Letteratitudini: 25 Novembre giornata mondiale contro la violenza alle donne, “Discriminazioni e violenze ai tempi del Covid 19”

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Anche in questo terribile anno 2020 Letteratitudini, seppure in modo virtuale, non ha voluto omettere il suo contributo alla grave problematica legata al 25 Novembre giornata mondiale contro la violenza alle donne, “Discriminazioni e violenze ai tempi del Covid 19” .

In effetti non va dimenticato che anche in periodo di coronavirus ci sono appuntamenti come la giornata internazionale contro la violenza alle donne che neanche l’epidemia può far passare in silenzio.

In coerenza con i temi delle discriminazioni e violenze nei luoghi di lavoro proposte negli ultimi anni per il 25 novembre, le organizzazioni pongono al centro dell’iniziativa di quest’anno i rischi di violenze e discriminazioni nei confronti delle donne sia nel mondo del lavoro che nella vita quotidiana che si sono accentuati con la pandemia da coronavirus. A partire dal lockdown della scorsa primavera le persone si sono trovate a condividere tempi e spazi di vita e di lavoro (si pensi allo smart working praticato spesso a casa) che hanno accentuato e accentuano i rischi di violenze e maltrattamenti sulle donne, nonché maggiore discriminazione nei luoghi di lavoro e nei percorsi di carriera e di affermazione lavorativa.

Cosicchè possiamo ben dire:

Violenza sulle donne e pandemia. “L’anno terribile”

  “Per la prima volta si registrano casi dove gli aguzzini sono padri o fratelli” 

Il problema della violenza sulle donne, in tempo di Covid, con i riflettori accesi sulla pandemia ed i periodi di lockdown che hanno rivoluzionato la vita e acuito le tensioni tra le mura domestiche, ha semmai solo cambiato pelle. O mostrato altri volti. Ma il fenomeno c’è ancora, anzi di più, in tutta la sua drammaticità. “Un anno terribile per le donne”, dicono Giovanna Zitiello, coordinatrice del centro antiviolenza della Casa della donna, e Francesca Pidone, coordinatrice del Telefono Donna tracciando un primo bilancio in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne: “nel 2020 abbiamo registrato un aumento senza precedenti delle telefonate al centro antiviolenza”.
Dal 1 gennaio al 15 novembre il Telefono Donna, la linea di ascolto e accoglienza del centro antiviolenza pisano ha ricevuto 1.296 telefonate, un record rispetto al 2019 (1.149) e agli anni precedenti. L’aumento delle chiamate si registra soprattutto con l’inizio dell’emergenza coronavirus, in particolare dalla fine del lockdown di primavera, con un picco tra giugno e luglio.
Secondo la coordinatrice del centro Giovanna Zitiello, il forte aumento delle telefonate e delle donne che si sono rivolte alla linea di ascolto è strettamente connesso alla pandemia. “A marzo e aprile, in piena emergenza, ci hanno contattate 55 donne, un numero alto ma è soprattutto dalla fine del lockdown che abbiamo registrato un aumento importante delle richieste di aiuto – sottolinea Zitiello – Da maggio ad oggi ci hanno contattate 207 donne su un totale di 409, con una media di 30 donne al mese e con un picco tra giugno e luglio. Un aumento che non deve affatto sorprenderci. La fine dell’isolamento domestico – continua Zitiello – ha comportato un allentamento dell’enorme controllo e pressione a cui erano sottoposte le donne tra marzo e aprile. In molte hanno detto che ci chiamavano perché non volevano più vivere i maltrattamenti, gli abusi che avevano vissuto durante il lockdown”.
«Così da maggio, non più costrette a casa, più libere di muoversi, hanno trovato la forza di chiamarci. Avere consapevolezza della violenza a cui si è sottoposte – afferma Zitiello – è il primo passo per uscirne. E per compiere quel passo ci vuole tanta forza e coraggio, soprattutto durante un’emergenza di questa portata, che non può che amplificare la paura di non farcela”. E chi sono i maltrattanti? I dati di confermano un profilo noto da tempo: si tratta soprattutto di uomini tra 30 e 49 anni, nel 70% dei casi di nazionalità italiana, in gran parte occupati, partner o ex partner. “Tuttavia – precisa Pidone – rispetto al passato, nel 2020 abbiamo notato un aumento lieve (3%) ma significativo di donne che hanno subito violenza dai familiari (12%), come padri o fratelli. Un altro effetto della vita obbligata tra le mura domestiche”.

Violenza sulle donne, doppia emergenza ai tempi del Covid

Minitoraggio Action Aid su risorse e attuazione del Piano antiviolenza 2017-2020: solo il 10% dei fondi 2019 è arrivato ai Centri antiviolenza

La pandemia mette a dura prova anche chi lavora in prima linea per la difesa delle donne dalla violenza maschile. Un fenomeno di cui si parla forse meno ma che è sempre insidioso e inquietante, soprattutto per le molte donne costrette in casa – a causa dei vari lockdown – insieme a mariti e compagni violenti.

Il 25 novembreGiornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, l’associazione ActionAid ha diffuso un monitoraggio sul fenomeno della violenza, i fondi destinati al settore, la situazione nelle Regioni alle prese con l’emergenza Covid-19.

I centri antiviolenza (CAV) e le case rifugio, afferma ActionAid, “durante la pandemia sono gli unici spazi che hanno continuato a funzionare del sistema antiviolenza, meccanismo spesso malfunzionante o addirittura inceppato. Solo l’enorme impegno messo in campo dai CAV, anche nelle situazioni più critiche come quelle lombarde, ha garantito alle donne che subiscono violenza di essere supportate”.

Durante il primo lockdown, quando dopo un iniziale crollo il numero delle chiamate di aiuto al 1522, tra marzo e giugno 2020 è più che raddoppiato rispetto al 2019 con 15.280 richieste (+119,6%), in Lombardia, ad esempio, c’è stata una forte riduzione dello staff nei CAV causata dal dimezzamento del numero di volontarie – generalmente di età medio-alta e quindi a rischio contagio – e dalla malattia o messa in quarantena di operatrici.

In aggiunta, i Centri sono stati costretti a turni di lavoro estenuanti, come nel caso della provincia di Cremona, che ha esteso la propria reperibilità h24 con risorse umane ridotte del 50%. Questo a fronte di ritardi e della mancanza di procedure standard delle istituzioni. Dalla scarsità di mascherine e guanti (distribuiti solo in pochissimi casi dalle istituzioni locali come a Brescia) all’impossibilità di accedere ai tamponi, fino alla mancanza di spazi adeguati per isolamenti fiduciari. Nonostante la circolare inviata a marzo 2020 dal Ministero dell’Interno alle Prefetture per rendere disponibili alloggi alternativi, i centri – ad eccezione di quelli di Pavia – sono stati costretti a ricorrere a bed&breakfast o appartamenti messi a disposizione da conoscenti e privati. È quanto denuncia il nuovo rapporto di ActionAid  che monitora i fondi statali previsti dalla legge 119/2013 (la legge sul femminicidio) insieme all’attuazione del Piano antiviolenza 2017-2020.

Il rapporto 2020, inoltre, si è focalizzato sulla risposta all’emergenza Covid19 in Lombardia, Calabria e Sicilia, mettendo in evidenza i ritardi ormai storici della ripartizione e erogazione dei fondi dallo Stato alle Regioni, che la pandemia ha reso ancora più gravi. Difficoltà che si sarebbero potute evitare soprattutto se i piani nazionali contro la violenza fossero stati regolarmente realizzati dal 2014 ad oggi.

“Non è tollerabile che le istituzioni si presentino impreparate a fronteggiare un nuovo lockdown. L’epidemia ci ha dato lezioni che non dobbiamo dimenticare, prima tra tutte il ruolo essenziale dei CAV e delle case rifugio nel sostegno territoriale alle donne, che hanno dimostrato una grande capacità di adattamento nel reinventare un modello di intervento rapido che funziona solo con supporti adeguati. È necessario uscire dalla logica emergenziale per creare un sistema forte e duraturo. Con la seconda ondata pandemica i CAV corrono il rischio di arrivare al limite delle proprie capacità di sopravvivenza e di resilienza. Oggi è necessario istituire un Fondo di emergenza con risorse aggiuntive e prontamente disponibili ” spiega Elisa Visconti, Responsabile dei Programmi di ActionAid.

Le risorse e i ritardi burocratici.  Per il 2019, il Dipartimento Pari Opportunità ha ripartito tra le Regioni 30 mln di euro, di cui 20 mln da destinare al funzionamento ordinario di case rifugio e centri antiviolenza e 10 mln per il Piano antiviolenza. In tempi Covid, per rispondere ai nuovi bisogni delle strutture di accoglienza, la Ministra per le Pari Opportunità ha firmato un decreto di procedura accelerata per il trasferimento delle risorse per il 2019 prevedendo la possibilità di usare i fondi destinati al Piano antiviolenza per coprire le spese dell’emergenza sanitaria. A distanza di 6 mesi solo 5 Regioni hanno erogato i fondi: Abruzzo, Friuli Venezia-Giulia, Lombardia, Molise e Veneto. Nel dettaglio le risorse liquidate per l’annualità 2019 sono pari all’10%. Ad oggi nessun Decreto è stato emanato dal DPO per i fondi antiviolenza 2020.

Il Piano Antiviolenza, l’occasione mancata. Siamo alla vigilia dell’elaborazione del nuovo Piano Nazionale, ma l’analisi della attuazione del Piano strategico nazionale sulla violenza maschile contro le donne – adottato nel 2017 e reso operativo con un piano approvato due anni dopo – rivela la sua incompletezza e il mancato rispetto della promessa trasparenza dei processi e delle decisioni. Le risorse effettivamente impegnate sono insufficienti per coprire le azioni programmate e risulta impossibile verificare se realmente spese.

La prevenzione, la grande assente. Se le attività previste nell’ambito dell’asse prevenzione dei piani antiviolenza fossero state pienamente attuate nel corso degli anni, durante l’emergenza non sarebbe stato necessario l’invio di una circolare ad hoc alle forze di polizia per sensibilizzarle sulla violenza domestica e favorire così l’emersione delle richieste di aiuto da parte delle donne. Oppure, se il 1522 fosse regolarmente e capillarmente pubblicizzato come previsto, le donne sarebbero informate sui servizi a cui chiedere aiuto.  

Le raccomandazioni. ActionAid, sulla base di quanto condiviso dalle operatrici dei Centri, ha formulato concrete raccomandazioni per garantire la pronta attivazione del sistema di protezione e prevenzione in caso di nuove emergenze. È necessario, infatti, assicurare il pieno funzionamento delle reti territoriali antiviolenza e stabilire delle procedure operative standard. Urgente anche istituire un fondo nazionale per le emergenze immediatamente disponibile. Infine, devono essere potenziate le attività di sensibilizzazione e comunicazione fin dall’inizio dell’emergenza, garantendo ampia diffusione delle informazioni circa l’esistenza e il funzionamento dei centri antiviolenza.

Fondo #closed4women. Per permettere alle strutture di sostenere le spese impreviste, a marzo scorso ActionAid ha creato il fondo di pronto intervento #closed4women. Sono stati 24 i Centri in tutta Italia che in tempi rapidi hanno potuto acquistare dispositivi sanitari (mascherine, disinfettante, guanti), sanificare i locali, dare continuità ai servizi di supporto psicologico e legale, fornire aiuti alimentari, sostenere economicamente le donne che hanno dovuto interrompere percorsi di autonomia e di inserimento lavorativo a causa del Covid19. Sono state 189 le donne​ coinvolte, a loro volta 100 tra figlie e figli a carico hanno​ beneficiato di un sostegno. ActionAid rilancia il Fondo di emergenza con un nuovo finanziamento per supportare i Cav in questa seconda fase della pandemia.

Abbiamo voluto segnalare queste problematiche che, ovviamente, aggravano questa terribile situazione, ma vogliamo anche ribadire che per la violenza alle donne dobbiamo avere “riflettori” sempre accesi. Non possiamo girare lo sguardo dall’altra parte, dobbiamo agire, aiutare le persone che lo chiedono e ricordare sempre e a tutti che la “donna” è un essere speciale, che va solo amata, rispettata e, come diceva mio padre “la donna non va toccata nemmeno con un fiore”.

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