Le sacre ceneri e il cammino verso la Pasqua

Riflessione di don Leonardo Manuli

La celebrazione del rito antichissimo delle “sacre ceneri” è la porta dell’itinerario quaresimale di circa quaranta giorni, e si conclude con l’acqua versata sui piedi, la lavanda dei piedi. È un tempo “altro” che avvia il cristiano alla Pasqua, momento di lode e di benedizione. La comunità ecclesiale “riattualizza” i quarant’anni di Israele nel deserto e i quaranta giorni di Gesù che nel deserto ha combattuto e ha vinto il Tentatore grazie alla forza della Parola di Dio. Si inizia con questo simbolo antico di “forte richiamo”, nel quale sul capo del fedele viene imposta un po’ di cenere (ricavata dalle palme benedette lo scorso anno). Il dinamismo in cui è coinvolta la chiesa intensifica il cammino di conversione di ogni battezzato, nella preghiera, nel digiuno e nella carità operosa e concreta, incarnate nelle pratiche tradizionali a vivere in maniera radicale l’amore di Cristo.
È suggestivo il simbolo delle ceneri – non sempre capito – segno di cambiamento e di lotta del cristiano che nella fragilità umana è invitato a ricominciare per dischiudere nuove possibilità.

Nel linguaggio corrente il termine “quaresima” evoca l’idea di un periodo cupo, di tristezza, di privazione, così essa perde la sua qualità di “cammino festivo verso la pasqua”. Come attualizzare la “sana tradizione” ? Il ciclo è abbastanza lungo e ricco di celebrazioni (le domeniche di quaresima, le palme, la settimana santa, il triduo pasquale), si confronta con l’esperienza di vita degli uomini e delle donne di oggi. È sufficiente sporgersi un po’ fuori dal “recinto sacro” per accorgersi della fatica a comprendere tante espressioni, gesti e linguaggi religiosi, oramai c’è tutto un mondo culturale che si rapporta a Cristo e alla sua chiesa in termini di indifferenza, di superficialità e di distacco, se non addirittura di lotta.

Il simbolo delle ceneri rappresentano un forte richiamo nell’assumere un dato esistenziale, quello della “fuggitività della vita”, della fatica di fronte alle sfide quotidiane, della precarietà delle relazioni, del venir meno di quei rapporti amichevoli e di aiuto solidale e fraterno, segno di una distanza enorme difficilmente colmata dagli smartphone o dalla massiccia partecipazione ai social che ci hanno reso più indifferenti all’umano e al vivere civile. Come incarnare per una liberazione dell’umano aspetti come penitenza e digiuno, conversione? Sovente esse considerate come pratiche speciali e devozionali da vivere solo in quaresima o riservate per alcuni pii fedeli osservanti e ripiegati su sé stessi.

La vita quotidiana risulta distante da alcuni riti e formalità sacrali per l’accentuazione individualistica e non comunitaria di essi che non entra nella profondità del vissuto personale e sociale, relegando il tutto ad un impegno volontaristico che non si lascia toccare dalla “genialità” della Pasqua. La “sana tradizione” sfida diversi interrogativi che l’uomo e la donna di oggi e soprattutto i giovani lanciano, il quale confronto non regge con una “mentalità” che punta ad esaltare chi primeggia, chi ha un prezioso conto in banca, chi ha successo, chi desidera di essere riconosciuto, chi punta tutto sulla gloria, e determina tutto un modo di relazionarsi e di vivere molto distante dai valori annunciati dal vangelo.

C’è da ammettere che segni, simboli, non attraversano più le “regioni sensibili” del vivere umano, ad esempio il senso della malattia, il “dopo” la morte, la cui dignità simbolica dei riti della quaresima non è sufficiente tantomeno a spiegarli, penetrati da una cultura post-cristiana e post-umana . Si aggiunge che la qualità di questo tempo “altro” a volte è sfigurato dalla direzione in chiave moralistica, quando invece esso non è assolutamente un lungo vademecum di opere da compiere per camminare decisamente incontro alla Pasqua. La quaresima può essere investita da un interesse nuovo, dal prendere sul serio la vita e la fede cristiana, dal rinnovato rapporto tradizione-modernità, non solo per scoprire che cosa essa fosse stata un tempo, ma anche per dischiudere la possibilità che essa possa essere di nuovo significativa, proprio per le generazioni di oggi e di domani. Questo “nuovo tempo” di transitus, dalla “testa ai piedi”, – slogan di una catechesi di don Tonino Bello -, dovrebbe aiutare il cristiano a recuperare la relazione con Dio, con la comunità e con la società, a liberare energie eversive di un annuncio gioioso, una sfida non piccola per arrivare – o tornare – con coraggio e ardimento a riavvicinarsi a Cristo per un incontro vero e autentico con Dio.

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