La storia del Carnevale napoletano: tra maschere e tradizione

Una tradizione secolare che va dalle

di Giuseppe Scarica

Stabilire l’origine esatta del Carnevale è piuttosto complicato: ricerche e approfondimenti, infatti, non ci consentono di poter risalire un momento storico ben preciso.

Tuttavia, confrontando vari scritti e opere, è possibile tracciare adeguatamente quello che il Carnevale ha rappresentato nel tempo per Napoli e la Campania.

Una tradizione secolare che qualcuno ricollega alle celeberrime “atellane”, le rappresentazioni in maschera nate ad Atella, in provincia di Caserta, e che saranno, di fatto, le madri delle rappresentazioni teatrali.

Le tesi più accreditate indicano il Carnevale come una vera e propria festa pagana legata ai riti romani dei Baccanali (in onore di Bacco) e Saturnali (che celebravano Saturno), ma è vicino anche alla cultura cattolica-cristiana poichè precede tutti i riti di penitenza legati  alla Quaresima.

Durante il martedì grasso, ultimo giorno di Carnevale storicamente legato all’abbondanza, si fa incetta di cibo per prepararsi ai quaranta giorni di magra che separano dalla Pasqua. Da qui “Carnum levare”, che in latino significa “via la carne”, per avvicinarsi alla Santa Pasqua in tono sommesso, nello spirito e nel corpo.

Negli ultimi anni la tradizione carnevalesca napoletana ha perso lo spirito di un tempo, spostando nell’entroterra riti ed usanze, sfarzi e tammorre, sfilate e maschere. Ma non è stato sempre così.

Negli anni del Viceregno Spagnolo, il Carnevale era forse la festa popolare più sentita dai napoletani. Durava più di un mese e iniziava la notte del 17 gennaio quando, in onore di Sant’Antonio Abate, si accendeva “ò cippo”, una catasta di legno nella quale finivano tutte le cose vecchie da bruciare e lasciare andare via. Nelle strade principali il popolo, obbligatoriamente in maschera, si esibiva in balli e tarantelle.

Dall’edizione del 1656, su iniziativa delle Corporazioni, nacque la tradizione dei carri, che si trasformarono in breve tempo in Carri della Cuccagna, abbelliti e “ornati” di prodotti alimentari. Fu l’inizio della fine. Poichè il popolo, sempre affamato, assaliva con consuetudine i carri per accaparrarsi i beni, fu deciso che il loro allestimento avesse luogo in Largo di Palazzo, l’odierna piazza del Plebiscito, con un presidio militare fino all’inizio della sfilata. L’allestimento durava un mese e lo sparo del cannone di Castel Nuovo dava il via al saccheggio che durava pochissimi minuti.

Tuttavia, nemmeno questo espediente risultò efficace. Negli anni a seguire scontri e rappresaglie costrinsero il Re a sospendere qualunque tipo di festeggiamento. Solo qualche anno più tardi i Borbone ristabilirono la festività concedendo al popolo di “sfrenarsi” in strada dal momento in cui le “tofe” di Palazzo Reale davano il via alla festa.

Fu il momento più alto della storia del Carnevale napoletano. Il popolo, in un tripudio di colori e suoni, invadeva le strade “armato” dei classici strumenti di musica popolare, dallo Scetavajasse (una sorta di violino dal rumore intenso tanto da essere in grado di risvegliare le vajasse) al Putipù (una caccavella di pelle di capra forata al centro e con un bastone infilato all’interno che emetteva suono con lo scorrere della mano su di esso) al tricchebballacche.

E’ in questo momento storico che nasce la maschera della “Vecchia ‘o Carnevale”, rappresentata da una doppia maschera che unisce Pulcinella a cavallo di una vecchia, quest’ultima simbolo dell’anno trascorso, dell’inverno, della natura appassita, della negatività pregressa. Chi la indossa rende l’immagine indossando una lunga gonna sulla tunica bianca e legandosi in vita una testa di anziana donna fatta di stoffa imbottita, e delle finte gambe, in modo da dare l’impressione che Pulcinella stia a cavalcioni sopra la vecchia.

La conclusione dei festeggiamenti, cosi come riportato ancora oggi in numerosi carnevali in giro per la Regione, era data dalla “Morte di Carnevale” il giorno di martedì grasso. In alcune città della Campania, una su tutte Montemarano, il momento è celebrato addirittura con un vero e proprio funerale per sancire la fine della baldoria e l’inizio del momento sacro.

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