LETTERATITUDINI CONFERISCE UN OMAGGIO A GRAZIA DELEDDA

GRAZIA DELEDDA

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Il 10 dicembre 1926 a Stoccolma, la scrittrice sarda Grazia Deledda viene insignita del Premio Nobel per la Letteratura. L’autrice di Fior di SardegnaCanne al Vento e Marianna Sirca è la quarta donna a ricevere un premio Nobel e la seconda donna a ricevere il Nobel per la Letteratura, dopo la scrittrice svedese Selma Lagerlöf. Le motivazioni del premio:

Per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale, e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano.

 Grazia Deledda nasce a Nuoro il 27 settembre 1871 da Giovanni Antonio e Francesca Cambosu, quinta di sette figli. La famiglia appartiene alla borghesia agiata: il padre che ha conseguito il diploma di procuratore legale, si dedica al commercio del carbone ed è un cattolico intransigente.

Diciasettenne, invia alla rivista “Ultima moda” di Roma il primo scritto, chiedendone la pubblicazione: è “Sangue sardo”, un racconto nel quale la protagonista uccide l’uomo di cui è innamorata e che non la corrisponde, ma aspira ad un matrimonio con la sorella di lei.

Il testo rientra nel genere della letteratura popolare e d’appendice sulle orme di Ponson du Terrail. Incerte sono le notizie di un lavoro ancora precedente, datato da alcuni critici al 1884. Tra il 1888 ed il 1890, collabora intensamente con riviste romane, sarde e milanesi, incerta tra prosa e poesia. L’opera che segna più propriamente l’inizio della carriera letteraria è “Fior di Sardegna” (1892), che ottiene qualche buona recensione.

Gli scritti risentono di un clima tardo romantico, esprimendo in termini convenzionali e privi di spessore psicologico un amore vissuto come fatalità ineluttabile. E’ anche, per lei, un’epoca di sogni sentimentali, più che di effettive relazioni: uomini che condividono le sue stesse aspirazioni artistiche sembrano avvicinarla, ma per lo più un concreto progetto matrimoniale viene concepito da lei sola. Si tratta di Stanislo Manca, nobile sardo residente a Roma, di Giuseppe M. Lupini, musicista che le dedica una romanza, del giornalista triestino Giulio Cesari e del maestro elementare Giovanni Andrea Pirodda, “folclorista gallurese”.

Sollecitata da Angelo De Gubernatis, si occupa di etnologia: della collaborazione alla “Rivista di Tradizioni Popolari Italiane”, che va dal dicembre 1893 al maggio 1895, il miglior risultato sono le undici puntate delle “Tradizioni popolari di Nuoro in Sardegna”.

Nel 1895 presso Cogliati a Milano, viene publicato “Anime oneste”.

L’anno successivo esce “La via del male” che incontra il favore di Luigi Capuana.

Durante una permanenza a Cagliari, nel 1899, conosce Palmiro Madesani, funzionario del Ministero delle Finanze in missione. Contemporaneamente compare a puntate su “Nuova Antologia” il romanzo “Il vecchio della montagna”.

L’11 gennaio dell’anno successivo, si sposa con Palmiro e in aprile si trasferiscono a Roma: si realizza in questo modo il suo sogno di evadere dalla provincia sarda. Sebbene conduca vita appartata, nella capitale verrà a contatto con alcuni dei maggiori interpreti della cultura italiana contemporanea.

Tra agosto e dicemdre del 1900, sempre su “Nuova Antologia”, esce “Elias Portolu”.

Il 3 dicembre nasce il primogenito, Sardus; tenuto a battesimo dal De Gubernatis (avrà in seguito un altro figlio, Franz). La giornata di Grazia Deledda si divide fra la famiglia e la scrittura, a cui dedica alcune ore tutti i pomeriggi.

Nel 1904 viene pubblicato il volume “Cenere”, da cui verrà tratto un film interpretato da Eleonora Duse (1916).

I due romanzi del 1910, considerati in genere frutto di una tenace volontà di scrivere piuttosto che di autentica ispirazione, sono notevoli tuttavia per essere, il primo, “Il nostro padrone”, un testo a chiaro sfondo sociale e il secondo, “Sino al confine”, per certi aspetti autobiografico.

Al ritmo sostenuto di quasi due testi all’anno compaiono i racconti di “Chiaroscuro” (1912), i romanzi “Colombi e sparvieri” (1912), “Canne al vento “(1913), “Le colpe altrui” (1914), “Marianna Sirca” (1915), la raccolta “Il fanciullo nascosto” (1916), “L’incendio nell’uliveto” (1917) e “La madre” (1919).

Si tratta della stagione più felice. I romanzi hanno tutti una prima pubblicazione su riviste (volta a volta “Nuova Antologia”, “Illustrazione italiana”, “La lettura” e “Il tempo”), quindi vengono stampati per i tipi di Treves.

Nel 1912 esce “Il segreto di un uomo solitario”, vicenda di un eremita che scelto l’isolamento per nascondere il proprio passato. “Il Dio dei viventi”, del 1922, è la storia di un’eredità da cui trtaspare una religiosità dicarattere immanente.

Il 10 settembre 1926 Grazia Deledda riceve il Nobel per la Letteratura: è il secondo autore in Italia, preceduta solo da Carducci vent’anni prima; resta finora l’unica scrittrice italiana premiata.

In “Annalena Bilsini” si avverte una certa stanchezza, che colpisce la la critica soprattutto a seguito dei recenti riconoscimenti. L’ultimo romanzo “La chiesa della solitudine” è del 1936. La protagonista è, come l’Autrice, ammalata di tumore.

Di li a poco Grazia Deledda si spegne, è il 15 agosto.

Lascia un’opera incompiuta, che verrà pubblicata l’anno successivo a cura di Antonio Baldini con il titolo “Cosima, quasi Grazia”.

Canne al vento è un romanzo di Grazia Deledda. Uscito a puntate su L’Illustrazione Italiana, dal 12 gennaio al 27 aprile 1913, dopo qualche mese fu pubblicato in volume, presso l’editore Treves di Milamo. Il titolo dell’opera più famosa della scrittrice sarda (Premio Nobel per la letteratura, 1926) allude al tema profondo della fragilità umana e del dolore dell’esistenza; in questa direzione mobilita le riflessioni e le fantasie di un eroe protagonista, come un primitivo, un semplice, assai simile al pastore errante dell’Asia leopardiano o a uno degli umili manzoniani. Il rapporto di similitudine tra la condizione delle canne e la vita degli uomini, celebrato nel titolo del romanzo, proviene da un’opera (Elias Portolu) del 1903: Uomini siamo, Elias, uomini fragili come canne, pensaci bene. Al di sopra di noi c’è una forza che non possiamo vincere. La metafora dell’uomo-canna non era nuova in letteratura, essendo già presente nell’opera di Blaise Pascall:

Sullo sfondo delle Baronie, vengono esposte le tematiche della povertà, dell’onore e della profonda superstizione. La Sardegna rurale del primo Novecento descritta in Canne al Vento ripropone ancora oggi quel nodo insolubile tra una civiltà in apparenza statica e immobile sulle sue millenarie usanze e un’isola che avanza a grandi passi sulla via di un progresso, ieri agricolo oggi industriale e tecnologico insieme. Mentre gli artisti del tempo della Deledda dibattevano sugli aspetti più complessi di quel progresso, e cioè di quella modernità nella quale potevano cogliere l’essenza unitaria dell’uomo comunque e dovunque, e non solo nella civiltà occidentale, la Deledda assai più sensibile e avvertita sul piano culturale coglieva il senso profondo e sconvolgente del mutamento. La sua proiezione mitica della comunità isolana ne era una reinvenzione simbolica in termini estetici e antropologici. Non è una storia fine a se stessa, né rinchiusa nei confini della Sardegna. Quel che vale per la Sardegna vale anche per il resto d’Italia di allora, e non solo: lo testimonia la grande e lunga fortuna di Canne al vento in tutto il mondo. Ecco perché la sua opera poté interessare lo scrittore inglese Davis Herbert Lawrence, autore di Mare e Sardegna, che divenne suo traduttore. D. H. Lawrence fu attratto dal suo modo di scrivere, denso di emozioni e suggestioni primordiali, in cui fluiva una energia insolita che induceva nel lettore un nuovo desiderio di natura e autenticità. Desiderio più comprensibile oggi di quanto non lo fosse allora, quando i problemi dei costi sociali e umani, gli oneri dei rischi ambientali del progresso e della modernità non erano venuti in primo piano.
TRAMA DEL ROMANZO In un villaggio sardo, Galte, non lontano dalla foce del Cedrino, sulla costa tirrenica della Sardegna, vive la nobile famiglia Pintor: padre, madre e quattro figlie. Il padre, Don Zame, rappresentato come rosso e violento come il diavolo, è un uomo superbo e orgoglioso, ma anche prepotente e soprattutto geloso dell’onore della famiglia e ne protegge il prestigio e la nobile reputazione nel paese. Le donne, dedite ai lavori domestici, restano a casa. A questa condizione femminile si ribella solo Lia, la terza delle sue figlie, la quale, trasgredendo le regole imposte dal genitore, fugge sulla penisola per “prender parte alla festa della vita“. Approda a Civitavecchia. Qui si sposa e ha un figlio. Don Zame sembra impazzire per lo scandalo – “Un’ombra di morte gravò sulla casa: mai nel paese era accaduto uno scandalo eguale; mai una fanciulla nobile e beneducata come Lia era fuggita così.” – Il padre, mentre tenta di inseguire la figlia, viene trovato misteriosamente morto sul ponte all’uscita dal paese. Il fatto criminoso resterà avvolto in una sorta di mistero: disgrazia o delitto? Questo è l’antefatto del romanzo che nella realtà narrativa viene rivelato con anaconie, nel corso della narrazione, la quale in verità comincia nel momento in cui viene annunciato l’arrivo di Giacinto, il figlio di Lia rimasto orfano di entrambi i genitori, in casa Pintor. Quando il romanzo ha inizio, le dame Pintor: Ruth, Ester e Noemi, assistono rassegnate al declino della loro giovinezza, abitano in una casa oramai cadente e sono rimaste proprietarie di un unico, piccolo podere appena sufficiente per il loro sostentamento. La vita delle Pintor scorre in una mestizia malinconia nella quale sfuma il loro orgoglio, che ha guizzi soprattutto in Noemi e meno nelle altre due più anziane, provate dalla rinuncia e dall’aggravarsi della miseria. Invano sono protette dalla dedizione del servo Efix (Efisio è un nome molto diffuso nel sud della Sardegna e si chiama così uno dei santi patroni della città di Cagliari), legato a loro, come il carnefice alla vittima, da un forte senso di colpa (infatti lui per favorire la fuga di Lia, per cui aveva una devozione appassionata molto simile all’amore, aveva accidentalmente ucciso il padrone). Egli sogna, con pazienza e devozione, il rifiorire della casa e della casata. Una speranza si accende con l’arrivo di Giacinto. Intorno vagano i personaggi minori, membri della comunità e del gruppo, solidali e partecipi con la loro primitiva saggezza: le giovani coetanee di Giacinto, i coetanei delle Pintor, di Efix. Le reazioni all’arrivo di Giacinto sono minutamente descritte nei vari meccanismi di accettazione e rifiuto, finché l’amore finisce per ristabilire un nuovo equilibrio, che ciascun membro della comunità paga con la propria esperienza e in misura adeguata al proprio ruolo. Le pagine memorabili del romanzo che restano impresse nell’animo del lettore sono numerose: Efix e il suo mondo interiore, le sue riflessioni e le fantasie, gli interni della casa, il paesaggio, i santuari e le feste, la iniziazione difficile di Giacinto, l’amore di Noemi e quello di Grixenda per lui, quello riconoscente delle dame per Efix che si conclude nello splendido attittidu della fine, quando donna Ester parla come in una nenia funebre al servo morto, lo apostrofa e ne veste il cadavere leggero, sola nella grande casa allietata dalle nozze di Noemi col cugino don Predu.
Sullo sfondo delle Baronie, vengono esposte le tematiche della povertà, dell’onore e della profonda superstizione. La Sardegna rurale del primo Novecento descritta in Canne al Vento ripropone ancora oggi quel nodo insolubile tra una civiltà in apparenza statica e immobile sulle sue millenarie usanze e un’isola che avanza a grandi passi sulla via di un progresso, ieri agricolo oggi industriale e tecnologico insieme. Mentre gli artisti del tempo della Deledda dibattevano sugli aspetti più complessi di quel progresso, e cioè di quella modernità nella quale potevano cogliere l’essenza unitaria dell’uomo comunque e dovunque, e non solo nella civiltà occidentale, la Deledda assai più sensibile e avvertita sul piano culturale coglieva il senso profondo e sconvolgente del mutamento. La sua proiezione mitica della comunità isolana ne era una reinvenzione simbolica in termini estetici e antropologici. Non è una storia fine a se stessa, né rinchiusa nei confini della Sardegna. Quel che vale per la Sardegna vale anche per il resto d’Italia di allora, e non solo: lo testimonia la grande e lunga fortuna di Canne al vento in tutto il mondo. Ecco perché la sua opera poté interessare lo scrittore inglese Davis Herbert Lawrence, autore di Mare e Sardegna, che divenne suo traduttore. D. H. Lawrence fu attratto dal suo modo di scrivere, denso di emozioni e suggestioni primordiali, in cui fluiva una energia insolita che induceva nel lettore un nuovo desiderio di natura e autenticità. Desiderio più comprensibile oggi di quanto non lo fosse allora, quando i problemi dei costi sociali e umani, gli oneri dei rischi ambientali del progresso e della modernità non erano venuti in primo piano. TRAMA DEL ROMANZO In un villaggio sardo, Galte, non lontano dalla foce del Cedrino, sulla costa tirrenica della Sardegna, vive la nobile famiglia Pintor: padre, madre e quattro figlie. Il padre, Don Zame, rappresentato come rosso e violento come il diavolo, è un uomo superbo e orgoglioso, ma anche prepotente e soprattutto geloso dell’onore della famiglia e ne protegge il prestigio e la nobile reputazione nel paese. Le donne, dedite ai lavori domestici, restano a casa. A questa condizione femminile si ribella solo Lia, la terza delle sue figlie, la quale, trasgredendo le regole imposte dal genitore, fugge sulla penisola per “prender parte alla festa della vita“. Approda a Civitavecchia. Qui si sposa e ha un figlio. Don Zame sembra impazzire per lo scandalo – “Un’ombra di morte gravò sulla casa: mai nel paese era accaduto uno scandalo eguale; mai una fanciulla nobile e beneducata come Lia era fuggita così.” – Il padre, mentre tenta di inseguire la figlia, viene trovato misteriosamente morto sul ponte all’uscita dal paese. Il fatto criminoso resterà avvolto in una sorta di mistero: disgrazia o delitto? Questo è l’antefatto del romanzo che nella realtà narrativa viene rivelato con anaconie, nel corso della narrazione, la quale in verità comincia nel momento in cui viene annunciato l’arrivo di Giacinto, il figlio di Lia rimasto orfano di entrambi i genitori, in casa Pintor. Quando il romanzo ha inizio, le dame Pintor: Ruth, Ester e Noemi, assistono rassegnate al declino della loro giovinezza, abitano in una casa oramai cadente e sono rimaste proprietarie di un unico, piccolo podere appena sufficiente per il loro sostentamento. La vita delle Pintor scorre in una mestizia malinconia nella quale sfuma il loro orgoglio, che ha guizzi soprattutto in Noemi e meno nelle altre due più anziane, provate dalla rinuncia e dall’aggravarsi della miseria. Invano sono protette dalla dedizione del servo Efix (Efisio è un nome molto diffuso nel sud della Sardegna e si chiama così uno dei santi patroni della città di Cagliari), legato a loro, come il carnefice alla vittima, da un forte senso di colpa (infatti lui per favorire la fuga di Lia, per cui aveva una devozione appassionata molto simile all’amore, aveva accidentalmente ucciso il padrone). Egli sogna, con pazienza e devozione, il rifiorire della casa e della casata. Una speranza si accende con l’arrivo di Giacinto. Intorno vagano i personaggi minori, membri della comunità e del gruppo, solidali e partecipi con la loro primitiva saggezza: le giovani coetanee di Giacinto, i coetanei delle Pintor, di Efix. Le reazioni all’arrivo di Giacinto sono minutamente descritte nei vari meccanismi di accettazione e rifiuto, finché l’amore finisce per ristabilire un nuovo equilibrio, che ciascun membro della comunità paga con la propria esperienza e in misura adeguata al proprio ruolo. Le pagine memorabili del romanzo che restano impresse nell’animo del lettore sono numerose: Efix e il suo mondo interiore, le sue riflessioni e le fantasie, gli interni della casa, il paesaggio, i santuari e le feste, la iniziazione difficile di Giacinto, l’amore di Noemi e quello di Grixenda per lui, quello riconoscente delle dame per Efix che si conclude nello splendido attittidu della fine, quando donna Ester parla come in una nenia funebre al servo morto, lo apostrofa e ne veste il cadavere leggero, sola nella grande casa allietata dalle nozze di Noemi col cugino don Predu.

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