Il ritratto in ceramica di Dino Abbascià

di Franco Presicci

Giuseppe Fasano ha mantenuto la promessa. Ha eseguito il ritratto in ceramica di Dino Abbascià, il signore della frutta che ci ha fatto conoscere deliziosi sapori stranieri; l’uomo acuto e vulcanico che reggeva con saggezza, competenza ed entusiasmo presidenze e vicepresidenze di enti regionali e nazionali…

Quel ritratto, che coglie Abbascià in uno dei pochi momenti in cui il suo luminoso sorriso latitava, lo ha consegnato, suscitando commozione, pochi mesi dopo la morte del corregionale venuto da Bisceglie per diventare qualcuno.

“Una sera a cena con me, sua moglie Maria Teresa, Francesco Lenoci…si fece pensieroso leggendo l’etichetta di una bottiglia di vino di Al Bano – Don Carmelo, Rosato del Salento; quella bottiglia, che lui considerava un dono prezioso, era personalizzata da una dedica dello stesso cantante: Riserva Speciale Dino Abbascià. Era così concentrato su quell’immagine, che non appagò la mia curiosità su un’antica fabbrica di fiammiferi del suo paese”. Quell’espressione gli è tornata alla mente mentre si accingeva a plasmare l’argilla, accarezzandola, lisciandola per immortalarvi l’amico.

L’arte della ceramica è universale, millenaria, è nata quasi con l’uomo, vanta scoperte e innovazioni; e richiede abilità di gesti, fantasia fertile, oltre che capacità tecniche, intelligenza plastica. Al primo strillo, nudo e con la testa in giù (da allora sono passati 56 anni), Giuseppe Fasano già aveva un pezzo di creta in mano: il padre Nicola la trasfigurava in capolavori (come avevano fatto i suoi antenati), lavorando in uno degli antri di Grottaglie che hanno dato il nome alla città. Lui non poteva deviare, avendo ereditato la linfa dell’ispirazione, l’amore per questa materia miracolosa. Chi non conosce in Italia e all’estero il nome dei Fasano? La loro biografia; la qualità degli oggetti sagomati; il prestigio, la forza di volontà, la genialità delle idee di Nicola, che pilotò l’azienda dal 1948, estendendo il mercato, nidificando negozi, incoraggiando i figli.

Giuseppe voleva bene a Dino. Come gliene volevano tanti. Al Bano lo ospitò nella sua masseria di Cellino San Marco. Amico sincero di Dino era anche il professor Francesco Lenoci, che, citandolo, lo definisce “il mio presidente preferito”. Adesso Dino, che io, celiando ma non troppo, indicavo come sosia dell’attore Serge Reggiani, campeggia in quel ritratto così espressivo.

“Ora metterò mano alla scultura: avevo promesso anche quella. Ma non dev’essere statica; deve ricordare un suo gesto tipico”.

Fasano ha frequentato Abbascià e le iniziative che sosteneva anche dopo la chiusura dei propri negozi a Milano: quello di corso Italia 64, zona Duomo, e successivamente quello di via Nino Bixio, a Porta Venezia. Li ha tenuti per 25 anni, dal ’75, onorando la sua Grottaglie, dove da secoli i figuli si tramandano il mestiere da padre in figlio, arricchendo sempre di più le proprie esperienze.

Per incontrare Dino, Giuseppe si metteva apposta al volante dell’auto. E nelle loro conversazioni riemergevano spesso figure di pugliesi idealmente iscritti nell’albo d’oro di Milano. Per esempio, il grande gallerista martinese Guido Le Noci, che nel suo spazio di via Brera accolse mostre delle firme più rappresentative dell’arte contemporanea; il giornalista troiano Antonio Velluto, uno dei pilastri della tivù di corso Sempione; l’avvocato Enrico Sbisà, di Bitonto; il cerignolese Peppino Strippoli, che tra l’altro costituì il “Cenacolo Pugliese” con Gustavo Montanari; Guglielmo Miani, di Andria, che nel capoluogo lombardo iniziò manipolando ago e filo da sarto di talento, inaugurando poi negozi di lusso (uno, Larus, in via Manzoni); Nino Palumbo, di Trani, autore di “Pane verde” e di altri volumi di successo; Giacomo Lezoche, commercialista tranese; Filippo Alto, pittore celebrato da critici consacrati; Mario Azzella, di Trani, giornalista Rai; e le iniziative, come la rivista “Terra di Puglia”, sorta nel 1930 avendo come direttore Alfredo Violante, di Rutigliano, e segretario di direzione Arnaldo De Palma, di San Severo; e l’altra, “Ipotesi”, che nel numero dell’aprile-maggio ’76 presentava un breve scritto in cui Carlo Bo manifestava la sua “sincera ammirazione per Nino Palumbo”….

Fu Chechele, Michele Jacubino, titolare del ristorante “La Porta rossa” di via Vittor Pisani, a parlarmi per primo di Giuseppe Fasano, proclamandolo “principe della ceramica”. Comperava da lui capase, boccali e altri oggetti da schierare sulle mensole del locale; o in un angolo illuminato della sala sottostante in cui troneggiava un capasone con le anse alzate come le braccia di Mussolini negli atteggiamenti oratori.

“Ti porterò a visitare la sua bottega e vedrai che ti piacerà”, mi promise una mattina del ’76, successiva ad una festa pugliese al Cida (Centro informazioni d’arte), retta dall’architetto d’interni Lambros Dose, proprietario del Museo delle Cere che stava nel mezzanino della stazione Centrale.

Poi cambiò discorso: “Io vorrei dire grazie a Milano, per ciò che mi ha consentito di realizzare. Vorrei fare qualcosa…non so…un libro…magari con tutte le fotografie delle personalità che ho ricevuto”. Parlava e vagava con lo sguardo dalla parete affollata di attori del teatro e del cinema, cantanti, artisti, scrittori…al forno dove cuoceva il pane. Accettò invece la mia idea di istituire un premio di giornalismo. E, sollecito com’era, dopo un paio di mesi si riunì per la prima volta la giuria, nutrita di vip della carta stampata, dell’editoria, della tavolozza, da Ugo Ronfani, vicedirettore de “Il Giorno”, a Baldassarre Molossi, de “La Gazzetta di Parma. ” , a Raffaele De Grada, critico e storico dell’arte. La prima edizione venne assegnata al barese Giovanni Valentini, che a 29 anni dirigeva con saggezza “L’Europeo”.

Chechele era di Apricena, che si vuole costruita per decisione di Federico II, che in una cena – si racconta – proprio in quella città da lui prediletta si fece portare in tavola un cinghiale da lui stesso catturato.

Il papà de “La Porta Rossa” aveva studiato alla scuola della vita e sapeva come trattare le persone. Misurava le parole quando s’intratteneva con i clienti che gli erano diventati amici; li accoglieva sulla soglia abbracciandoli, ed era spesso sulle pagine dei giornali ad esaltare la sua Puglia. Era schietto, leale, accorto, rispettoso, sempre pronto a mettere progetti in cantiere.

Mario Dilio, gustando le orecchiette preparate da Nennella, la moglie di Chechele, con il noto e apprezzato pittore suo concittadino Filippo Alto ed altri, sentenziò che il ristoratore di via Vittor Pisani meritava di essere nominato ambasciatore della Puglia a Milano. Qualcuno ascoltò, la voce si sparse e il titolo venne informalmente assegnato. Del resto Mario Dilio non era uno qualunque: scriveva di economia e di movimenti migratori, di storia anche in libri (“Puglia antifascista”…). Era rientrato a Bari dopo aver lasciato il posto di capo ufficio stampa di un’azienda automobilistica e lì continuava a pubblicare, riprendendo i contatti con l’amico Vittore Fiore, giornalista, scrittore e poeta (si aggiudicò un Premio Fraccacreta a San Severo; lavorò all’ufficio stampa della Fiera del Levante), figlio di Tommaso, l’autore di “Un popolo di formiche”, Premio Viareggio nel ’52, e di altre opere, tra cui “I formiconi di Puglia”.

A Dilio Chechele riferì il proposito di creare anche un altro Premio per i pugliesi meritevoli di Milano. Aveva già pensato a Daniele Piombi come presentatore della cerimonia di consegna; e ad alcuni candidati da sottoporre al giudizio della giuria. Uno di questi, Giuseppe Fasano, “che esporta le sue ceramiche in tutto il mondo ed è presente in fiere e mostre dappertutto, a Berlino, New York, Germania, Milano” (e, se fosse ancora tra noi, il dinamico e sensibile apricenese avrebbe accennato anche all’Expo 2015, dove Giuseppe ha presentato i suoi preziosi manufatti).

Il 6 agosto dell’anno scorso il professor Francesco Lenoci, nell’ambito delle sue numerose e dotte conferenze “Storie di creazione di valore”, ha parlato in pubblico a Grottaglie sulle vicende dei Fasano e della ceramica (qualcuno ha ipotizzato che proprio con quella “pasta” Dio ha fatto l’uomo), tra l’altro soffermandosi sulla figura di Nicola, del quale troneggiava il busto. Che sarà presto affiancato da quello di Dino Abbascià.

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