La Lingua Italiana nel Mondo non è da sottovalutare

Gli Stati Generali della Lingua Italiana nel Mondo a Firenze, in corso da ieri, sono un importante momento di riflessione per la promozione e diffusione dell’apprendimento della lingua e della cultura italiana anche al di fuori del territorio nazionale. Un elemento importante della nostra identità che merita di essere valorizzato.

– di Dario Deserri –

Da maggio 2014 hanno preso il via i lavori preparatori degli Stati Generali della Lingua Italiana nel Mondo, un’iniziativa del Ministero degli Esteri in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione volto a preparare l’evento più importante in corso di svolgimento proprio in questi giorni.

La comunicazione è da sempre il primo mezzo di sussistenza del genere umano. È il nostro linguaggio. Lo strumento che subito dopo la vista inizia a forgiare la nostra anima fin dai primi mesi di vita. Null’altro è così profondamente inciso nella memoria quanto una lingua madre. Medici e fisiologi concordano che una vera e propria impennata nelle facoltà di espressione avvenga attorno ai due anni, ma molti sostengono si impari già dal grembo materno. Il nostro italiano è una risorsa, e come ogni risorsa necessita -in un mondo globalizzato e fortemente aggressivo-, di strategia.

Due sono gli appuntamenti attorno a cui si concentrano gli sforzi di tutta quanta la rete culturale e diplomatica del MAECI: da un lato l’avvio della XIV Settimana della Lingua Italiana nel Mondo, dall’altro gli Stati Generali della Lingua Italiana nel Mondo in programma il 21 e il 22 ottobre 2014 a Firenze, a Palazzo Vecchio e presso il Teatro della Pergola. Non a caso Firenze, e non a caso uno dei teatri più antichi d’Italia.
L’Organizzazione coinvolge non solo i ministeri, ma anche L’Accademia delle Crusca, principale tutore e osservatore degli sviluppi della lingua e del suo utilizzo in Italia e all’estero, ma anche la partecipazione degli Istituti di Cultura, dei Consolati, degli Istituti di Italianistica di università straniere con le diverse cattedre affidate spesso a docenti italiani o con lunga esperienza di studio della lingua, i comitati della Società Dante Alighieri e altre numerosissime associazioni di italiani all’estero.

Anche in questo settore strategico per la nostra cultura, bisogna fare i conti con la crisi economica e culturale del nostro paese. In Germania non passa giorno per chi in qualche modo si occupa di diffusione della lingua, in cui non si senta parlare di diminuzione di finanziamenti, di fondi che non ci sono, di scarsa richiesta di apprendimento della lingua. Gli Istituti di Cultura fanno il possibile – l’impossibile talvolta – per restare all’altezza dei concorrenti inglesi, tedeschi, francesi o spagnoli. Da un lato l’Italia dovrebbe investire di più in termini economici, dall’altro dovrebbe dimostrarsi più acuta e accorta e invertire, o perlomeno provare a farlo, la nostra percezione nell’importanza della promozione del “sistema paese nel mondo”, attraverso la lingua. Non è un dettaglio.

“La scelta dell’inglese come lingua di riferimento è di grande rilevanza politica ed economica per il Regno Unito e gli Stati Uniti”. A sostenerlo è Robert Phillipson, professore emerito presso il dipartimento di studi linguistici internazionali e di linguistica computazionale presso la Copenaghen Business School. Concetti che Phillipson racchiude nell’opera “Americanizzazione e Inglesizzazione come Processi di Occupazione Globale”. Si sarebbe istintivamente portati a pensare che non ne abbiano bisogno. La storia ha certamente un suo peso in tutto questo, ma “storia” significa anche in questo caso, un investimento di lungo termine che la Gran Bretagna prima e tanto meno gli Stati Uniti poi, hanno mai interrotto.

Investimenti ingenti per affrontare la sfida globale vengono effettuati per il francese, il portoghese, lo spagnolo e il tedesco. E l’italiano? Secondo Federico Guiglia, cronista esperto di esteri, siamo il fanalino di coda in Europa. Cifre alla mano (Dante Alighieri 2010): si passa dai 220 milioni di euro erogati dallo Stato britannico al British Institute, ai 218 a favore del Goethe, fino ai 90 del Cervantes, ai 13 del portoghese Camões e ai 10,6 milioni dell’Alliance Française. E l’Italia? Fanalino di coda con 600.000 euro di contributo assegnato per il 2010 al bilancio della Società Dante Alighieri, diminuito del 53% rispetto al 2009 (“Sulla Punta delle Lingua”, ed. Società Dante Alighieri). Il dato non è così allarmante, bisogna riconoscerlo, gli sforzi del paese non vanno solo alla Dante Alighieri ma anche e soprattutto agli Istituti di Cultura (che non hanno tuttavia solo il compito di promuovere la lingua) con un bilancio complessivo per la promozione della cultura italiana all’estero passato da 195 milioni nel 2008 a 152 milioni di euro nel 2013, quindi fortemente in calo (Ministero degli Esteri: ArchivioNotizie).

La lingua è anche un fatto politico da tenere in grande considerazione. C’è un altro dato da tenere sotto controllo e che certifica lo scarso peso negli ultimi anni dell’Italia a livello europeo, e che non aiuta né la promozione della lingua italiana, né di conseguenza la promozione del Sistema Paese e gli annessi aspetti economici: il “Regolamento EU n°1 che stabilisce il regime linguistico della Comunità Economica Europea” del 1958 e integrato dai cambiamenti istituzionali susseguiti fino ai giorni nostri. Tale documento contempla la lista delle “lingue ufficiali e di lavoro” ma lascia alle singole Istituzioni le “modalità di applicazione del presente regime linguistico”. La Commissione Europea ha adottato francese, inglese e tedesco come lingue procedurali a partire dal 2010. Non siamo i soli a contare poco, Spagna e Italia sostenuti da Grecia e Portogallo fecero ricorso senza giungere a sostanziali successi. Risultato, -solo a titolo d’esempio-: enti o istituti di informazione come Deutsche Welle o BBC non si preoccupano più di tradurre in italiano le propri e notizie. Questo ha non solo conseguenze culturali, ma soprattutto impatti economici.

Il 20 e il 21 di ottobre è dunque il momento per preparare una strategia di sistema -da sempre un punto debole per l’Italia-, che non preveda troppe teste e dispersioni, ma un fine comune e condiviso. I temi che saranno affrontati nelle sessioni plenarie di Firenze comprendono le nuove sfide e i nuovi strumenti della comunicazione e andranno dalle strategie di promozione linguistica per le diverse aree geografiche e per i paesi prioritari, al ruolo delle università, con particolare attenzione alle cattedre di italianistica, al compito degli italofoni e delle comunità italiane all’estero -sempre più numerose, vista la nuova ondata migratoria italiana a partire dal 2008-, fino alla gestione e agli strumenti della promozione della lingua italiana, vale a dire corsi e possibilità di apprendimento, viaggi, studi, e ovviamente turismo.

L’obiettivo è da un lato rendere il pubblico consapevole della forza dell’italiano, dall’altro indicare possibili strategie aggiornate e condivise a tutti gli attori coinvolti, senza dimenticare che l’italiano e’ una delle cinque lingue più studiate all’estero. Un buon dato da cui partire e da non sottovalutare. Un italiano certamente di non grande peso dal punto di vista economico o politico, ma molto probabilmente, per la sua storia, per ciò che rappresenta e per la musicalità, forse la lingua più amata nel mondo.

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