LA GIORNALISTA E SCRITTRICE MATILDE MAISTO IN QUESTO ARTICOLO DICE: “ED ORA PARLIAMO UN PO DI ME!”

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Cancello ed Arnone (Redazione) – Matilde Maisto, una ultrasettantenne di Cancello ed Arnone, non si arrende per nessuna ragione al Coronavirus, fermo restando il pericoloso contagio con tutte le ansie che inevitabilmente lo accompagnano, nonché la quarantena e la solitudine che può insediare una persona anziana, lei si butta alle spalle tutta la negatività e cerca di trarre ciò che di buono questo  turpe periodo ci può dare. Cerca di conservare nel suo malinconico cuore, ricordi belli, soddisfacenti, amorevoli, approfittando del momento, che forzatamente impone un ritmo di vita più lento, diciamo pure di calma apparente.

Matilde, avendo quindi, parecchio tempo libero ha pensato di impiegarlo secondo le sue aspirazioni: tenere un giornale on line – fondare un’Associazione culturale – scrivere qualche libro, ma il tutto senza grandi pretese, solo per il desiderio di occuparsi di ciò che da sempre le è piaciuto fare: leggere e scrivere!

Oggi desidera ripercorrere il suo percorso di scrittrice, ma con la sua consueta umiltà che la rende unica. Desidera segnalare i suoi lavori effettuati nel corso dei suoi ultimi dieci anni, più o meno da quando non ha dovuto più occuparsi dei suoi figli essendo divenuti adulti ed ha smesso anche di lavorare nella sua attività impiegatizia presso il Comune della sua città in qualità di addetto stampa del sindaco pro-tempore.

Matilde, quindi, rispolvera le sue avventure letterarie. Innanzitutto si complimenta con se stessa, senza preamboli e senza falsa umiltà per il suo giornale on line: cancelloedarnonenews.it, che continua a curare e ad aggiornare instancabilmente con costanza e diligenza sin dal 2007 (anno della prima uscita on line). Cerca di tenere vivo l’interesse per la sua creatura letteraria “Letteratitudini” (Associazione culturale nata nell’Aprile 2009) che al tempo del Coronavirus ha, purtroppo subito una battuta d’arresto, ma lei continua con tenacia a proporre argomenti letterari e a tenere informati i soci del sodalizio culturale perché auspica di poter riprendere gli incontri proprio dal punto in cui sono stati interrotti.

Il suo primo libro è stato “HO BISOGNO DI SOGNARE”

Un insieme di “Racconti brevi”, nella cui prefazione scritta dal professore Raffaele Raimondo si legge:

Grande, nella sua semplicità! Così mi appare quest’opera prima della giornalista, ed ora scrittrice, Tilde Maisto. Nel nostro tempo, in cui la “complessità” è nei fenomeni e nelle cose, nelle elaborazioni teoriche come nell’operatività quotidiana, ritrovare un itinerario semplice è una vera fortuna, quasi un rinnovato “battesimo” che appunto purifica, almeno per una volta, dalle scorie del “complesso” che oggi domina, per natura, per necessità e, finanche, per una sorta di diabolica e contraddittoria volontà di autodistruzione e godimento, individuale e collettiva purtroppo largamente diffusa.

I “brevi racconti” della Maisto si collocano sulla sponda opposta, rigeneranti, quasi disarmanti. Ed è, per davvero, un piacere leggerli, in quanto ti riportano ad un’atmosfera per certi versi pascoliana, ad una dimensione della mente e dell’animo ora perduta o quantomeno obnubilata dalle tempeste e dalla deriva valoriale dell’epoca in cui ci è dato vivere.

Il sogno, il bisogno indomabile di sognare: questo leitmotiv fa da mastice; lega esplicitamente le “piccole storie” che la Maisto ha saputo inventare, con dominanza di realismo e “cantucci” di amena fantasia.

Buoni sentimenti e talora anche atroci popolano le vicende narrate. Momenti di vita vissuta, aspirazioni, lenti sprofondamenti e balzi trionfanti, ordinarie circostanze ed eventi singolari ed irripetibili: questi scenari ed altri scenari, queste ed altre emozioni l’Autrice ci propone, riducendo però sempre gli sviluppi a quel canone della semplicità cui s’è fatto sùbito cenno.

L’amore illumina le pagine della raccolta. Giustamente individuato e cantato come il più grande motore positivo dell’esistenza, naturalmente prevale in ampiezza e profondità su tutte le manifestazioni dell’uomo. E c’è, dunque, un felice connubio fra il sogno e l’amore. Un connubio dal quale Tilde è affascinata e ne scandaglia, spesso con stupore, i più diversi toni, i registri che ciascuno di noi può sperimentare nella quotidianità e per la vita intera. Sicché, vigendo tale patto, pure le vicende più drammatiche o perfino tragiche si sciolgono e si sublimano in una visione, diremmo, originaria, da “paradiso terrestre”.

La dimensione familiare torna potente in tante pagine che Tilde ha racchiuso sotto il titolo “…Ho bisogno di sognare”: una scelta di campo ed una prospettiva che risultano, insieme, esigenza profonda del cuore e sfida alla propria ed all’altrui interiorità.

Ed allora tutti i racconti compendiano una sorprendente saga familiare, ricca di vissuti concreti, che a tratti si configura quasi come un “modello”, un archetipo di cui, in questa tormentata temperie, è raro trovar traccia, mentre burrasche d’ogni specie abbondano ed infangano identità ed onore, consapevolezza dell’appartenenza e rassicuranti progetti esistenziali.

Un altro terreno elettivo è l’emigrazione: l’andar lontano dalla terra natìa e rimaner per anni là dove gli stili di vita, le ricorrenze, le speranze, le lotte, le sconfitte e le vittorie hanno un valore ed un sapore diverso, nuovo, insospettato. E della condizione dell’emigrato – nella fattispecie in Lombardia, nei dintorni di Milano – la Maisto non esplora le croci di stampo sociologico; si ferma bensì entro i confini delle reazioni personali e delle modificate dinamiche interpersonali. E, trascorso un lungo periodo, il “ritorno a casa”, coltivato per così tanto tempo, si carica di appagamenti a lungo meditati, tenacemente cercati, finalmente avvertiti.

L’Autrice racconta tutto questo senza veli, ma con pudicizia, seguendo il nudo svolgersi dei comportamenti e degli ambiti in cui si esplicano. L’afflato, la ricerca di se stessi e degli altri sui nervi sensibilissimi dello spirito-, l’urgenza dell’incontro umano in antitesi a qualsiasi scontro possibile, l’infanzia, la giovinezza, l’età matura e la vecchiaia, nei loro più comuni risvolti, tornano di riga in riga, non perdendo mai di vista orizzonti talvolta molto proiettati nel futuro, ma ineludibili per conquistare e difendere la serenità ed il senso della reciproca donazione, dell’accettazione dei propri simili e dell’impegno anche civile, mancando i quali il vivere irrimediabilmente si complica, sovente si avvelena, imbocca – nei casi estremi – oscure gallerie che possono, talvolta, negare definitivamente l’uscita, per rivedere di nuovo il sole, rinascere.

Che altro rappresenterebbero, a volerle considerare a dovere com’è opportuno, certe frequenti storie che purtroppo osserviamo nella realtà o di cui leggiamo, con impressionanti reiterazioni, sui giornali e che infarciscono la cronaca contemporanea? “…Ho bisogno di sognare” si pone, viceversa, nella zona franca di un “modus vivendi” fondato sul buon senso, sulle regole fondamentali della convivenza intra ed extrafamiliare, sulla baldanza dei buoni moti del cuore.

Se è vero, come è vero, che attualmente la “famiglia”, nella nostra civiltà occidentale, attraversa una crisi devastante e senza precedenti, la proposta di questo libro coincide con la riscoperta dei più autentici valori della tradizione familiare consolidatasi per secoli e adesso sfortunatamente esposta a naufragi ricorrenti, oltre ogni immaginabile decadenza rispetto a quel passato in cui la “coesione” della famiglia stessa era addirittura un indiscutibile dogma.

Conseguentemente, assume enorme rilievo, nei fatti narrati, la solidarietà, non quella pelosa di alcune “sacrestie” o di un “volontariato di mestiere” facilmente individuabile qui e là. Si tratta, per converso, di un approccio solidale che sorge dal desiderio di testimoniare sincera fratellanza ed amore vero che fanno leva, anzitutto, sulla donazione di sé, più che su saltuari frammenti che sanno d’elemosina.

La forma che Tilde Maisto predilige è quella diaristica, benché incurante di una meticolosa cronologia che sembra non interessarle affatto, presa com’è dalla voglia di rievocare episodi che l’hanno veduta protagonista oppure che ha osservato attentamente, fin nei meandri, con l’acume del letterato.

Accanto, c’è l’approccio epistolare che agevola il dialogo, che non esita a svelare segreti, emozioni, situazioni caratterizzate per lo più da intime fibrillazioni che non tutti sono disposti a sciorinare con immediatezza, senza riserve.

Il vasto universo dei ricordi – dai più dolorosi a quelli segnati da una tenerezza meravigliosa – è la sostanza di cui s’incarna gran parte degli accadimenti raccontati ed emerge tendenzialmente, per chiara opzione di fondo, un ricordare che fa bene all’anima, la addolcisce, la spinge all’ottimismo della ragione, sebbene la navigazione della memoria non sempre si sia mossa sulle rotte della felicità.

Le trame dei racconti scorrono essenziali, scarne, con sbocchi finali talora a sorpresa che, tuttavia, non stridono al cospetto del candore sostanziale che ha caratterizzato gli antefatti. Sintatticamente predominano frasi brevi, periodi paratattici. Il lessico, per ulteriore coerenza complessiva, non fa incursioni nel coacervo di termini incomprensibili, estranei al linguaggio corrente di media cultura. Il che agevola la comprensione, attrae, gratifica.

Leggendo i racconti di Tilde, mi è tornata in mente Liala, pseudonimo di Amalia Liana Cambiasi Negretti Odeschi, una delle più amate scrittrici di romanzi d’appendice del Novecento italiano. Questo per dire che, presentando questo lavoro della Maisto, non vorrei cedere a nessuna esagerazione, né accreditare stupidamente alcun giudizio che trabocchi al di là dell’effettivo valore artistico del libro, né tantomeno affermare che siamo di fronte ad un grande talento della letteratura: la stessa Autrice respingerebbe presto qualunque supervalutazione del suo talento.

Ebbene, alla lettura delle pagine di Tilde, è la Liala del suo primo romanzo, “Signorsì” (1895), che riemerge dai miei ricordi di scuola: Amalia Liana cominciò a scrivere per su-perare il dolore; Tilde, forse o certamente, ha deciso di scrivere per ridar nuova e verdeggiante linfa alla sua voglia di vivere e di sognare! E, se Gabriele D’Annunzio coniò per Amalia Liana lo pseudonimo che la rese famosa, così motivandolo “Ti chiamerò Liala perché ci sia sempre un’ala nel tuo nome”, nel mio piccolo mi sia permesso di associare il “sogno” di Tilde a quell’ala o, meglio, a quell’incalzante “colpo d’ala” di cui ciascun “sogno” chiede la spinta.

Il mondo fantastico di Liala era affollato di “eroine romantiche e trasgressive, di ambientazioni eleganti e sofisticate”; ella fu definita la “regina delle storie d’amore”. Tilde guarda invece alla realtà, alla sua realtà, ma non si priva e non ci priva dei battiti più forti del suo e del nostro cuore. I suoi personaggi sono quelli della propria famiglia e degli amici e dei “conoscenti” che con lei hanno percorso o percorrono un tratto di strada. I contesti che descrive sono assolutamente normali, vicinissimi all’esperienza di tutti noi. Eppure, dalle pieghe di tanta ordinaria dimensione partono i missili che sfrecciano verso il cielo, i sussulti di una spiccata sensibilità, le speranze per un domani veramente migliore.

Tilde ha voluto donarci questi racconti senza soverchie pretese, con la semplicità alla quale – lo ribadiamo – impronta la sua vita di tutti i giorni e che ha inteso trasferire anche in questo suo esordio letterario che, peraltro, fa da pendant all’impostazione palesemente culturale che distingue il visitatissimo giornale on line “Cancello ed Arnone News” (da lei diretto con ammirevole scrupolo e grande passione), nonché alla sua interessante iniziativa che va sotto il nome di “Letteratitudini” (un sorta di amichevole salotto in cui, finalmente, la lettura di testi d’autore è privilegiata; un salotto in qualche modo “unico” ed originale nel nostro comprensorio del Basso Volturno e che merita d’essere frequentato, mentre va aprendosi ad ulteriori affermazioni e fortune).

Anche per tali ragioni, raccomandiamo la lettura di questi racconti alle persone di ogni età: agli adulti, per ritrovarsi in un salutare bagno di valori da riscoprire e rivivere ogni giorno; ai giovani, perché possano “semplicemente”, alla maniera di Tilde, imparare a credere nell’uomo, nella comunità sociale e…in Dio.

Il suo secondo libro è stato “STORIE…TANTE STORIE”

“Entrino, entrino, signore e signori, fanciulli e fanciulle nelle tante storie di Matilde che come un abile giocoliere offre a tutti un fiore. Storie come fiori, storie donate con cura per evitare che i teneri bulbi dei nostri cuori appassiscano.

Desideri anche tu vedere cosa c’ è oltre la collina? Cosa aspetti a provare le tue ali! Le storie di Matilde si ergono come fiori raccolti che si sparpagliano intorno a noi, come una corona per festeggiare il ritorno a casa di mattoni rossi della figlia ribelle che si ritrova tra braccia amorevoli. Ti sei mai chiesto come fanno le rondini a tornare sempre nello stesso posto e a non sbagliare mai strada? Questo è un vero mistero. Ci vuole del tempo, sai? Le rondini si orientano con le stelle e con il sole. Provo a farlo anch’io; e tu? Vuoi volare come Luca che papà e mamma tengono per mano facendolo librare sull’onda del mare ogni qualvolta si avvicina? Entra nelle storie di Matilde: in primavera vedrai scivolare giù dallo scivolo un bisonte; in autunno la lumaca con il mal di schiena scorgerai. Incontrerai sogliole con facce intelligenti, in compagnia di gentili tritoni, sul fondale marino oscillerai. Se sulla spiaggia in riva al mare una conchiglia particolare con dentro tutte le voci del mare tu vuoi scovare, sul tappeto volante di Matilde devi balzare. Ma l’animo di Matilde è profondo e conosce tutti i mari. Una sera qualunque, in un luogo qualunque, senza tempo né spazio a chi non è capitato di provare un astio nel cuore reso duro come un sasso per conti in sospeso, rancori, bocconi amari? Di sole Matilde vuole illuminare: come per incanto apre il suo cuore al perdono, alla pace, a Dio con l’immagine di un bellissimo fiore che ancora bagnato dalla rugiada notturna si apre al luminoso sole del mattino. Ancora con Matilde vogliamo viaggiare: piccole nuvole con le mani toccare, a piedi nudi in un prato passeggiare, liberi sulla riva del mare trotterellare per incontrare in un girotondo un bimbo biondo, una bambina dagli occhi di notte, bimbe dalla pelle color miele, bimbi color cioccolato. Dammi la mano: vieni anche tu nel girotondo per il mondo. Per andare dentro, oltre e dietro le cose nella foresta di storie ti devi inoltrare. Nelle storie di Matilde troverai amore nello sguardo amorevole, nel bacio, nella posa della testa sul grembo, nella carezza dei capelli, nell’umiltà della mamma che tesse grano nella danza tra fisico, mente, intelligenza e cuore, per serbare l’amore, per non dimenticare.

Nelle sue storie scoprirai che le stelle non sono nate senza un motivo; come un bambino fissato dagli occhioni di un cagnolino infreddolito mai più solo ti sentirai. Un re che fa le capriole per tutte le stanze del castello ti stupirà grazie alla fulgida scia luminosa, a quell’attimo eterno, ai due desideri uguali, alle due figlioline gemelle. Ma avrò anch’io la “pollacchiuria”? Avrò anch’io quella paura? Quell’amore straripante, l’emozione consonante? Altro fare io non so se al tuo posto sto. Grazie Matilde che ci sussurri all’orecchio del cuore ciò che la tua mamma diceva: che non esiste nessuna notte così lunga ed infinita da non conoscere le luci dell’alba.

Placa ancora con il tuo entusiasmo l’onda grande del respiro affannoso, la smania, la tristezza che fiacca il respiro. Le tue storie son segnali di fumo: “Perché Signore? Perché anche questo?” quante volte chiediamo. E quando tutto si incendia ecco il fumo che attira la nave, il salto fiducioso nelle braccia del Padre.

Una raccolta di storie per bambini nella cui prefazione scritta dalla prof.ssa Enrica Romano si legge:

Ah Matilde cosa mi combini? Mio figlio Gennaro ha selezionato storie a unico soggetto: il cane. Eh sì. Ci dice di Buck : “di questa storia mi è piaciuto che la padrona del cane gli fa molti complimenti; gli dice che è bravo in molte cose” e si incanta con Nerina e i suoi cuccioli. “Questa storia è stata molto bella soprattutto quando dice che l’arrivo di Nerina è stato un segno di Gesù Bambino; mi è piaciuto il fatto che aveva due cani, poi tre e alla fine sono arrivati altri tre cani: Carbone, Tito e Alice quindi in tutto ha cinque cani (ha sbagliato l’addizione Gennaro …erano sei; troppo emozionato) e la sua padrona ha molto, molto coraggio ad averli. Storie e cani. Sonno e viaggi: che binomi vincenti per Gennaro: “Elena sta con il suo Dodò e sta leggendo le storie con lui; all’improvviso si addormenta rapita dalla storia e Dodò scompare. Elena lo cerca ma non lo trova. Al suo risveglio si accorge che Dodò l’ha vegliata nel sonno. “ E sentite cosa scrive a commento di – Una giornata a pesca con papà- : “ in questa favola mi ha colpito che Luca non vuole andare con il suo papà a pescare e questa cosa è strana perché i figli vogliono uscire con il loro padre” firmato Gennaro.

Come dice Matilde “larga la mano stretta la via, dite la vostra che io ho detto la mia.” Radioso viaggio allora, in mille giravolte affaccendati, da un aquilone di emozioni trasportati.

Un affettuoso “glu-glu”.Enrica Romano e Gennaro Dell’Aversana

Poi nel Maggio 2008 è stato il momento di una silloge dal titolo: “DAL MIO CUORE AL TUO”

Si tratta di una raccolta di poesie nella cui prefazione scritta dallo scrittore Alessandro Zannini si legge:

Matilde Maisto ha aperto i suoi cassetti, chiusi ma senza una serratura e, in punta di piedi, torna sui propri passi. Lo fa con discrezione, ma anche con coraggio. Non mente, non bara. Il suo intento è quello di esplorare una parte della vasta gamma dei sentimenti umani, fondendo presente e passato, sogno e realtà. In tale spaccato esistenziale, il fruitore potrà specchiarsi e riscoprire almeno un frammento della propria anima.
In questa raccolta di racconti e poesie si intuisce subito, in maniera spontanea e schietta, l’immediatezza con la quale i sentimenti più svariati si susseguono in fasi temporali diverse; emerge una forza interiore che caratterizza il modo di pensare e di osservare la realtà circostante, di cogliere profondamente verità nascoste da negare e difficili da spiegare, assaporando intensamente qualche malinconica nostalgia di remoti ricordi. Una terrestrità, a volte, dolorosa.
La voglia di scrivere è una conseguenza del modo di vivere dell’Autrice, è congeniale al suo essere, al suo modo di affrontare la realtà con l’impegno e la tenacia che le appartiene, di vedere oltre la superficie, di riassaporare profumi e sensazioni di luoghi familiari lontani e personali.

In seguito nel 2019 è stata la volta di “DIECI ANNI INSIEME”

Scritto nel decennale del sodalizio culturale “LETTERATITUDINI” che riassume tutti gli argomenti trattati nel primo decennio della nostra attività.

Nella prefazione scritta dallo scrittore Alessandro Zannini si legge:

“Noi siamo la nostra memoria, noi siamo questo museo chimerico di forme incostanti, questo mucchio di specchi rotti”, ha scritto Jorge Louis Borges.

Matilde Maisto ha aperto le porte di questo “museo” alla fruizione di un pubblico interessato alla conoscenza dei grandi della letteratura, della narrativa e della poesia mondiale di tutti i tempi; ha ricomposto i cocci di uno specchio lungo dieci anni, per consentire ai più di ammirare l’immagine riflessa della Cultura, e non solo a quanti – e sono stati una moltitudine! – si sono resi protagonisti, o anche solo partecipi, di un’autentica comunicazione di saperi.

Letteratitudini, fin dalla sua costituzione, si è dimostrata essere ben oltre un’associazione, un gruppo di persone motivate dalla passione per le opere affidate alla scrittura, sia in prosa che in poesia: è stata un’esperienza, nella quale il capitale umano si è sempre misurato con l’analisi degli impatti più che con le analisi dei risultati, rendendo l’Arte sempre attuale.

 Raccolto attorno a lei, uno stuolo di “folli”, convinti, al contrario, che: istruzione, preparazione, formazione intellettuale, studio, consentono di progredire verso la comprensione delle strutture ontologiche dell’Essere, aiutano a esplorare noi stessi perché forniscono gli strumenti per l’autocritica e per la formulazione di pensieri propri, indispensabile se non si vuole diventare parte della massa amorfa.

 Grazie per questi Dieci anni insieme.

In una fase storica dove l’ignoranza, il pressapochismo, l’improvvisazione sono divenuti modelli da ostentare, medaglie da esibire, addirittura premianti, la Maisto, promotrice del sodalizio e di mensili incontri, si pone decisamente controcorrente.

Infine nel 2021 Tilde Maisto scrive: “Parlami ancora”.

L’Autrice, a causa del Covid, perde Gianni, il marito, il compagno di una vita. Da qui un insieme atroce di incredulità, impotenza, smarrimento e lancinante dolore. Il tempo si è fermato. Ora è tutto un richiamo di ricordi che affiorano nella mente dell’Autrice, ricordi che lei non tiene per sé, ma inizia a parlarne col marito, come se questi potesse sempre parlarne ancora. Il libro, che ci riporta alla dura realtà di tante persone e famiglie che hanno perso gli affetti più cari, è una narrazione della vita familiare e della solitudine, dell’unione e della separazione, delle gioie e dei dolori, della serenità e della continua inquietudine, insomma dell’eterno rapporto tra vita e morte, il tutto visto nel superamento della finitezza della vita umana attraverso l’aiuto di Dio.

In effetti si tratta del “diario d’amore” di Tilde Maisto ed il libro è stato scritto a PERENNE MEMORIA DI GIANNI CACCIAPUOTI.

Alla presentazione con l’Autrice il sindaco Ambrosca, la giornalista Nardi, l’editore Vozza e la pittrice Zoppi. Ha coordinato la psicologa Tania Parente

Dice il professore Raffaele Raimondo: “Tilde ha quel desiderio interminabile di tener vivo il dialogo con la persona amata. E Gianni Cacciapuoti era, è amatissimo dalla moglie Tilde Maisto. Questo il pilastro su cui poggia il libro ”Parlami ancora” che la scrittrice cancellese –  per di più,  direttore del giornale online “Cancello ed Arnone News” nonché fondatrice di Letteratitudini, salotto letterario– ha pubblicato per il prestigioso Giuseppe Vozza Editore.”

Il volume è stato un dolcissimo tributo che Tilde a voluto dedicare a suo marito. Coordinatrice del convegno letterario la valente psicologa Tania Parente. A recare i saluti dell’Amministrazione comunale e suoi personali il sindacoavv. Raffaele Ambrosca, costantemente pronto a favorire attività culturali. La nota giornalista Francesca Nardi, che avemmo a chiamare una volta “la penna d’oro del casertano”, ha tenuto il primo attesissimo intervento illustrativo e critico sul testo della Maisto. A seguire l’affermata pittrice Anna Maria Zoppi ha preceduto il dialogo dell’Autrice col pubblico.

La carica esplosiva del volume risale al 17 febbraio del 2021, quando Gianni – “l’amore, l’amico, il fratello, il complice, il mio eroe, il mio tutto” per Tilde – muore al Cotugno di Napoli “per questo maledetto Covid che continua a compiere stragi infinite, causando indicibile dolore ad intere famiglie, oltre ad un disastro economico che sta portando tantissime persone letteralmente alla rovina, anzi alla fame”. Vastissima e profonda la voragine che si apre per la moglie, i figli Luca ed Elisa, la nuora Adriana e la coccolata e intelligentissima nipotina Sofia. Ampio e sincero il folto insieme delle condoglianze che alla famiglia, colpita al vertice, giungono da ogni dove in ricordo della personalità e della popolarità del defunto.

Quando la notizia si è diffusa, valanghe di condoglianze hanno quasi sommerso questa gentildonna, che piangeva il suo amore spezzato. E ricordava le parole, i gesti, i consigli del suo Gianni, i tanti anni trascorsi insieme, la passione per la musica di Gianni “fino a sostenere la formazione di un complesso negli anni del “boom’ economico in un’Italia assai diversa, per tanti versi migliore di quella attuale”. E prosegue: “I ragazzi allora facevano il bagno nel fiume Volturno, si radunavano per mille giochi di movimento e d’inventiva… facevano girare per le strade della periferia cerchioni di ruote a raggi spingendoli con un’assicella… si andava al mare in bicicletta, si cimentavano in matte corse per afferrare una bandierina; nel periodo natalizio conquistavano “‘e nucèlle” poste in riga come birilli sul nudo terreno dei cortili…”. E ricorda i luoghi frequentati, “il tempo in cui sotto l’egida del Sacro Cuore andava forte la squadra di calcio e intanto Gianni cominciava a tifare Milan, una fede mai abbandonata per tutta la vita”. Poi il felice matrimonio con Tilde, ma anche il trasferimento al Nord, Milano, “dove Gianni lavorò come commercialista presso la prestigiosa casa editrice Electa…” e Tilde si occupò al “Corriere della Sera” come supporto al settore editoriale. Ma il richiamo del paese natale era forte e vi tornarono anche per la nascita dei due figli, Luca ed Elisa”.

Ci vorranno indubbiamente mesi ed anni per rassegnarsi a quel vuoto improvviso e irreparabile. Intanto, Tilde Maisto, ormai vedova Cacciapuoti, che non sa darsi pace, prova, in un primo tentativo di elaborazione del grave lutto, a raccogliere i messaggi di condivisione ricevuti, immaginando di pubblicarli, convinta di poter mitigare, in tal modo, la sofferenza lancinante nella coralità del sostegno. Pur consapevole di vivere una pena che non finirà mai, ella è anche persuasa, sulla scia di Giovanni Paolo II, che “la famiglia è lo specchio in cui Dio si guarda e vede i due miracoli più belli che ha fatto: donare la vita e donare l’amore”. Ne è derivato così il libro “Parlami ancora” che costituisce un autentico “diario d’amore” non solo coniugale e familiare, bensì esteso a parenti ed amici, vicini e lontani, che han sentito lacerante, in fondo al loro cuore, la sopraggiunta fine prematura del fratello, del sodale, dell’apprezzato professionista. Un “diario” simile ad un inestinguibile fuoco capace di sciogliere il ghiaccio d’un animo afflitto.

Ancora il Papa“venuto da lontano” ci aiuta a comprendere meglio i nessi umani e le prospettive escatologiche: “Ricordiamo il passato con gratitudine, amiamo il presente con entusiasmo e guardiamo al futuro con fiducia”.

A proposito di quest’ultimo libro, dice Tilde Maisto, mi fa piacere segnalare la recensione del dott. Franco Presicci che ha saputo cogliere con chiarezza e grande competenza le varie sfumature del romanzo “Parlami ancora”.

Egli dice – “Maledetto Covid 19: un cecchino implacabile, nascosto ovunque; un “serial killer” che non risparmia nessuno, dà colpi alla cieca, sconvolge le famiglie, inonda di paura e di lutti i paesi, le nazioni, il mondo intero. Sembra avere una strategia, cambia forma, dà l’impressione di voler arretrare e poco dopo torna ad uccidere. Tutti noi abbiamo ancora davanti agli occhi le bare trasportate dai camion dell’esercito: persone che sono volate oltre le nuvole senza il conforto di un familiare che stringesse loro la mano, che accarezzasse loro la fronte. E’ un pianto continuo, provocato da una serpe velenosa che s’insinua tra gli affetti e compie la sua opera micidiale. Padri, madri, mariti, mogli all’improvviso si vedono togliere il sorriso, affranti dal dolore.

E allora ha scritto “Parlami ancora”, un libro toccante, che ti entra nel cuore, redatto con uno stile scorrevole, limpido, appassionato. Tilde risponde agli amici che hanno partecipato alla sua tragedia, a quelli che le hanno inviato messaggi di vicinanza e a Gianni, che le pareva assente per lavoro. “Ciao, amici, inizia un’altra settimana e Gianni non c’è, ormai è quasi un mese, io lo chiamo, lo invoco, ma lui non mi risponde mai… Ma io ancora non riesco a comprendere perché mi abbia lasciata…”. E’ stato il cecchino, Matilde, che sta assottigliano la popolazione mondiale, generando lutti e sofferenze, un mostro vigliacco.

Non avevo il piacere di conoscere personalmente il commercialista Gianni Cacciapuoti, marito esemplare di Matilde Maisto, giornalista e scrittrice, direttrice del giornale on-line che prende il nome dalla città in cui esce: Cancello e Arnone, in provincia di Caserta. Non lo conoscevo e avrei tanto voluto. Uomo come pochi: buono, generoso, disponibile, aperto al dialogo, con un sorriso amabile per tutti. Il Covid se lo è portato via, sottraendolo a Matilde, che è sprofondata nella disperazione. Dall’oggi al domani si è trovata immersa nel buio più profondo, nell’angoscia. La sua vita è mutata. Ovunque girasse lo sguardo, Gianni non c’era più. Gianni era la sua guida, la fonte del suo calore, il suo amore immenso. E forse Gianni non aveva più la voce, ma era ancora accanto a lei, si era trasformato nel suo Angelo custode.

Matilde racconta il suo percorso, come volesse ricordarlo a Gianni, come colloquiasse con lui, che sta vicino a lei senza la possibilità di far sentire la sua presenza. Racconta di “Letteratitudini”, che lei aprì nel bel salotto della sua casa a Cancello ed Arone e al quale Gianni non ha fatto mai mancare il suo contributo tecnico, come ha sempre incoraggiato l’attività giornalistica di Tilde. Una coppia molto affiatata, legata da un collante fortissimo, che è l’amore con la lettera maiuscola. Molti, per confortarla le dicono che la vita continua. Certo che la vita continua, ma come? Matilde non ha più metà del suo mondo, il compagno che la portava per mano lungo i più diversi sentieri. Ha l’affetto dei suoi figli, della nuora e della nipotina Sofia; riversa su di loro un amore grande, ma nel suo letto non sente più il respiro di Gianni.

Il 16 marzo 2021: Buongiorno a tutti, sempre pensando a Gianni, che molto spesso mi diceva: ‘La classe è quando hai molto da dire, ma scegli di stare in silenzio’”. Uomo saggio, Gianni, intelligente, comprensivo, empatico. Il giorno successivo Tilde gli dice: “Buongiorno Gianni, ormai è un mese che te ne sei andato, ma dove sei? E’ vero che la tua essenza è sempre accanto a me? Io a volte percepisco la tua presenza, ho l’impressione che mi stringa la mano, ma poi mi ritrovo con un pugno di mosche”. E poi si rivolge alla Vergine. Segue un pensiero di Francesca Nardi. “E poi…l’ombra perversa di una stagione infame calò lentamente come il più torbido dei destini nelle nostre illusioni depredandole dell’armonia e facendo strane delle nostre certezze, spezzò gli avanzi del tempo e li seppellì lungo i silenzi di un tempo sconosciuto… E la vita di Tilde inciampò nel tramonto… il suo mondo si piegò improvvisamente…”. Bella poesia in prosa. Anche Tilde ne scrive a Gianni. E da buona cristiana ricorda che quando una persona che ami vola via, una parte di essa resta sempre legata al tuo cuore. “Il suo sorriso, il suo sguardo, il suo profumo, il suono della sua risata sono ricordi che non ti abbandonano MAI”. Ho letto questo libro quasi in un fiato, la notte dell’ultimo dell’anno. Ho letto e meditato sulle poesie che contiene, alcune di Tilde, altre di Alda Merini, altre ancora di poeti diversi. E mi sono chiesto: “Può essere così grande un amore?”. Se è amore vero, sì, può essere grande quanto il cielo. Col tempo non perde la sua energia, l’accresce. Terrò questo libro sul mio comodino, voglio rileggerlo. Matilde Maisto ha tante cose da insegnare.

Franco Presicci

Ho voluto con questo lunghissimo post – dice la Maisto – riproporre il mio inarrestabile cammino verso il mondo culturale, non per una forma di esibizionismo, ma per fare un esame su me stessa, soprattutto in questo periodo in cui il Covid 19 ci impone il silenzio, la solitudine, e perché no ci invita ad un attento esame di coscienza.

 Ho riletto tante belle parole che mi sono state rivolte, ma non posso fare a meno di pensare che il tutto sia avvenuto perché le persone che le hanno scritte mi vogliono bene, sono miei amici, per cui ora non mi resta che ringraziare nuovamente tutti e riprendere il mio cammino senza idee di grandezza, ma con umiltà e voglia di sapere oggi più di ieri e meno di domani.

Grazie, Matilde Maisto

Articolo pubblicato anche su Infiniti Mondi

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