IL SANTO di oggi 5 Settembre – Santa Teresa di Calcutta (Agnes Gonxha Bojaxiu) Vergine, Fondatrice

Santa Teresa di Calcutta (Agnes Gonxha Bojaxiu) Vergine, Fondatrice

5 settembre

Skopje, Macedonia, 26 agosto 1910 – Calcutta, 5 settembre 1997

A 18 anni decise di entrare nella Congregazione delle Suore Missionarie di Nostra Signora di Loreto. Partita nel 1928 per l’Irlanda, un anno dopo è in India. Nel 1931 la giovane Agnes emette i primi voti prendendo il nuovo nome di suor Mary Teresa del Bambin Gesù (scelto per la sua devozione alla santa di Lisieux), e per circa vent’anni insegna storia e geografia alle ragazze di buona famiglia nel collegio delle suore di Loreto a Entally, zona orientale di Calcutta. Il 10 settembre 1946, mentre era in treno diretta a Darjeeling per gli esercizi spirituali, avvertì la “seconda chiamata”: lei doveva lasciare il convento per i più poveri dei poveri. Lasciò le suore di Loreto il 16 agosto 1948. Nel 1950 la sua nuova congregazione delle Missionarie della Carità ottenne il riconoscimento dalla Chiesa.

Martirologio Romano: A Calcutta in India, beata Teresa (Agnese) Gonhxa Bojaxhiu, vergine, che, nata in Albania, estinse la sete di Cristo abbandonato sulla croce con la sua immensa carità verso i fratelli più poveri e istituì le Congregazioni delle Missionarie e dei Missionari della Carità al pieno servizio dei malati e dei diseredati.

Radici indelebili

Madre Teresa di Calcutta: un’icona già in vita, una leggenda per tutti i popoli della terra. Universalmente nota, già santa, per il mondo, quando percorreva strade, ospedali, lebbrosari, incontrava capi di governo, segretari di Stato, sovrani, ambasciatori, Pontefici. Fu la prima persona non politica ad essere raffigurata da viva su un francobollo.
Proprio Madre Teresa, che non amava parlare in pubblico, avendo ribrezzo della notorietà (“Non sono fatta per incontri e convegni. Io e il parlare in pubblico non andiamo d’accordo”), venne chiamata a parlare con i grandi del pianeta, ad assemblee e convegni internazionali, a ricevere onorificenze e premi prestigiosissimi, fino al Nobel per la pace del 1979, ad apparire sulle testate giornalistiche, sui rotocalchi e sugli schermi televisivi di tutto il mondo.
Quando si entra in una chiesa o cappella delle Missionarie della Carità, si mette subito a fuoco la croce che sovrasta l’altare, al fianco della quale si trova la scritta: “I thirst” (Ho sete). Qui si trova la sintesi della vita e delle opere di Madre Teresa di Calcutta, chiamata a placare la sete di Cristo.
Madre Teresa non fu un’operatrice sociale come la vede qualcuno, volontariamente o involontariamente, confondendo la missionaria con la crocerossina. Lei stessa ripeteva: “Noi non siamo operatori sociali, ma religiose nel mondo, contemplative attive nel mondo, l’amore di Dio in azione. Tutto quello che facciamo lo facciamo per amore, con amore, per Gesù”. In una lettera alle sue consorelle rende chiarissimo il carisma dell’Ordine: “Mie care figlie, senza la sofferenza il nostro lavoro sarebbe solo un’opera sociale, molto buona e utile, ma non sarebbe l’opera di Gesù Cristo, non sarebbe parte della redenzione. Gesù ci ha voluto aiutare, condividendo la vita, la solitudine, l’agonia e la morte”.
Donna di fede, di speranza, di carità, di indicibile coraggio, Madre Teresa aveva una spiritualità cristocentrica ed eucaristica. Usava dire: “Io non posso immaginare neanche un istante della mia vita senza Gesù. Il premio più grande per me è amare Gesù e servirlo nei poveri”. Per questo raccomandava le sue suore in questi termini: “Se saprai pregare, saprai anche amare e servire, testimoniare quest’amore a tutti”.
Non aveva simpatia per i giornalisti, che l’hanno intervistata spesso. Li guardava sempre con diffidenza e sospetto, arrivando a dire: “Preferisco lavare un lebbroso che parlare con un giornalista”. Eppure non poté sottrarsi né alla carta stampata, né ai riflettori di un mondo che stava sempre più divenendo mediatico, amplificando ogni notizia, facendo della storia, macro e micro, un grande spettacolo. Lei non voleva entrare in quello spettacolo, ma le sue opere divennero troppo note perché godesse il “lusso” del silenzio. Tuttavia, fu anche grazie alle notizia diffuse dai mezzi di comunicazione che molti conobbero la realtà nata dalle mani di Madre Teresa e divennero, così, benefattori delle Missionarie della Carità. E fu ancora grazie a tale fama che Madre Teresa è divenuta familiare a tutti, è entrata nelle case di tutti con la sua figura minuta, con le mani giunte o in procinto di accarezzare un malato, un moribondo, un lebbroso, un bimbo dagli arti tanto rinsecchiti da sembrare rami di un albero invernale, dagli occhi più grandi del volto.
Dal granello di senapa crebbe un enorme albero, una foresta, dove “vengono gli uccelli del cielo e si annidano fra i suoi rami” (Mt 13,32). Questa suora dalle caratteristiche somatiche e caratteriali europee, dall’abito indiano e dai sandali francescani, estranea a nessuno, credenti, non credenti, cattolici e non cattolici, si fece apprezzare e stimare in un Paese dove i seguaci di Cristo sono la minoranza, in un Paese dove oggi i cristiani sono perseguitati, comprese le suore di Madre Teresa.
Madre Teresa è stata maestra di vita per le sue suore, gli orfani, i malati, i poveri, i lebbrosi e continua a esserlo per migliaia e migliaia di persone. Lo è anche attraverso gli scritti e le riflessioni che ci ha lasciato: vere miniere di saggezza e di verità. In questi documenti si ritrova tutta la sua filosofia, che a volte riusciva a sintetizzare in una manciata di parole. Insegnamenti che vanno dritti al cuore, all’essenza dell’esistere, al segreto che conduce alla realizzazione di sé: “Bisogna fare cose comuni con un amore straordinario”. Emblematici i suoi insegnamenti:

Qual è…
Il giorno più bello: oggi.
La cosa più facile: sbagliarsi.
L’ostacolo più grande: la paura.
L’errore maggiore: arrendersi.
L’origine di tutti i mali: l’egoismo.
La distrazione più bella: il lavoro.
La peggiore sconfitta: lo scoraggiamento.
I migliori professori: i bambini.
Il bisogno principale: la comunicazione.
Ciò che ci fa più felici: essere utili agli altri.
Il mistero più grande: la morte.
Il difetto peggiore: il malumore.
La persona più pericolosa: il bugiardo.
Il sentimento più disastroso: il rancore.
Il regalo più bello: il perdono.
La cosa più indispensabile: la famiglia.
La rotta più veloce: quella giusta.
La sensazione più piacevole: la pace spirituale.
La protezione più efficace: il sorriso.
La migliore medicina: l’ottimismo.
La soddisfazione più grande: aver fatto il proprio dovere.
La forza più poderosa del mondo: la fede.
Le persone più necessarie: i genitori.
La più bella delle cose: l’amore.

Madre Teresa, nata e cresciuta in una terra dove convivevano cristiani, musulmani, ortodossi, ha tratto esperienza ed insegnamento dalla sua gente abituata all’intreccio di religioni diverse; infatti, non le fu difficile operare in India, terra anch’essa dalle lontane tradizioni di tollenza-intolleranza religiosa, a seconda dei periodi storici. Terre, sia quella albanese, sia quella indiana, dove pesantissimi sono stati gli attacchi contro i cattolici, fino alle persecuzioni più feroci. Madre Teresa definiva così la sua identità: “Di sangue sono albanese. Ho la cittadinanza indiana. Sono una monaca cattolica. Per vocazione appartengo al mondo intero. Nel cuore sono totalmente di Gesù”.
La sua vocazione era quella di appartenere veramente al mondo intero. Grazie a quella forma mentis sviluppatasi fin dalla più tenera età, le risultava naturale, seppur a volte non semplice, superare gli ostacoli delle differenze di ogni tipo:
Il nostro fine è portare Dio ed il suo amore ai più poveri dei poveri, senza distinzione di origine etnica o di fede. Offrendogli il nostro aiuto, non consideriamo le loro credenze, ma i loro bisogni. Non cerchiamo mai di convertire al cristianesimo coloro che ricevono il nostro aiuto. Però il nostro lavoro è la viva testimonianza dell’onnipresenza dell’amore di Dio. E se, per mezzo di questa testimonianza, otteniamo che cattolici, protestanti, buddisti o agnostici siano esseri umani un po’ migliori, saremo soddisfatti. Crescendo e vivendo circondati dall’amore, si troveranno più vicini a Dio, e potranno trovare Lui e la Sua immensa bontà.
Il suo bagaglio culturale era stato preparato già nell’infanzia, si era formato sotto l’occhio vigile di una madre che, con una carità fuori dal comune, tutti aiutava, tutti soccorreva, senza fare alcuna distinzione. Drane Bernaj Bojaxhiu, di nobili origini, fu realmente la Madre Teresa di Skopje e nella figlia infuse l’immenso amore per Dio e per i poveri.
Mai nessuno è stato rifiutato nelle case di Madre Teresa, in quanto lei non ha mai guardato alla forma della persona, ma all’essenza, in virtù di quel “In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40) e proprio per tale ragione il fratello più piccolo diventava meritevole di ogni tipo di attenzione: lei rispettava quelle idee, ma sia ben chiaro, non è mai venuta a patti con esse, rimanendo fedele alla Chiesa, depositaria della Verità rivelata, e al suo Sposo, Cristo Re, morto sulla croce per la salvezza di tutti, quella croce che Madre Teresa, colei che fece voto di non negare mai nulla a Dio, volle abbracciare fino in fondo.
Fiumi di parole non sembrano bastare mai per delineare la figura di questa piccola ed immensa donna di Dio, ecco perché giornalisti e scrittori continuano ad occuparsi della Madre dei sofferenti ed ecco perché moltissimi continuano ad avere la curiosità di conoscerla di più, perché nessuno è mai sazio di lei.
Ma come avrà mai fatto a diventare Madre Teresa di Calcutta?
Tutto ebbe inizio fra le pareti della propria casa.
Madre Teresa non parlava mai dei suoi familiari e della sua terra. Era un muro di riservatezza. Portava dentro i “segreti”, gli affetti e ciò che da essi era scaturito rimasero sempre serrati nel suo cuore. Non parlava dei suoi cari e non parlava di sé: era Gesù il centro del suo cuore, erano i poveri che ruotavano intorno a Lui.
Tuttavia, molto ha da dire, oggi che è ufficialmente riconosciuta beata dalla Chiesa, di se stessa, della sua storia privata, di quella straordinaria famiglia in cui è nata, cresciuta e si è formata, diventando Madre Teresa di Calcutta. Le premesse erano tutte presenti già là, a Skopje.
Anjeze Bojaxhiu nasce il 27 agosto 1910 a Skopje, in Macedonia, quando sul territorio è ancora presente il dominio turco, che per cinque secoli, dalla morte dell’eroe nazionale Gjergj Kastrioti Skanderbeg (1405-1468), soggiogò il popolo albanese a cui apparteneva Madre Teresa, fino al 1912. Da piccolo l’eroe nazionale dell’Albania fu istruito dai turchi nell’arte militare e successivamente fece carriera nell’esercito ottomano. Il principe di Kruje combatté per gli ottomani, fino a quando, alla testa di un gruppo di fedelissimi, si riprese il castello di Kruje in Albania. Il sultano Murad II, furioso per il tradimento, inviò contro gli albanesi un potente esercito guidato da Ali Pascià. Skanderbeg riuscì a fermare l’esercito ottomano con imprese mirabolanti, unendo le tribù dell’Epiro e dell’Albania. Le forze di Skanderbeg erano notevolmente inferiori dal punto di vista numerico, ma grazie alla sua tattica militare i turchi riportarono una cocente sconfitta, che infuriò il sultano a tal punto da ordinare un’altra spedizione contro gli albanesi, ma Skanderbeg ne uscì anche questa volta vittorioso, guadagnando così i titoli di “difensore impavido della civiltà occidentale” e di “atleta di Cristo” dal Papa.
Murad II non si rassegnò, perciò dispose due eserciti per un complessivo di 25.000 uomini, ma l’esito per gli ottomani fu ugualmente disastroso. Le imprese di Skanderbeg, tuttavia, preoccupavano i veneziani, che, vedendo in pericolo i traffici nel frattempo stabiliti con i turchi, si allearono con il sultano per contrastare Skanderbeg, ma inutilmente. Nella primavera del 1449, Murad II in persona intervenne contro l’Albania con un esercito imponente per l’epoca. Tra scontri ed assedi, i turchi persero metà dell’esercito. Il tentativo di conquista dell’impero di Skanderbeg da parte dei più abili pascià turchi continuò, con spedizioni continue contro il castello di Kruje, ma nessuna ne uscì vittoriosa
La fama di Skanderbeg oltrepassò i confini. Nel 1458 si recò in Italia per aiutare Ferdinando I, re di Napoli, figlio del suo amico e protettore Alfonso d’Aragona nella lotta contro il rivale Giovanni d’Angiò e del suo esercito. Collezionò successi a trionfi e, finché rimase in vita, i turchi non riuscirono mai a conquistare il suo impero. Skanderbeg morì di malaria ad Alessio, il 17 gennaio 1468. Kruje, l’eroica cittadina, cadde nelle mani turche dieci anni dopo e con essa tutta l’Albania passò sotto il dominio ottomano.
Buona parte della popolazione albanese, di origine illirica, nonostante abbia subito la sopraffazione ottomana, è riuscita a sopravvivere con le sue tradizioni e con la sua profonda fede cattolica, che affonda le radici in san Paolo, il quale nella lettera ai Romani così si esprime: “Tanto che da Gerusalemme e paesi circonvicini, fino alla Dalmazia ho portato a compimento la missione di predicare il Vangelo di Cristo” (Rm 15,19).
Il cristianesimo trovò terreno fertile in questa area, tanto che nel 283 d.C. venne eletto papa Gaino, originario di Saloma. Con la caduta dell’impero albanese nelle mani dei turchi, molti emigrarono a Venezia, oppure nell’Italia meridionale, chi rimase dovette convertirsi alla religione islamica. Molti morirono per la fede, come i martiri di Stublla, Binça, Vërnakolla e Terzijaj nel 1846-1848, che furono deportati con la forza in Turchia al fine di eliminare, senza successo, le tracce della fede cristiana in queste terre. Inoltre, maturò il fenomeno dei “laramani”, cioè criptocattolici: di convinzione e coscienza cattolici, ma con nomi, costumi ed usanze di carattere musulmano.
Cultura, lingua e letteratura dell’Albania sono strettamente unite al cristianesimo in quanto, per diversi secoli, furono divulgate con libri pubblicati dalla Chiesa. Proprio quest’ultima ed i suoi sacerdoti hanno continuato a mantenere viva la fede, proteggendo lingua, cultura e letteratura albanese. Il ruolo della Chiesa viene riconosciuto da tutti, compresa dalla stessa Albania atea e comunista, che il 13 novembre 1967 abolì e vietò, con decreto statale, qualsiasi religione. La conseguenza di questo provvedimento fu immediatamente visibile con la distruzione di 268 chiese.
In mezzo a tanta devastazione religiosa e, dunque, anche morale, là dove lo spirito antireligioso del regime stalinista del dittatore Enver Hoxha portò squallore e angoscia sociale, emerge, come un faro luminosissimo, Madre Teresa.
La famiglia Bojaxhiu era composta da commercianti e combattenti, perché la guerra era di casa, come in tanti e tanti altri nuclei albanesi, che per secoli e secoli hanno dovuto imbracciare le armi per difendersi. Gli affari dei Bojaxhiu si estendevano fino a Misir, in Egitto. Un ramo della famiglia si stabilì a Prizren, un’antica città della provincia autonoma del Kosovo, ed un altro a Skopje. I membri si spostavano per seguire i commerci, ma anche per fuggire alle epidemie, soprattutto di colera, che colpì duramente la popolazione di Prizren fra il 1850 e il 1855, oppure per scampare alle cruente persecuzioni dei turchi; una sera quest’ultimi radunarono tutti i capi delle famiglie cattoliche di Prizren per una cena e proprio in quell’occasione li tradirono, trucidandoli in maniera orrenda, come è stato tramandato dalla memoria orale .
Gente provata dalla sofferenza, dalla povertà e dalle guerre. Gente che fondava la propria esistenza sui forti legami familiari, sull’amicizia e sulla parola data in qualsiasi ambiente o circostanza, la “parola d’onore”. Un giorno spiegherà alle sue suore Madre Teresa: gli albanesi “hanno una parola, besa, che significa che anche se hai ucciso mio padre e la polizia è sulle tue tracce, se ti ho dato la mia parola non rivelerò mai il tuo nome, nemmeno se vengo condannato a morte dalla polizia” . Alla “parola”, data a Dio e agli uomini, Madre Teresa sarà sempre fedele e, pur di rimanere tale, era disposta a pagare qualsiasi prezzo.
Anjeze, in famiglia amabilmente chiamata Gonxhe, cioè Bocciolo di fiore, respirerà questa cultura e vedrà sempre la porta della sua dimora aprirsi quotidianamente a donne e uomini bisognosi di pane e di cure, un preludio di quella porta, in legno, con una croce in legno sovrapposta, al Lower Circular Road 54/A di Calcutta, la Casa Madre delle Missionarie della Carità. A lato della porta una semplicissima e povera targa indicherà la sua nuova dimora: Mother Teresa M.C.
I genitori di Anjeze Gonxhe erano kosovari benestanti; il padre Kolë (1873-1918) era originario di Prizren, la madre Drane (1889-1972) di Novosella (Gjakova); non a caso Madre Teresa sarà sempre molto legata al Kosovo. Quando la famiglia Bojaxhiu arrivò a Skopje, godeva già di un notevole benessere, grazie agli ottimi affari fatti con gli esercizi commerciali che gestiva. La nonna di Gonxhe, Çila, lavorava insieme al marito, nonno Lazër. “Nonna Cila”, racconterà Lazër Bojaxhiu (1908-1981), fratello di Anjeze e di Age (1913-1973) al primo e al più grande biografo di Madre Teresa di Calcutta, don Lush Gjergji, “era particolarmente in gamba, eravamo molto ricchi, avevamo molti lavoratori che ci aiutavano, eseguivano ricami ed altri lavori femminili, mentre lei si occupava dell’andamento degli affari. Dunque, era una famiglia di antica tradizione mercantile”, tradizione che proseguì con il padre di Lazër e di Gonxhe, Kolë Bojaxhiu, un commerciante molto noto. Inizialmente lavorava e collaborava con il dottor Suškalović, che in quel tempo era uno dei medici più noti a Skopje e gli voleva molto bene. Probabilmente per questo motivo molti autori hanno scritto che mio padre era farmacista o droghiere, in quanto lavorava con un medico e vendeva medicinali. Ma era un commerciante ed un buon imprenditore. Assieme ad un amico era titolare di un’impresa edile molto forte, a Skopje. Giunse a possedere varie case, ville, in una delle quali abitavamo noi. Fino a quando morì, facemmo una vita piacevole e serena. Era un uomo molto socievole, cosicché la nostra casa era sempre aperta a tutti (…). Più tardi conobbe un commerciante italiano, un certo signor Morten, probabilmente veneziano, molto ricco, che si occupava di varie merci: alimentari, olio, zucchero, tessuti, pelli, insomma quelli che venivano chiamati “prodotti coloniali”. Papà si associò a lui, e cominciò a viaggiare molto, girando, per così dire, tutta l’Europa .
Con Morten edificò opere private e pubbliche, come la ferrovia che collega Skopje al Kosovo e il primo teatro della città, nel quale si esibirà la stessa famiglia Bojaxhiu con recite, balli, bande musicali, soprattutto con spettacoli rivolti ai bambini.
Kolë era un grande appassionato di musica e fu uno fra i fondatori della banda musicale della città, denominata Zani i maleve, ovvero “La voce delle montagne”, che si esibì per le piazze e le strade di Skopje quando, nel 1912, dopo cinque secoli di sottomissione, l’Albania conquistò l’indipendenza dai turchi. La banda di Kolë Bojaxhiu sfilò suonando inni patriottici, canti popolari e di battaglia. Di quel giorno rimangono preziose fotografie a testimonianza dell’evento.
Nella famiglia di Madre Teresa si respiravano grande calore e affetto, a partire dai genitori:
Quando ritornava ci voleva tutti attorno a sé e ci raccontava per bene tutto quanto aveva visto, fatto o progettato. Ci portava anche molte cose, ma soprattutto era divertente e bello ascoltarlo quando narrava le sue avventure di viaggio. Parlava spesso e molto volentieri con Age (…), mentre Nëna Loke  (…) parlava volentieri con me e con Gonxhe.
Testimoniò ancora Lazër a don Lush:
Papà era un uomo severo, e da noi pretendeva molto. Ricordo che quando tornava a casa alla sera mi svegliava per chiedermi se ero stato bravo durante il giorno, mi interrogava sulla tavola pitagorica e sugli altri compiti scolastici, e sempre ripeteva: “Non dimenticare di chi siete figli!”. Ricordo con gioia la generosità di mio padre. Donava a tutti cibo e denaro, senza farlo notare, né vantarsi. A volte inviava anche me per portare denaro, vestiti, cibo e altri aiuti ai poveri della nostra città… Diceva sempre così: “Voi dovete essere generosi con tutti, perché Dio è stato, ed è, generoso con noi, ci ha dato tanto, tutto, perciò fate bene a tutti…”.
L’ospitalità era una regola di vita praticata con semplicità. Nella casa di Gonxhe, infatti, ogni giorno, a pranzo o a cena, c’era sempre l’anziana signora Markoni, un’ospite fissa: beveva caffé, acquavite e mangiava a tavola con la famiglia, che l’accoglieva amabilmente. Kolë insegnava ai figli: “Accoglietela bene e con amore, perché è povera e abbandonata, non ha nessuno!”.
Anjeze venne battezzata nella cattedrale del Sacro Cuore. A sette anni iniziò a frequentare la scuola cattolica nella chiesa parrocchiale del Sacro Cuore, dove ricevette la Comunione e la Cresima. Poi fu iscritta alla scuola statale. Aveva un carattere molto amabile, non faticava a trovarsi amiche e a instaurare relazioni positive con gli insegnanti. Fu sempre un’ottima allieva: prima della classe, sempre pronta ad aiutare gli altri, anche in famiglia, come accadeva, per esempio, quando la madre ordinava di pulire, a turno, le scarpe; ma il fratello, che malvolentieri eseguiva questo compito, considerato da donna, domandava a Gonxhe di sostituirlo, e la sorella non si esimeva dall’accontentarlo. La mamma, orgogliosa di lei, affermava che non avrebbe goduto per molto tempo la compagnia di Gonxhe o perché sarebbe andata in cielo a causa della sua malferma salute, o perché avrebbe intrapreso la strada della vocazione religiosa.
La generosità fu una qualità che Gonxhe acquisì immediatamente dai suoi genitori. Così Madre Teresa ricorderà suo padre: “Papà Kolë mi diceva così: “Figlia mia, non prendere né accettare mai un boccone se non è diviso con gli altri!” oppure, “L’egoismo è una malattia spirituale che ti rende schiavo e non ti permette di vivere o servire gli altri!”. Nella famiglia di Madre Teresa ricchezza materiale e ricchezza spirituale si amalgamavano perfettamente. Gonxhe scoprì il “segreto” della vita proprio fra le pareti di casa sua: combattere ogni male del mondo con amore e per amore perché, come dirà poi Madre Teresa: “Solo l’Amore salverà il mondo!”.
In Albania, a causa delle tante tragedie, guerre e soprusi che nei secoli si erano susseguiti, si era stabilito fra la popolazione un senso di solidarietà e accoglienza molto forte. In tutto questo si nasconde un profondo sentimento religioso, perno sul quale ruotava e ruota la tradizione albanese. La regola sulla quale si fonda l’accoglienza albanese è: “La casa è di Dio e dell’ospite”; mentre i simboli sono tre: pane, sale e cuore. Ebbene, Madre Teresa farà di questa regola e di questi simboli la sua ragione di vita. Ogni dimora che aprirà sarà la casa di Dio e, di conseguenza, la casa dove ospiterà, sfamerà, disseterà, curerà i poveri, che definiva suoi fratelli. Il suo pane non sarà soltanto quello di farina, ma soprattutto quello di Gesù eucaristia, sorgente della sua forza. Il suo sale sarà il gusto per la vita, attinto alla fonte della fede, immensa, dirompente, straripante… Chi non conosce il suo inno alla vita?

La vita è un’opportunità, coglila!
La vita è bellezza, ammirala!
La vita è beatitudine, assaporala!
La vita è un sogno, fanne una realtà!
La vita è una sfida, affrontala!
La vita è un dovere, compilo!
La vita è un gioco, giocalo!
La vita è preziosa, abbine cura!
La vita è una ricchezza, conservala!
La vita è amore, godine!
La vita è mistero, scoprilo!
La vita è promessa, adempila!
La vita è tristezza, superala!
La vita è un inno, cantalo!
La vita è una lotta, accettala!
La vita è una tragedia, afferrala, corpo a corpo!
La vita è un’avventura, rischiala!
La vita è felicità, meritala!
La vita è la vita, difendila!

In questi versi sta il sale, quello che dà sapore alla realtà visibile, che dà la ragione a tutto ciò che è, quel sale che, insaporendo l’esistere, offre la chiave della saggezza e della sapienza.
In ultimo, il cuore, cioè l’amore. Ancora oggi, fra il popolo albanese esiste questa usanza: quando si offre qualcosa a qualcuno si usa la mano destra per porgere, mentre la mano sinistra viene tenuta al petto per simboleggiare l’offerta fatta con tutto il cuore. Una tradizione che Gonxhe assorbì fin nel profondo e porterà fuori dalla propria casa e dai confini albanesi, fino alle strade più abbandonate del mondo.

Alla scuola della famiglia

Otre alla tradizione, sulla quale si fondavano solidarietà e sentire religioso, tragedie patite, bisogno morale e materiale, nella famiglia Bojaxhiu c’era il seme della fortezza, pronta a fronteggiare qualsiasi avversità, ma nel contempo era presente la finezza dei sentimenti. Tutti i familiari di Madre Teresa asseriscono che lei avesse preso moltissimo delle caratteristiche materne, perchè nella carità erano una lo specchio dell’altra. Il “dare” sempre e comunque di casa Bojaxhiu era dettato, oltre che dagli usi e costumi albanesi, anche dall’indole benigna e magnanime di mamma Drane, nella quale si sposavano felicemente la pietas e la caritas cristiane.
La preghiera ed il rosario recitato insieme erano il collante che saldava tutti i componenti del nucleo familiare. Userà dire Madre Teresa: “Se facciamo entrare la preghiera in famiglia, essa si unirà sempre più; si ameranno gli uni agli altri. Riunitevi per pregare anche solo per cinque minuti e da lì nascerà la vostra forza”. Inoltre, parlando ai lettori della rivista “Drita”, nel giugno del 1979, dichiarerà:
Quando penso a mia mamma e a mio papà, mi viene sempre in mente, quando alla sera eravamo tutti insieme a pregare (…). Vi posso dare un solo consiglio: che al più presto torniate a pregare insieme, perché la famiglia che non prega insieme non può vivere insieme. E non abbiamo mai avuto così bisogno di pregare insieme come oggi. Penso che tutte le difficoltà del mondo abbiano origine dal fatto che non diamo tempo ai bambini, alla preghiera e alla vita insieme. Tutte le crisi del mondo vengono da questo: i genitori sono così presi dal lavoro, che non hanno tempo per i figli. I figli sono soli e non hanno dialogo con i genitori. La madre è il cuore della famiglia. Lei è il focolare che accudisce, custodisce e accoglie i figli.
Lazër non riuscirà a vedere mai più sua madre e sua sorella Age: quando il comunismo prese il potere in Albania nel 1946, nei primi anni non era possibile raggiungerle neppure per lettera. Eroici furono i sacerdoti ed i cattolici di quella tragica ora albanese, durante la quale vennero perpetrate infamie crudeli e la gente condotta alla fame e alla persecuzione.
Drane fu una grandissima donna ed ebbe un’influenza decisiva su tutta la famiglia. Fu proprio lei ad incoraggiare la figlia nel cammino di fede, conducendola sulla strada dei poveri. Era una donna dalla carità smisurata, tanto che ancora oggi a Skopje si usa dire: “Sei generoso come un Bojaxhiu”.
Age divenne giornalista. Lavorava come annunciatrice di Radio Tirana in lingua serbo-croata, ma ad un certo punto venne licenziata, perché colpevole di essere sorella di Lazër, registrato nella lista nera degli albanesi rifugiati in Italia, e di Anjeze, monaca cattolica nota con il nome di Madre Teresa di Calcutta. Mamma e zia vivevano in una stanza ed erano costrette ad utilizzare il bagno con altre persone. Il governo aveva espropriato tutto. Madre [così definisce la zia, con un tono di amorevolezza e grande rispetto] si portò sempre nel cuore il profondissimo e cocente dolore di non aver potuto fare nulla per aiutarle.
Undici anni trascorsero per riuscire a stabilire un contatto epistolare fra Madre Teresa e Nëna Loke. Durissima era stata quella separazione, un dolore lacerante per entrambe.
Mille attenzioni, mille cure aveva Drane Bernaj Bojaxhiu per i propri figli, che amava di una tenerezza infinita. Grazie alle ottime condizioni economiche, la famiglia Bojaxhiu si poteva permettere di trascorrere le vacanze, spesso alle terme di Vrnjačka Banja (distretto di Raška nella parte centrale della Serbia centrale). “Io vi darò tutto”, diceva il padre, “chiedete, pretendete, ma anch’io pretenderò da voi che siate buoni e d’esempio per tutti”.
Testimonia il fratello Lazër:
Il mio papà Kolë spesso mi dava del denaro, o cibo o vestiti, e mi diceva: “Vai da quella famiglia. Non farti notare. Se trovi la porta o la finestra aperta, lascia il nostro aiuto e scappa”. Io ho fatto tante volte questo lavoro, come anche Age e Gonxhe. Mio padre voleva aiutare, ma non farsi notare, facendo quello che dice il Vangelo: “Quando fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra quel che fa la tua destra, affinché la tua elemosina rimanga in segreto; e il Padre tuo che vede nel segreto, ti darà la ricompensa”.
Papà Kolë, un uomo molto intelligente, conosceva più lingue (albanese, serbo-croato, turco, italiano, francese) ed era un abilissimo commerciante; fervente patriota, si interessava di questioni politiche, perciò spese molte energie per la causa albanese, adoperandosi attivamente per l’indipendenza della nazione dal dominio turco.
Ricorderà il figlio Lazër:
Il 28 novembre 1912, si incontrarono da noi i capi delle tribù Barista, Logoraci e Palucaj, con Naraci ed altri, per celebrare l’indipendenza dell’Albania! C’erano anche Bajram Curri, famoso patriota che lottò contro i turchi, Hasan Pristina, Sabri Qytezi e molti altri. Al centro della stanza avevano messo delle scatole di fiammiferi e avevano dato loro fuoco, tanto che le fiamme arrivavano fino al soffitto. Io avevo quattro anni. Per tutta la notte chiacchierarono e cantarono canti degli eroi, accompagnati dalle melodie provenienti dal Çifteli (mandolino tradizionale albanese). Ciò si ripeteva spesso a casa nostra: papà Kolë aiutava materialmente i patrioti, scambiava con loro consigli e opinioni.
Kolë fece studiare non solo l’erede maschio, come si usava fare nella sua terra, ma anche Age e Gonxhe. Era consigliere comunale di Skopje e per la politica diede la vita: era l’autunno del 1918, al termine della I Guerra Mondiale, quando si recò a Belgrado con altri consiglieri e qui vi trovò la morte. Fu avvelenato. Tornò a casa che stava malissimo. Venne portato all’ospedale e la mattina seguente fu operato, ma ogni sforzo per tenerlo in vita fu vano. Era morto il “padre dei poveri”, come lo chiamava la gente di Skopje. Le ultime parole furono per la moglie Drane: “Non preoccuparti, tutto andrà bene. Tutto è nelle mani di Dio… Drane, ti prego di badare ai nostri figli… Da oggi sono tuoi … e di Dio”.
Ai funerali ci fu una partecipazione immensa. Molti commercianti tennero chiuse le loro botteghe. Il lutto fu grande e profondo: moltissimi i poveri in lacrime. Kolë venne sepolto nel cimitero della città, nella sezione destinata ai cattolici. Il 26 luglio 1964 il terremoto danneggiò gravemente il camposanto, perciò la salma fu trasferita fuori dalla città, a Butel, così le spoglie del padre di Madre Teresa, nell’incuranza più assoluta, vennero, come tutte le altre, riesumate e collocate in una fossa comune: di lui non esiste una lapide, una croce, neppure un segno che lo indichi. Afferma don Lush Gjergji:
Questo è il destino della famiglia Bojaxhiu, di tante nostre famiglie e del popolo albanese, la grande sofferenza fa crescere e maturare le grandi personalità, perché è la via più sicura, più stretta per unirsi a Cristo sofferente, per arrivare alla vittoria della risurrezione. Kolë Bojaxhiu ha eretto il più grande monumento vivo avendo cresciuto e educato la grande Madre Teresa, la gloriosa figlia, nata, cresciuta ed educata nella grande famiglia Bojaxhiu.
Proprio a don Lush nel 1979 Madre Teresa, in un articolo pubblicato sulla rivista “Drita”, spiegherà che:
La sofferenza ci aiuta a unirci al Signore, alle sue sofferenze. Quando vedo le sofferenze degli uomini di oggi, più forti che mai, penso che il Calvario sia presente ancora una volta in tutto il mondo, che le sofferenze di Cristo vivono ancora negli uomini di oggi. Così, quando vedo Cristo in croce con il capo ribassato, penso che sia lì per baciare tutti noi e che ha le braccia aperte per abbracciarci tutti e che ha il cuore aperto per prenderci tutti dentro di Sé. Per questo siamo contente quando il Signore ci usa. Non so quanto dolore ci sia nel mondo, quanta miseria, quanto male, ma è un fatto che, anche con questo dolore, ci sono persone che nel dolore sono gioiose.
Nel terremoto del 1964 subirono un grave danno la cattedrale del Sacro Cuore, la casa del Vescovo, la casa parrocchiale e molte altre costruzioni, sia religiose sia civili, fra cui anche la casa natale di Madre Teresa: una bella villa che si trovava al centro della città. La famiglia Bojaxhiu già a Prizren era proprietaria di molte case, quasi un quartiere della città, anche a Skopje possedevano diversi immobili, alcuni dei quali messi a disposizione della gente povera. Oggi nessuna pietra, nessun mattone ricorda il luogo dove nacque e crebbe Madre Teresa, al suo posto si trova un supermercato.
“Eravamo una famiglia felice, piena di gioia, di amore e di bimbi sereni. Anche se frequentavo una scuola laica, la mia famiglia prima, e poi la mia parrocchia del Sacro Cuore, mi hanno dato una sana e profonda educazione religiosa”, così disse un giorno Madre Teresa al figlio spirituale don Lush.
Mamma Drane aveva origini nobili: era nata nella ricca famiglia Bernaj e si era unita in matrimonio con Kolë Bojaxhiu, perché così avevano stabilito le due famiglie. Anche se quello di Drane e Kolë fu un matrimonio combinato, si trattò di un’unione formidabile. Racconterà Madre Teresa:
Io non potrò dimenticare mai mia madre, di solito era molto occupata durante il giorno. Ma quando si avvicinava la sera, aveva l’abitudine di affrettarsi nelle sue faccende, per essere pronta ad accogliere mio padre. Allora non capivamo e solevamo sorridere e anche scherzare un poco per questo. Oggi non posso fare a meno di rievocare la grande delicatezza che aveva per lui: qualunque cosa accadesse, lei era sempre pronta ad accoglierlo col sorriso sulle labbra.
Nel sentire e nel cuore di Madre Teresa ci sarà sempre un immenso amore per la sua famiglia e proprio in virtù di ciò esprimerà in ogni dove la sua altissima considerazione per l’istituzione della famiglia, quale cellula indispensabile e ineliminabile per crescere figli sani, retti ed integri. Parole toccanti e forti userà proprio in riferimento alle doti di chi sa donare se stesso in famiglia, che spesso è il primo ambiente di povertà: “Qualche volta dovremmo farci alcune domande per sapere orientare meglio le nostre azioni. Conosco i poveri? Conosco per prima cosa, i poveri della mia famiglia, della mia casa, quelli che vivono vicino a me: persone che sono povere, però non per mancanza di pane?”; inoltre “Domandiamoci se sappiamo se nostro marito, nostra moglie, i nostri figli o i nostri genitori, pur vivendo con noi, forse vivono isolati dagli altri, senza sentirsi amati”, perché “molte volte basta una parola, uno sguardo, un gesto, perché la felicità riempia il cuore di chi amiamo”. Diceva anche: “Inizia dicendo una parola gentile a tuo figlio, a tuo marito, a tua moglie”, riteneva infatti che il primo luogo in cui fare e dimostrare carità era proprio l’ambiente domestico, altrimenti “come potremo amare Gesù nel prossimo, se non lo amiamo nelle persone che abbiamo vicino, nella nostra famiglia?”. Era convinta che coloro che non sanno giungere al sacrificio per gli affetti della propria casa, non potranno accostarsi ai bisogni dei poveri: “Datemi retta: se non ci si sacrifica gratuitamente per chi ci sta vicino, non lo si potrà nemmeno fare per i poveri”.
La famiglia e il punto focale, dal quale tutto diparte: “La pace e la guerra iniziano da casa. Se veramente desideriamo che il mondo stia in pace, cominciamo ad amarci reciprocamente all’interno delle nostre famiglie. Se vogliamo seminare allegria intorno a noi, abbiamo bisogno che tutta la famiglia viva allegramente”. Basta un solo elemento triste, rabbuiato, musone, a rovinare il clima e l’atmosfera della casa e il suo atteggiamento, estremamente egoistico, ricade sui cuori dei suoi cari.
La morte di Kolë fu una perdita enorme per gli infelici di Skopje e fu una tragedia per la famiglia di Madre Teresa. Il rapporto di lavoro con Morten si interruppe subito e Drane, rimasta vedova, si trovò a fronteggiare una situazione pesantissima, dovendo allevare e mantenere tre figli.
Molto intelligente e molta studiosa, Gonxhe impiegava le sue giornate, oltre che a scuola, frequentando assiduamente la parrocchia di cui era membro attivo, oltre ad essere voce preziosa del coro.
La parrocchia fu la sua seconda casa. I rapporti della famiglia Bojaxhiu con la comunità cattolica locale erano ottimi: il padre, ricco e generoso, era stato un punto di riferimento prezioso per lo stesso arcivescovo di Skopje, monsignor Lazër Mjeda, di cui era amico e a cui doveva molta riconoscenza. Gonxhe, che aveva un approccio appassionato ai libri e adorava la poesia, apprezzava in modo particolare, fra i poeti albanesi, le liriche scritte e pubblicate dal fratello dell’arcivescovo, don Ndrè Mjeda.
Gonxhe, dalla mente brillante e vivacissima, si impegnava intensamente nelle recite parrocchiali, ma anche in quelle allestite al teatro di Skopje; inoltre si esibiva o con la danza o con il mandolino… e poi scriveva poesie. Era molto dinamica ed efficiente, sbrigava ogni cosa con dedizione e slancio, mettendo in pratica l’insegnamento materno: “Mia cara Gonxhe, se fai una cosa, un lavoro, o fallo per bene e con amore o non farlo per niente!”.
Famiglia, nel pensiero di Madre Teresa, equivaleva a scuola di amore, perché soltanto qui e in nessun altra forma umana, così ha sempre creduto e predicato, si impara l’alfabeto del dono di sé: “L’amore inizia quando ci dedichiamo a coloro che sono vicini a noi: i membri della nostra famiglia”. Questo vide nella propria casa, intorno al desco e nelle attività di mamma Drane, sempre pronta a servire, per amore, marito e figli. E, una volta serviti loro, si occupava di servire i poveri di Skopje. Ricorda don Lush Giergji:
La nostra cultura albanese è sostanzialmente una cultura della vita e per la vita, in particolare l’accettazione dei bambini come dono di Dio e la cura per le persone anziane, due gemme della nostra tradizione. In Albania, dove non c’era nessun tipo di intervento assistenziale dello Stato, la donna era il perno, il pilastro, intorno al quale ruotava l’intero sistema sociale: la casa era il rifugio di piccoli e vecchi, di sani e malati, di poveri e ricchi.
La mamma di Gonxhe si trovò dall’oggi al domani ad affrontare una situazione davvero critica. Il giorno non bastava più per sbrigare tutte le faccende, quindi mamma Drane si procurò un lavoro che poteva svolgere anche di notte: sarta di abiti da sposa e di costumi folkloristici, che venivano indossati durante le feste nazionali, religiose e familiari.
Il figlio Lazër la ricorda come una donna veramente forte, indistruttibile, ma allo stesso tempo mite, generosa e, nonostante il durissimo colpo che aveva subito, continuò ad essere generosissima e misericordiosa con i poveri, che continuavano a presentarsi alla loro porta. La fede la sostenne e Gonxhe le assomigliava molto. Educava bene, con poche parole, ma molte azioni ed esempi e ogni sera tutta la famiglia si raccoglieva in preghiera.
La mamma di Gonxhe aveva una devozione tutta particolare per la Madonna di Cërnagora a Letnica, che si venera nel santuario mariano della diocesi di Skopje-Prizren e qui si recava ogni agosto, in occasione della festa dell’Assunzione. Vi andava a piedi con altri pellegrini, e lungo la strada si pregava e si cantava. A questo luogo di preghiera e di devozione popolare, mamma Drane portava anche i suoi figli, anzi Gonxhe, che la mamma usava chiamare con il vezzeggiativo “Gjyli”, e Age arrivavano lì anche un mese prima o più. Alloggiavano in case di conoscenti, oppure in alcuni locali che si trovavano di fronte alla casa parrocchiale. Il padre aveva contribuito a costruire l’edificio, perciò il padrone di casa metteva a disposizione gli ambienti per la famiglia Bojaxhiu. La mamma andava a piedi, mentre i figli viaggiavano su un carro trainato dai cavalli. Gonxhe era abbastanza cagionevole di salute; una volta, ammalata di pertosse e malaria, guarì del tutto a Letnica, la cittadina mariana frequentata ogni anno da migliaia e migliaia di pellegrini.
Il santuario di Letnica si trova in un piccolo villaggio da cui prende il nome; qui in agosto, cristiani e musulmani si recano a pregare la Madonna nera di Cërnagora. Il piccolo paese normalmente non supera i trecento abitanti, ma in questo periodo dell’anno, si aggiungono migliaia e migliaia di fedeli provenienti da Macedonia, Albania, Kosovo, Croazia e altre regioni dell’ex Jugoslavia. Si tratta di una festa interetnica molto variopinta, che presenta anche un aspetto profano, infatti molti vi si recano per fare affari, nella piazza polverosa, con bar improvvisati, bancarelle e giochi di ogni tipo, tutto accompagnato da musica tzigana.
La salita che porta alla Madonna nera è gremita di zoppi, storpi, malati, mamme con bambini, fedeli, rom, mendicanti, benestanti mischiati a gente che chiede l’elemosina, oppure implora qualcosa da mangiare. Si trova già qui, a Letnica, l’umanità variegata, peraltro già presente a Skopje, con la quale Gonxhe si abitua a vivere e con la quale, divenuta Madre Teresa, continuerà, in India, a convivere pur rimanendo se stessa. Confida don Lush:
Per me Madre Teresa è la prima missionaria che oltrepassò ogni confine e limite del tempo e dello spazio, delle differenze etniche, religiose, socio-culturali, di caste, con la forza della fede e l’ispirazione dell’amore. La “chiave” di lettura ed interpretazione di Madre Teresa e delle sue opere potrebbe essere questa: la sofferenza motivata e offerta a Dio per il bene di tutti; la vita contemplativa–attiva, consacrata a Dio e all’uomo; l’amore in azione, oppure come direbbe lei: “Piccole cose fatte con grande amore”.
La devozione alla Vergine di Letnica risale al XVII secolo: la prima chiesa venne costruita dopo l’incendio della città di Skopje per mano dei turchi. La statua della Madonna uscì incolume dalle fiamme, per comparire prodigiosamente fra le montagne di Letnica. All’interno del santuario, la processione dei fedeli è continua: pregano, avviandosi verso la Madonna, per poi girare intorno al santuario sempre pregando, recitando il rosario e accendendo ceri. A poche decine di metri, in un grande prato, si raccolgono moltissime persone al termine della processione.
Racconterà Lazër:
Questi erano momenti meravigliosi. Stavamo assieme tutto il giorno giocando, passeggiando, soprattutto presso le fonti (del fiume Letnica). Alla sera ci ritrovavamo tutti intorno al focolare, dove si facevano le ore piccole ridendo e raccontando storie. Gonxhe aveva sempre qualche libro in mano; la mamma ammoniva Age di non lasciarla leggere troppo, ma di portarla piuttosto fuori a passeggiare e riposare. A Letnica veniva molta gente a testimoniare la propria fede e la propria religiosità. Non solo cattolici, ma anche fedeli di altre religioni. Gonxhe si soffermava molto volentieri nella chiesa, soprattutto se non c’era gente. Le piaceva pregare in solitudine.
A Letnica Drane stava benissimo, era il suo paradiso, qui rifioriva: “Sembrava”, testimonia il figlio, “che per tutto l’anno mantenesse l’umore allegro acquisito durante il pellegrinaggio a Letnica”.
Anche dopo la morte del padre, benché le possibilità economiche della famiglia fossero notevolmente diminuite, i poveri di Skopje, e non solo, continuavano a rivolgersi ai Bojaxhiu. Madre Teresa crebbe così, in mezzo alla povertà altrui, in mezzo alla carità di sua madre. Confesserà:
Mai nessuno tornava a mani vuote. Ogni giorno avevamo qualcuno a tavola per il pranzo. Le prime volte chiedevo a mia madre: “Chi sono questi?”. Lei mi rispondeva: “Alcuni sono dei parenti, altri no, comunque gente nostra”. Quando crebbi, intuii che quelli erano poveri, gente senza niente, che mia madre nutriva.
La mamma si prendeva cura di quelle creature, come fossero state persone di famiglia. Così si recava, una volta circa alla settimana, da un’anziana signora, alla quale portava cibo e le riordinava la casa, oppure faceva visita a Filja, un’alcolizzata, molto ammalata, piena di piaghe: Drane la lavava e la medicava due volte al giorno, inoltre la nutriva e si prendeva cura di lei come di una bimba. Poi c’era una vedova con sei figli, con poca salute e che lavorava giorno e notte. Quando non poteva andare, mandava Gonxhe. Un giorno la povera donna morì, perciò mamma Drane decise di prendere in casa i sei figli, che crebbero insieme ai suoi.
Una donna eccezionale, dunque, di sicuro fuori dal comune. Si potrebbe definire una Madre Teresa di Skopje… L’aiuto che Drane dava ai poveri era la diretta conseguenza della sua grandissima fede: il prossimo per lei rappresentava Cristo, il Cristo che riempiva a dismisura le sue giornate. Mai nervosa, mai dolente, mai lamentevole, sempre orante o con la bocca o con il pensiero o con l’azione. Una mamma straordinaria, che seppe infondere la sua fede nei figli, l’amore per il Signore e l’amore verso il prossimo, soprattutto per i sofferenti, specchio di Cristo.
Alle “spedizioni di carità” spesso portava anche i suoi figli, ai quali insegnava: “Quando fate del bene, fatelo come se buttaste una pietra nel profondo del mare”, nessun rumore, anche impercettibile, doveva essere udito in superficie, perché la carità d’amore non è fatta per essere applaudita da alcuno, neppure da chi ha ricevuto il beneficio. A tale riguardo è illuminante l’episodio della vedova del Vangelo: nella sua miseria, la donna getta nel tesoro del tempio “tutto quanto aveva per vivere” (Mc 12,44). “La sua piccola e insignificante moneta diviene un simbolo eloquente: questa vedova dona a Dio non del suo superfluo, non tanto ciò che ha, ma quello che è. Tutta se stessa”, come ha spiegato Benedetto XVI per il messaggio della quaresima del 2008.
Tuttavia, per Drane Boaxhju non si trattava semplicemente di fare l’elemosina, ma di stare sempre fra i poveri e i sofferenti, una scelta radicale, decisiva per la sua vita e per quella dei suoi figli. Fu l’ispiratrice del futuro di Gonxhe.
La santità era di casa anche nella dimora dei Bojaxhiu a Skopje. Drane fu per la beata Madre Teresa la figura che, con l’esempio della sua anima, trasmise alla figlia ciò che ella era pronta a ricevere. La piccola Gonxhe imparò fin da subito ad amare Gesù e a vedere nei poveri il Cristo crocifisso. Osservando e vivendo con i suoi genitori, aprì a poco a poco gli occhi alla Via, la Verità e la Vita.  Un giorno dirà papa Paolo VI: “Prima di fare santa te, bisognerebbe santificare i tuoi genitori”.
Crescendo si fa strada in Gonxhe la vocazione religiosa. Vuole entrare in convento, vuole offrire tutta la sua vita al Signore. Sarà la stessa Madre Teresa a raccontare come ha parlato di questo desiderio alla mamma, la quale si sentì crollare il mondo addosso, visto che l’unico figlio maschio si era già allontanato da casa, perché aveva vinto una borsa di studio in Austria:
Quando manifestai il desiderio di donare a Dio la mia purezza, mia madre era contraria, ma alla fine disse: “Va bene, figlia mia, va’, ma sta’ attenta di essere soltanto di Dio e di Cristo”. Non solo Dio, ma anche lei mi avrebbe condannato, se non avessi seguito degnamente la mia vocazione. Un giorno mi avrebbe chiesto: “Figlia mia, sei vissuta soltanto per Dio?”. Mia madre all’inizio era contraria alla mia vocazione di farmi missionaria, anche se era santa. Non voleva perdermi. Tutti a casa abbiamo pregato insieme. Un giorno mi disse: “Ti darò il permesso di andare in convento”, e che cosa fece? Si chiuse in una stanza e per tutto il giorno non volle vedere nessuno. Quando uscii dalla mia casa natia per andare nelle missioni, lei mi disse: “Metti la tua mano sulla mano di Gesù e guarda avanti. Guarda direttamente Lui. Non guardare mai indietro. Sempre avanti!”, perché “se ti volti indietro, tornerai”.
Gonxhe non si volterà mai e guarderà soltanto più negli occhi di Cristo Gesù, compiendo, dritta come un giavellotto lanciato nel Cielo, la volontà del Signore, senza se, senza ma.
Si addormentò nel Signore il 5 settembre 1997 nella sua Calcutta, con il rosario fra le mani, che definiva «il libro di preghiera dei semplici, il breviario dei poveri». Questa «goccia di acqua pulita» ha lasciato in eredità un paio di sandali, due sahari, una borsa di tela, due-tre quaderni di appunti, un libro di preghiere, un rosario, un golf di lana e… una miniera spirituale di inestimabile valore.

Autore: Cristina Siccardi

Per approfondire: Cristina Siccardi, Tutto iniziò nella mia terra, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2010


Al piano terra della Mother House, la casa-madre nella Lower Circular Road di Calcutta, c’è la cappella semplice e disadorna dove dal 13 settembre 1997, dopo i solenni funerali di Stato, riposano le spoglie mortali di Madre Teresa. Fuori, nel fitto dedalo di viuzze, i rumori assordanti della metropoli indiana: campanelli di risciò, vociare di bimbi, lo sferragliare di tram scalcinati attraverso i gironi infernali della miseria. Dentro, invece, il tempo sembra fermarsi ogni volta, cristallizzato in una specie di bolla rarefatta: la cappella accoglie una tomba povera e spoglia, un blocco di cemento bianco su cui è stata deposta la Bibbia personale di Madre Teresa e una statua della Madonna con una corona di fiori al collo, accanto a una lapide di marmo con sopra inciso, in inglese, un versetto tratto dal Vangelo di Giovanni: “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”(15,12).
(…)Madre Teresa di Calcutta, al secolo Agnes Gonxha Bojaxhiu, era nata il 26 agosto 1910 a Skopje (ex-Jugoslavia, oggi Macedonia), da una famiglia cattolica albanese. A 18 anni decise di entrare nella Congregazione delle Suore Missionarie di Nostra Signora di Loreto. Partita nel 1928 per l’Irlanda, un anno dopo è già in India.
Nel 1931 la giovane Agnes emette i primi voti prendendo il nuovo nome di suor Mary Teresa del Bambin Gesù(scelto per la sua devozione alla santa di Lisieux), e per circa vent’anni insegnerà storia e geografia alle ragazze di buona famiglia nel collegio delle suore di Loreto a Entally, zona orientale di Calcutta. Oltre il muro di cinta del convento c’era Motijhil con i suoi odori acri e soffocanti, uno degli slum più miserabili della megalopoli indiana, la discarica del mondo. Da lontano suor Teresa poteva sentirne i miasmi che arrivavano fino al suo collegio di lusso, ma non lo conosceva. Era l’altra faccia dell’India, un mondo a parte per lei, almeno fino a quella fatidica sera del 10 settembre 1946, quando avvertì la “seconda chiamata” mentre era in treno diretta a Darjeeling, per gli esercizi spirituali.
Durante quella notte una frase continuò a martellarle nella testa per tutto il viaggio, il grido dolente di Gesù in croce: “Ho sete!”. Un misterioso richiamo che col passare delle ore si fece sempre più chiaro e pressante: lei doveva lasciare il convento per i più poveri dei poveri. Quel genere di persone che non sono niente, che vivono ai margini di tutto, il mondo dei derelitti che ogni giorno agonizzavano sui marciapiedi di Calcutta, senza neppure la dignità di poter morire in pace.
Suor Teresa lasciò il convento di Entally con cinque rupie in tasca e il sari orlato di azzurro delle indiane più povere, dopo quasi 20 anni trascorsi nella congregazione delle Suore di Loreto. Era il 16 agosto 1948. La piccola Gonxha di Skopje diventava Madre Teresa e iniziava da questo momento la sua corsa da gigante.
Il 7 ottobre 1950 la nuova Congregazione ottiene il suo primo riconoscimento, l’approvazione diocesana. È una ricorrenza mariana, la festa del Rosario, e di certo non è casuale, dal momento che a Maria è dedicata la nuova famiglia religiosa.
L’amore profondo di Madre Teresa per la Madonna aveva salde radici nella sua infanzia, a Skopje, quando mamma Drone, che era molto religiosa, portava sempre i suoi figli (oltre a Gonxha c’erano Lazar e Age) in chiesa e a visitare i poveri, ed ogni sera recitavano insieme il rosario.
“La nostra Società – si legge nel primo capitolo delle Costituzioni – è dedicata al Cuore Immacolato di Maria, Causa della nostra Gioia e Regina del Mondo, perché è nata su sua richiesta e grazie alla sua continua intercessione si è sviluppata e continua a crescere”.
La figura della Vergine ha ispirato lo Statuto delle Missionarie della Carità, al punto che ognuno dei 10 capitoli delle Costituzioni è introdotto da una citazione tratta dai passi mariani dei Vangeli. La Madonna è detta la prima Missionaria della Carità in ragione della sua visita a Elisabetta, in cui dette prova di ardente carità nel servizio gratuito all’anziana cugina bisognosa di aiuto. In aggiunta ai tre usuali voti di povertà, castità e obbedienza, ogni Missionaria della Carità ne fa un quarto di “dedito e gratuito servizio ai più poveri tra i poveri”, riconoscendo in Maria l’icona del servizio reso di tutto cuore, della più autentica carità.
(…)La devozione al Cuore Immacolato di Maria è l’altro aspetto del carisma mariano e missionario dell’opera di Madre Teresa, praticato con i mezzi più tradizionali e più semplici: il S. Rosario, pregato ogni giorno e in ogni luogo, persino per la strada; il culto delle feste mariane (la professione religiosa delle sue suore cade sempre in festività della Madonna); la preghiera fiduciosa a Maria affidata anche alle “medagliette miracolose”( Madre Teresa ne regalava in gran quantità alle persone che incontrava); l’imitazione delle virtù della Madre di Dio, in special modo l’umiltà, il silenzio, la profonda carità.
“I thirst” (ho sete), c’è scritto sul crocifisso della Casa Madre e in ogni cappella – in ogni parte del mondo – di ogni casa della famiglia religiosa di Madre Teresa. Questa frase, il grido dolente di Gesù sulla croce che le era rimbombato nel cuore la fatidica sera della “seconda chiamata”, costituisce la chiave della sua spiritualità.
La figura minuta di Madre Teresa, il suo fragile fisico piegato dalla fatica, il suo volto solcato da innumerevoli rughe sono ormai conosciuti in tutto il mondo. Chi l’ha incontrata anche solo una volta, non ha più potuto dimenticarla: la luce del suo sorriso rifletteva la sua immensa carità. Essere guardati da lei, dai suoi occhi profondi, amorevoli, limpidi, dava la curiosa sensazione di essere guardati dagli occhi stessi di Dio.
Attiva e contemplativa al tempo stesso, nella Madre c’erano idealismo e concretezza, pragmatismo e utopia. Lei amava definirsi “la piccola matita di Dio”, un piccolo semplice strumento fra le Sue mani. Riconosceva con umiltà che quando la matita sarebbe diventata un mozzicone inutile, il Signore l’avrebbe buttata via, affidando ad altri la sua missione apostolica: “Anche chi crede in me compirà le opere che io compio, e ne farà di più grandi” (cfr. Gv 14, 12).
Madre Teresa è scomparsa a Calcutta la sera del venerdì 5 settembre 1997, alle 21.30. Aveva 87 anni. Il 26 luglio 1999 è stato aperto, con ben tre anni di anticipo sui cinque previsti dalla Chiesa, il suo processo di beatificazione; e ciò per volontà del S. Padre che, in via del tutto eccezionale, ne ha voluto accelerare la procedura: per la gente Madre Teresa è già santa.
Il suo messaggio è sempre attuale: che ognuno cerchi la sua Calcutta, presente pure sulle strade del ricco Occidente, nel ritmo frenetico delle nostre città. “Puoi trovare Calcutta in tutto il mondo – lei diceva – , se hai occhi per vedere. Dovunque ci sono i non amati, i non voluti, i non curati, i respinti, i dimenticati”.
I suoi figli spirituali continuano in tutto il mondo a servire “i più poveri tra i poveri” in orfanotrofi, lebbrosari, case di accoglienza per anziani, ragazze madri, moribondi. In tutto sono 5000, compresi i due rami maschili, meno noti, distribuiti in circa 600 case sparse per il mondo; senza contare le molte migliaia di volontari e laici consacrati che portano avanti le sue opere. “Quando sarò morta – diceva lei –, potrò aiutarvi di più…”.

Autore: Maria Di Lorenzo

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