La Repubblica dei Parvenu

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di Lino Lavorgna

Il tema del mese, dedicato al referendum confermativo sulla riforma costituzionale, previsto nell’autunno 2016, risulta intrigante non tanto per il “tronco”, ossia l’argomento principale, quanto per i molteplici “rami” che da esso si snodano, creando una fitta chioma di elementi “sociologicamente” molto più interessanti. Il tutto, tra l’altro, si può liquidare in due battute, visto che un convegno vi è stato, lo scorso 10 febbraio, organizzato dalla Fondazione “Liberadestra”.
Il Prof. Antonio Baldassarre, presidente emerito della Corte Costituzionale, all’inizio del suo intervento, ha asserito testualmente, in 18 secondi: “Per la terza volta consecutiva si dà avvio a una riforma della Costituzione nel modo in cui TUTTI i professori di Diritto Costituzionale dicono che non si deve fare: la maggioranza che si fa la sua riforma contro l’opposizione”.
L’incipit basta e avanza per chiudere ogni discorso. Chi avesse voglia, però, e tempo disponibile, si può sorbire dal sito di Radio Radicale le due ore del convegno e meglio comprendere le mostruosità che caratterizzano l’operato dell’attuale governo e dei burattini in parlamento.
Ritornando ai “rami”, è senz’altro utile analizzare le cause che hanno consentito a dei parvenu di impossessarsi di un paese intero, bistrattandolo come se fosse un vecchio taxi dal quale il conducente cerchi di ricavare quanti più utili possibili, prima di rottamarlo.
La tentazione di partire da lontano, come sempre, è forte. I vizi italici hanno radici antiche, ma non possono essere sviscerati in un articolo e pertanto, necessariamente, dovremo sorvolare su quella sorta di “retaggio antropologico”, che prende corpo nel 753 A.C e si dipana fino ai giorni nostri, in circa 3000 anni di storia che, pur nella loro complessa caratterizzazione, presentano un comune denominatore: il peggio ha sempre sopraffatto il meglio. (Qualche anno fa, parlando di storia romana ad alcuni giovani, cercavo di offrire loro degli spunti critici sulla distorta visione di fatti e personaggi acquisita dai testi scolastici. Un ragazzo, a un certo punto, mi chiese: “Ma dalla fondazione di Roma alla caduta di Romolo Augustolo, vi è stato qualcuno che abbia vissuto degnamente, immune da colpe?” Parliamo di 1221 anni di storia e mi vennero i brividi mentre consideravo che, alla mente, affiorava d’acchito un solo nome, Tiberio Gracco, e che occorse qualche minuto di troppo per ricordare quelli dei cinque “imperatori bravi”. Poi buio pesto).
La causa principale della triste condizione attuale è la mancanza di una Destra illuminata, sociale, moderna, europea, che possa fungere da catalizzatore delle forze sane del Paese, esprimendo quelle eccelse personalità con i “numeri giusti” per governare.
Intendiamoci: in Italia, una vera “Destra” non è mai esistita. Non lo era quella cosiddetta “storica” e sarebbe improprio riconoscere al Fascismo tale attribuzione. Nel dopoguerra abbiamo registrato l’anomalia di un Partito Liberale che, mentre ovunque guardava a sinistra, in Italia si collocava a “destra”, salvo poi accettare compromessi con i partiti al potere e senza avere, ovviamente, nulla a che spartire con i princìpi e i valori della Destra.
Storia a sé, e di rilevante importanza, quella del Movimento Sociale Italiano, nel cui seno germogliavano, sia pure tra mille contraddizioni, “i più prelibati fiori della società civile”. Il partito, sorto dalle ceneri del Fascismo e quindi, a causa di ciò, “condannato” a un consenso non in grado di impensierire i detentori dei vari poteri, era dominato da un uomo straordinario, Giorgio Almirante, che riusciva a plasmare, con il suo carisma, le tante anime che in esso si “incontravano” e si “scontravano”: nostalgici irriducibili, monarchici, liberali e liberisti, socialrivoluzionari, tradizionalisti, conservatori, populisti, qualunquisti e una buona masnada di “opportunisti” che, non trovando casa altrove, chiesero asilo, predicando bene e razzolando male.
In questo turbinio esistenziale, però, dalla metà degli anni settanta, incominciarono a emergere dei giovani capaci di guardare avanti con occhi diversi e soprattutto a fare i conti con il passato, in modo netto, sotto tutti i punti di vista. In chiave scientifica si incominciarono a mettere in discussione i “dogma” dell’anti-evoluzionismo e dell’anti-relativismo; si ipotizzava che fosse lecito non avere necessariamente un “Dio” per esaltare la propria spiritualità, che poteva trovare alimento non meno appagante nella scienza.
Dirompente, poi, dal punto di vista propositivo, fu la lenta ma inesorabile abiura del “nazionalismo”, che da valore assoluto incominciò a essere considerato il male assoluto. L’europeismo “di maniera” assunse una valenza pregnante e fu proprio in quegli anni che qualcuno degli esponenti di questa moderna, entusiastica e per certi versi “rivoluzionaria area”, coniò la frase: “Nessun essere umano ha colpe o meriti per dove nasce, ma solo colpe o meriti per come vive”.
Questi giovani eccellenti erano destinati a raccogliere una difficile eredità, a porsi come esempio, a trasformare un partito nostalgico in qualcosa di diverso, a proporsi come guida, a conquistare il consenso delle masse, a rieducare un paese dedito alla sudditanza, a governare per il bene comune. Davvero troppo.
La cosa non piaceva proprio a nessuno e accadde quello che, nella storia, è sempre accaduto in simili circostanze: il “peggio” (che insieme fa sempre maggioranza) si coalizzò per sconfiggere il “meglio”. I giovani della “Nuova Destra” non furono gettati nelle fosse di Katyń, come accadde all’intellighènzia polacca, che perì sotto la scure di Stalin, ma furono messi in condizione di non nuocere.
In parte cacciati e in parte schiacciati, con sommo gaudio di coloro che, soffrendo un forte complesso d’inferiorità, soprattutto culturale, si trovarono un campo di battaglia sgombro, da percorrere agevolmente. Il resto è storia d’oggi. Quei giovani mediocri, diventati famosi, ricchi e potenti, scalarono vette ancora più alte sotto l’ombrello del cavaliere di Arcore, contribuendo in modo sensibile al disfacimento del Paese. Nel momento in cui, sul fronte opposto, qualcuno con capacità, giusta ambizione e vitalità giovanile, è in grado di formare un esercito fedele e ben strutturato, è naturale che non trovi ostacoli alla sua marcia trionfale.
L’unica speranza degna di essere presa in considerazione, quindi, è una “implosione” interna supportata dagli attacchi dei pentastellati, che possono essere, allo stesso tempo, per l’esercito renziano, preziosi alleati e pericolosi avversari. Un po’ poco, comunque, per guardare con ottimismo al futuro. E chissà quando, in Italia, vi sarà davvero una Destra degna di questo nome, capace di conquistare il potere e governare nell’interesse del bene comune.
Nell’attesa, chi è causa del suo mal pianga se stesso. E pazienza per gli innocenti, costretti, loro malgrado, a pagarne anch’essi il fio.

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