Intervento di Matilde Maisto all’evento “IL MAGGIO DEI LIBRI”

(Redazione) La vita ha bisogno di poesie d’amore, così esordisce la giornalista Matilde Maisto nel suo intervento all’evento “IL MAGGIO DEI LIBRI” I più grandi poeti di tutte le epoche – continua – hanno sempre celebrato questo magico sentimento. Le poesie d’amore sono un viaggio nella sensibilità umana. Danno riscontro alla parte più intima, più profonda di memorabili personaggi che hanno saputo dare voce alle innumerevoli sensazioni che provoca amare. L’amore rende il mondo più bello e la poesia ci permette di sognare

Quando ci innamoriamo “abbiamo l’impressione che tutto l’universo sia d’accordo“, scrive Coelho. Ed è il tema prediletto della poesia sin dai tempi di Catullo e resterà al centro del pensiero dei poeti finché esisterà questo genere di letteratura.

In occasione della ricorrenza de Il Maggio dei libri , l’appuntamento annuale dedicato ai libri e al loro valore sociale, culturale e civile, manifestazione, nata nel 2011 con l’obiettivo di portare i libri e la lettura in contesti diversi da quelli tradizionali, coinvolgendo ogni anno scuole, biblioteche, librerie, associazioni culturali e editori, che contribuiscono al progetto organizzando iniziative e eventi legati ai libri.

 

Leggere per scoprire se stessi e gli altri… il mondo! (E’ come tenere una finestra sempre aperta sul Mondo – dice la Maisto)

 

La ONLUS Don Lorenzo Milani in collaborazione con “Letteratitudini” partecipa all’evento con vari ospiti speciali: Silvana Valletta-Dirigente Scolastico, Matilde Maisto-Giornalista, Maria Tessitore- Psicologa, Caterina Parente-Esperta dei processi formativi, Giulia Di Nardo- Dott.ssa in scienze religiose, Monica Colella- Psicologa e tanti altri ospiti.

 

In questa occasione Matilde Maisto precisa: mi metto alla prova e cercherò di recitare una bellissima poesia di Eugenio Montale

 “Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale”

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

 

Ho sceso dandoti il braccio almeno un milione di scale è una delle più famose e belle di Eugenio Montale. Qui troviamo rappresentato benissimo il suo stile, semplice o componimento, con un grande dolore e un grande amore.  Senza anticipare altro vediamo subito la “Carta d’identità” di questa poesia.

In quale raccolta è inserita e quando viene composta? Questo componimento è inserito nell’ultima raccolta che Montale pubblica, e cioè Satura.  La raccolta viene terminata nel 1971 e contiene componimenti scritti fra il 1962 e il 1970.

Perché scrive questa poesia? A chi è dedicata? Montale scrive questa poesia dopo la morte della moglie, Drusilla Tanzi, che fu la compagna di tutta la vita del poeta. La donna aveva, purtroppo, un problema alla vista.

Qual è il metro scelto? Ci troviamo in presenza di versi liberi – una scelta comune nei poeti del Novecento – che contano anche degli endecasillabi sciolti. Ci sono poche rime (crede/vede) ma la musicalità viene resa dall’ assonanza (viaggio/braccio) e dalla scelta di un linguaggio semplice e colloquiale.

Le figure retoriche del componimento Figure retoriche presenti nel testo:

  • Iperbole: Ho sceso almeno un milione di scale, con questa espressione il poeta vuole semplicemente far capire a chi ascolta la poesia che il cammino accanto alla donna amata è stato lunghissimo.
  • Ossimoro: breve/lungo, Montale contrappone due termini di significato opposto, vuole far capire che la vita insieme alla moglie, anche se effettivamente durata tanti anni, adesso sembra brevissima
  • Metafora: il nostro viaggio, il viaggio è una metafora piuttosto comune (non è un’idea originale di Montale) per indicare la vita dell’uomo sulla terra.
  • Anafora: Ho sceso… Ho sceso, questa figura retorica consiste nel ripetere a inizio di due versi diversi la stessa parola (o le stesse parole). L’effetto che il poeta vuole rendere è quello di un pensiero ripetitivo che torna sempre in testa e quindi di un dolore costante.

In questa poesia si rivela un grande dolore per la perdita della moglie. Il poeta ripensa alla vita trascorsa insieme a lei e ci dice che la sua donna è stata una guida per lui, l’unica capace di accompagnarlo attraverso le difficoltà della vita. È molto bello notare il gioco di parti che si invertono: sua moglie aveva una malattia agli occhi e quindi non vedeva quasi per niente. La guida “reale” era quindi Montale che, appunto per aiutarla a camminare, la teneva sottobraccio e l’accompagnava camminando, ma se lui era stato per lei una guida fisica, la donna risulta essere al contrario una guida “spirituale” per il poeta che infatti, senza lei, adesso sente solo un grande vuoto.

 

 

 

 

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