma e sicura le vicende della sua famiglia ma anche disegnare un affresco della società dell’epoca, con tutti i suoi riti, usanze, costumi e consuetudini militari. L’intera storia narrata è ricostruita a partire prima dalle lettere e poi dai ricordi personali dell’Autrice e dai racconti familiari ascoltati in casa dai genitori e parenti più prossimi, come la stessa scrive: «Non ho mai conosciuto nonno Stanislao. Voglio dire, non l’ho conosciuto di persona, ma la casa di via del Priorato era piena di lui: la sua sciabola appesa al muro, il suo medagliere, i suoi ritratti » (p. 8), eppure attraverso le foto e i racconti familiari soprattutto quelli fatti della nonna, evidentemente, ne esce un personaggio maestoso, un eroe per aver partecipato anche alla guerra di conquista della Libia, ma con una umanità tale che lo rende cordiale, quando deve confessare alla moglie di avere un figlio nato fuori e prima del matrimonio e accattivante per i rapporti interpersonali che sa intrattenere; un uomo che sa affrontare con determinazione le intemperia a cui va incontro la sua famiglia ma soprattutto un militare di altri tempi, che con mano ferma e decisa guida i suoi sottoposti e sa fronteggiare gli incarichi di lavoro a partire dagli anarchici, che deve vigilare a Pantelleria, fino al duello con il giornalista francese, che ha offeso con le sue parole l’onorabilità della nazione italiana, evento che porrà fine alla sua carriera. «Da quando era studente alla Nunziatella aveva maturato una convinzione: l’esercito era l’istituzione che attraverso la coscrizione obbligatoria e la catena del comando, dal Re all’ultimo graduato, dava struttura e forza alla massa incoerente e confusa dei “fratelli in armi”, forse volenterosi ma di sicuro inefficienti» (p. 51). 

I ricordi di nonna Amelia, fatti dall’Autrice, arrivano, invece, fino alla fine della seconda guerra mondiale, quando Napoli insorge con le quattro giornate e alcuni familiari ritornano a casa dalla prigionia. Amelia Assante, la cooprotagonista insieme a Stanislao dell’intera storia narrata, è figlia di Camilla Abate e di Carlo Assante, professore di matematica e direttore proprietario di una scuola convitto, ha 28 anni quando viene chiesta in moglie da Stanislao, che ne ha 35 e lo stesso afferma che la personalità della donna di una vita «è fatta di chiaroscuri perché nel profondo del suo animo, lui lo sa, c’è un punto rovente da cui nascono slanci appassionati, gesti di sorprendente generosità, ma anche furori e asprezze, soprattutto se crede in pericolo il suo mondo» (p. 167) familiare, per il quale spende tutte le sue energie per la cura della casa, dei figli e del prestigio e onorabilità del marito militare in carriera ed è irriducibile e indomita verso qualche “intrusa”, che cerca di civettare con il marito. Da giovane aveva una figura slanciata, era «stata educata per essere una vera signora. Parlava francese» (pp. 17-18) e aveva studiato musica e gli piaceva leggere romanzi storici come Quo Vadis; da donna anziana aveva «il corpo appesantito e i capelli bianchi» (p. 335).

Il matrimonio tra i due protagonisti è, come afferma la stessa Amelia, «un matrimonio combinato» (p. 34) dalla signora De Luise nata Grillo zia del futuro sposo, come era consuetudine all’epoca, quando i giovani per sposarsi dovevano ottenere il consenso dei genitori e l’esercito pretendeva che i suoi graduati mantenessero alto il loro decoro e esigeva che le future spose appartenessero a un ceto rispettabile e soprattutto avessero  «una dote superiore a certi limiti» (p. 19). Il titolo del libro I lati del cerchio, come spiega al marito la stessa protagonista, quando acconsente alle nozze: «Saremo come i tre lati di un cerchio» e lui le risponde: «I cerchi non hanno lati, Amelia». «Lei si raddrizzò per guardarlo negli occhi. “Ma il nostro sì: tu, io e i figli che verranno. E il nostro sarà un cerchio d’amore che ci proteggerà» (p. 124).              

Fanno da cornice ai due protagonisti principali tutti una serie di personaggi, ad iniziare da quelli più propriamente familiari, i figli soprattutto; il figlio primogenito di Stanislao, Carlo, che nato fuori dal matrimonio, è in un primo tempo accolto male in casa e perciò sarà allevato dai nonni paterni e seguirà la carriera militare del padre. Degli altri figli Ginevra, Giuseppe, Sara, Luigi, Cesare, Maria Grazia e Anna, dei quali sono ricordati gli eventi della fanciullezza e dell’adolescenza. Accanto ad Amelia ritroviamo il padre, la madre, le sorelle Sofia e Bianca, che prima tenta di accasarsi con Prospero Colonna nipote del principe Colonna di Stigliano e poi sposa il maggiore Riccardo Longo amico del cognato Stanislao; il fratello Carlo, maggiore di artiglieria e poi Eugenio.

Seguono le figure di amici e compari come il Conte Tomacelli e la giovane moglie e per finire quelle dalle diverse domestiche di casa, come Concetta, Gianna «la forzuta» (p. 214), Gina «una fata bionda con gli occhi azzurri che portava come una principessa il suo abito stinto» (p. 237) vittima delle angherie del patrigno; poi le figure dei diversi attendenti al servizio del colonnello Smiraglia, figure simpatiche che danno colore alla narrazione come «il soldato Sasso, detto Gran Sasso per la sua corporatura e perché veniva dall’Abruzzo» (p. 28), molto affezionato al capitano tanto da seguirlo a Pantelleria e che poi ritroverà un giorno a Napoli. Tito Tazio, «che si sente importante» (p. 143) per il nome che porta; Alfonso Ferri «un toscano di una bellezza troppo perfetta, troppo liscia, troppo dorata per essergli simpatico» (p. 210) ma che da borghese faceva il cuoco e cucinava divinamente il pesce, che Amelia odiava pulire e raccontava favole antiche ai «piccoli Smiraglia» (p. 219) ma era vittima di nonnismo da parte del «forte violento, feroce» (p. 221) Arturo Cane. Il rosso «Ronco dalle grandi mani e dai piedi enormi, un po’ militare e un po’ selvatico» (p. 233) e poi l’attendente Gaetano Esposito detto «Mangiacavallo» (p.285).

 Il romanzo si chiude con una sorta di triste amarezza, non solo per la morte dei due protagonisti ma anche per la costatazione che tutta l’energia vitale, dell’ormai anziano Stanislao, «era stata risucchiata dalla corrosiva stanchezza di dover vivere in un’epoca che gli aveva reso estraneo il mondo» (p. 335), una costatazione questa a cui giungono molti di coloro i quali vivono a lungo e con tali cambiamenti epocali da farli sembrare fuori luogo e fuori tempo massimo.

La stessa Scrittrice afferma nella Una Prefazione o quasi, nel chiarire ai lettori del suo personale rapporto con le vicende che racconta: «Ho cercato le orme di Amelia e Stanislao nei documenti nelle memorie e nei libri, nei luoghi e in me stessa, e le ho trovate. Allora ho visto i miei nonni e i loro figli camminare nelle larghe strade del tempo, dove iniziano e muoiono tutte le storie del mondo» (p. 11), ad indicare quasi che la vicenda narrata fosse l’emblema di tutte le storie familiari del mondo.

Ecco perché il linguaggio utilizzato dall’Autrice è un “lessico familiare”, scorrevole e avvolgente. La prosa si rivela agile e chiara, in essa si scorgono riportati ampi brani di lettere, che i due protagonisti si sono scambiati a testimoniare della veridicità della vicenda narrata ma anche ampi dialoghi di discussione sui problemi, che i due primi attori hanno dovuto affrontare lungo l’arco della loro vita, per far sì che la loro famiglia testimoniasse il suo ingresso e impegno nelle vicende di questa nostra umanità.  

Castel Volturno 18.07.2020                                                                                                                   Alfonso Caprio         

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