LETTERATITUDINI ED IL PRIMO E SECONDO NOVECENTO (STORIA – LETTERATURA – SOCIALE)

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Primo Novecento storia e letteratura

Il Primo Novecento storia e letteratura riassunto

Il Primo 900 storia

Superato il difficile momento della “grande depressione”, che tra il 1873 e il 1895 aveva causato una grave crisi economica, la produzione ricominciò a crescere.

Gli anni a cavallo tra Ottocento e Novecento furono infatti caratterizzati da un aumento del benessere, in particolare per le classi borghesi, e da una relativa pace tra gli Stati europei. Per questo motivo gli storici chiamano questo periodo con il termine francese di Belle Époque, cioè “epoca felice” .

In questi anni nacquero i grandi magazzini e la pubblicità; si diffusero i caffé-concerto, cioè locali dove si poteva bere ascoltando musica; furono allestite grandi esposizioni universali in cui erano messe in mostra le ultime innovazioni della tecnica e la migliore produzione industriale e artigianale.

Nacque una nuova tendenza artistica, il Liberty, che si espresse soprattutto attraverso le arti figurative e gli oggetti d’arredo; infine, comparvero due arti che avrebbero avuto nei decenni successivi grande importanza: il cinema e il fumetto.

Nel Primo Novecento il Nord dell’Italia si avvia a un lento processo di industrializzazione che comporta alcuni nuovi fenomeni sociali, come l’emigrazione dal Sud della penisola e la formazione di grandi agglomerati urbani.

Tuttavia la modernizzazione dell’economia non è sufficiente a risolvere i problemi legati all’occupazione e molti italiani sono costretti ad emigrare all’estero.

Di fronte a questa situazione viene intrapresa la politica coloniale italiana, che porta alla conquista della Libia (1911-12).

Tra il 1903 e il 1914 la scena politica è dominata dalla figura di Giovanni Giolitti. Questi è l’esponente della corrente dei liberali che tenta di risolvere i gravi conflitti sociali attraverso una serie di provvedimenti volti a migliorare l’amministrazione pubblica e soddisfare le richieste dei lavoratori. Egli affermò il diritto inalienabile dei lavoratori ad avere le proprie associazioni sindacali; sostenne che esse erano un elemento essenziale del progresso non solo sociale, ma anche economico del Paese. Ciò permise nel 1906 la nascita della Cgl (Confederazione generale del lavoro); a questa, nel 1910, i “padroni” risposero costituendo la Confindustria (Confederazione italiana dell’industria).

I governi di Giolitti attuarono numerose importanti riforme (per esempio la conversione delle ferrovie – che erano private e quasi tutte in mano a capitalisti francesi e inglesi – in Ferrovie dello Stato); decisero interventi speciali a favore dell’industrializzazione del Mezzogiorno (provvedimenti a favore della Basilicata; l’industrializzazione di Napoli con la costruzione di Bagnoli; la costruzione dell’acquedotto pugliese). Nel 1912, infine, Giolitti realizzò la più importante riforma in direzione del progresso politico e sociale istituendo il suffragio universale maschile.

La sua politica di accordo tra i partiti fallisce in seguito alle resistenze dei conservatori di fronte al cosiddetto “patto Gentiloni”, che di fatto sancisce l’ingresso delle forze cattoliche nel confronto elettorale.

Nel frattempo la tensione accumulata nei rapporti internazionali esplose con la Prima guerra mondiale. l’Italia decise di partecipare a partire dal 1915, dopo un lungo dibattito tra neutralisti e interventisti.

L’esperienza della guerra fu traumatica per l’esercito italiano. Privo di risorse adeguate e di preparazione, dovette persino ricorrere negli ultimi mesi, per fronteggiare gli eserciti nemici, alla leva dei “ragazzi del ’99”, poco più che adolescenti.

Il Primo Novecento letteratura

Nella letteratura del Primo Novecento si allentano i confini tra la poesia e la prosa. Il rinnovamento del romanzo si realizza grazie ai due maggiori autori del periodo, Luigi Pirandello e Italo Svevo. Il primo, oltre che di romanzi e novelle, fu autore di numerosi testi teatrali.

Nelle opere di Pirandello e di Svevo troviamo rappresentata la solitudine dell’uomo moderno, che ha perduto la fede nei valori della società romantica e positivistica e non ha più certezze, in un mondo sconvolto dalle guerre e umiliato dalle dittature.

Protagonista delle novelle e dei romanzi è spesso il ceto medio borghese, oggetto di approfondite analisi psicologiche. Si rinuncia alla narrazione dei fatti disposti in ordine cronologico e orientati verso una conclusione; fulcro della storia sono le riflessioni del protagonista, la descrizione degli stati d’animo di una vicenda psicologica tutta interiore.

La poesia è caratterizzata invece da numerose esperienze accomunate dalla volontà di abbandonare i temi tradizionali e le rigide forme metriche del passato, introducendo l’uso nascente del verso libero.

Crepuscolari (CorazziniMoretti e Gozzano) rifiutano il modello dannunziano solenne e prezioso; rivolgono l’attenzione agli aspetti più umili della realtà quotidiana, adeguando alle tematiche dimesse anche il linguaggio.

Vociani (ReboraSbarbaro e Campana) conducono nei loro versi un profondo scavo interiore; esprimono la loro interiorità inquieta attraverso componimenti brevi e suggestivi (tendenza al “frammentismo”).

Il movimento più rilevante risulta essere il Futurismo, poiché si riconosce in un preciso programma e riesce in questo modo a raggiungere un’ampia diffusione in tutta Europa. Il suo fondatore, Filippo Tommaso Marinetti, si propone la cancellazione completa e definitiva di tutte le esperienze culturali e artistiche del passato disarticolando la struttura logica della frase per giungere alle “parole in libertà”.

Il teatro ha grandi protagonisti sia fra gli autori sia fra i registi. Una svolta importante del secolo è l’avvento della figura del regista, a sostituire il capocomico come coordinatore dei vari aspetti dello spettacolo.

Fra i grandi rappresentanti del Primo Novecento ricordiamo soprattutto Luigi Pirandello (1867-1936), le cui opere sono ancora rappresentate in tutti i palcoscenici del mondo, e Bertolt Brecht (1898-1956), uno dei massimi autori e teorici teatrali.

 Secondo Novecento, 1946-2016: storia e politica

Il Secondo Novecento, 1946-2016: storia e politica, riassunto.

Il Secondo Novecento: il dopoguerra

La Seconda guerra mondiale (1939-1945) ha coinvolto tutte le grandi potenze del mondo. Sono anni di terrore, di fortissime tensioni sociali, di deportazioni e massacri.
Il secondo conflitto si chiude in maniera disastrosa: 50.000.000 di morti, di cui il 48% di civili; interi paesi devastati da bombardamenti indiscriminati. La più colpita nelle vite umane (30.000.000 di morti) e nei beni è l’Europa.

Il Secondo Novecento: la guerra fredda tra USA e URSS

Anche l’Urss subisce perdite ingentissime, ma esce dalla guerra con un grande prestigio ideologico, politico e militare.

Non meno grande è il prestigio conquistato dall’altra grande potenza, gli USA, che si assume il compito di aiutare, non del tutto disinteressatamente, l’Europa nella sua faticosa opera di ricostruzione, in particolare attraverso il Piano Marshall, varato nel 1947.

Lo scontro politico e ideologico tra il liberalismo e il capitalismo degli USA e il comunismo dell’URSS provoca la spaccatura del mondo in due blocchi. La frattura crea tensioni soprattutto in Europa dove inizia un periodo denominato guerra fredda.

Un clima di sospetto e di timore reciproco oppone i Paesi comunisti dell’Europa orientale (sottoposti al rigido controllo dell’Unione Sovietica) ai Paesi capitalisti dell’Europa occidentale (legati agli Stati Uniti).
In Germania il muro di Berlino, costruito nel 1961, diventa il simbolo della divisione tra il blocco occidentale e quello sovietico.

L’Italia dal Secondo Novecento a oggi: il quadro politico

All’indomani della seconda guerra mondiale (per un approfondimento leggi Italia nella seconda guerra mondiale), L’Italia versa in condizioni disastrose; è necessario avviare un’opera di vera e propria ricostruzione.
Il 2 giugno 1946, nel referendum istituzionale, gli italiani si pronunciano a favore della Repubblica Italiana, in base alla quale l’Italia diventa una Repubblica democratica.

La scena politica rimane stabile per quasi cinquant’anni con governi a guida della Democrazia Cristiana. Nel 1994, in seguito a una serie di scandali legati al finanziamento illecito dei partiti e alle inchieste giudiziarie che ne derivano (la cosiddetta stagione di “mani pulite“), si fanno strada nel dibattito elettorale nuovi movimenti politici: Forza ItaliaAlleanza Nazionale e Lega Nord.

In seguito, la politica italiana sceglie di adottare gli schemi del bipolarismo europeo. Si formano così due nuovi schieramenti: il Polo delle Libertà (poi Popolo delle libertà), formato dalle forze di centrodestra; e l’Ulivo (poi Partito Democratico), composto dai partiti di centrosinistra.

Eccetto una breve parentesi (2006-8), la coalizione di centrodestra ha goveranto fino al novembre del 2011, quando il primo ministro è stato costretto alle dimissioni ed è stato creato un governo tecnico guidato da Monti, al quale sono seguiti un governo presieduto da Letta e in seguito l’attuale governo Renzi.

L’Italia dal Secondo Novecento a oggi: il quadro economico e sociale

Tra il 1958 e il 1963 il ciclo economico italiano vive una fase di rapida espansione: sono gli anni del «miracolo» o boom economico, che vedono la crescita dei salari e della capacità di acquisto dei lavoratori. Si ingrandiscono le industrie del Nord e questo determina un’ondata migratoria dal Sud al Nord Italia e un ulteriore impoverimento dell’economia del Meridione.

La contestazione studentesca del 1968 e la lotta sindacale dell’«autunno caldo» del 1969 caratterizzano la fine degli anni Sessanta. Negli anni Sessanta l’economia segue un andamento irregolare e questo causa l’esplosione delle tensioni sociali che caratterizzano tutti gli anni Settanta (i cosiddetti «anni di piombo»): è un periodo tragicamente segnato dai fenomeni dello stragismo e del terrorismo di gruppi armati, tra i quali le Brigate Rosse che compiono nel 1978 l’assassinio di Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana.

La congiuntura economica migliora a partire dagli anni Ottanta, quando si afferma con decisione il fenomeno del consumismo.

Una nuova crisi economica e finanziaria colpisce l’Occidente nel corso degli anni Novanta e i suoi effetti sono contenuti grazie alla creazione della moneta unica europea (che sarà infine introdotta nel 2002)

L’ultimo decennio è caratterizzato dal rallentamento della crescita economica

Le donne nel Novecento.

Emancipazione e differenza di genere La donna di fine Ottocento Alla fine dell’Ottocento, in tutte le società del mondo occidentale, costume, morale e diritto sono ancora uniti nel sanzionare la diseguaglianza fra uomini e donne, il privilegio maschile, lo stato di minorità delle donne. La modernizzazione sta progressivamente allargando a pezzi di società i diritti di cittadinanza, ma le donne, tutte le donne, sono ancora escluse dalla partecipazione politica, sono ritenute incapaci di agire secondo ragione, sono sottoposte alla potestà del marito; non sono libere di gestire la propria vita e i propri beni; sono escluse da tutta una serie di percorsi di studio e di professioni; non godono di parità di trattamento con gli uomini nella famiglia e nel lavoro. Molte donne delle classi popolari lavorano (operaie in fabbrica, braccianti, contadine, serve, lavoranti a domicilio ma anche piccole commercianti, sarte, ricamatrici), spinte dalla necessità economica, ma l’aspirazione sociale diffusa anche fra loro è quella di essere, come le donne dei ceti agiati, spose e madri all’interno della famiglia, un modello femminile che si è imposto nella società borghese del XIX secolo e che ha segregato la donna borghese in casa più delle sue antenate non borghesi.

 Le donne nel Novecento. Emancipazione e differenza di genere La donna di fine Ottocento Alla fine dell’Ottocento, in tutte le società del mondo occidentale, costume, morale e diritto sono ancora uniti nel sanzionare la diseguaglianza fra uomini e donne, il privilegio maschile, lo stato di minorità delle donne. La modernizzazione sta progressivamente allargando a pezzi di società i diritti di cittadinanza, ma le donne, tutte le donne, sono ancora escluse dalla partecipazione politica, sono ritenute incapaci di agire secondo ragione, sono sottoposte alla potestà del marito; non sono libere di gestire la propria vita e i propri beni; sono escluse da tutta una serie di percorsi di studio e di professioni; non godono di parità di trattamento con gli uomini nella famiglia e nel lavoro. Molte donne delle classi popolari lavorano (operaie in fabbrica, braccianti, contadine, serve, lavoranti a domicilio ma anche piccole commercianti, sarte, ricamatrici), spinte dalla necessità economica, ma l’aspirazione sociale diffusa anche fra loro è quella di essere, come le donne dei ceti agiati, spose e madri all’interno della famiglia, un modello femminile che si è imposto nella società borghese del XIX secolo e che ha segregato la donna borghese in casa più delle sue antenate non borghesi.

La ‘rivoluzione femminile’ del Novecento

Alla fine del Novecento, la condizione, i comportamenti e l’immagine delle donne che nascono e vivono nel mondo occidentale appaiono profondamente trasformate. L’accesso delle donne a tutti i diritti formali, da quello alle professioni alla parità di trattamento con gli uomini nel lavoro e nelle istituzioni, la consistente partecipazione femminile ai diversi settori del mercato del lavoro, la straordinaria crescita dell’acculturazione femminile, il controllo della procreazione e la diminuzione del numero dei figli sono solo gli aspetti principali e più evidenti delle significative trasformazioni avvenute, di quella ‘rivoluzione femminile’ che ha messo in discussione e trasformato la rigida e precisa divisione dei compiti produttivi e dei comportamenti in base al sesso; una distinzione tra uomini e donne che, pur in una vasta gamma di varianti, è il quadro costante delle civiltà e culture del passato e ancora di tante aree del mondo presente.

Il cammino delle donne

 Il cammino di queste trasformazioni socio-culturali non è lineare: prende vigore all’inizio del secolo, s’interrompe fra le due guerre, riprende dopo la Seconda guerra mondiale, accelera dagli anni Settanta del Novecento. È un cammino per l’intero secolo connesso alle trasformazioni complessive della società: l’industrializzazione crescente e l’inurbamento, che modificano i modi di vivere e sconvolgono la tradizionale divisione sessuale del lavoro; lo sviluppo scientifico e tecnologico, che permettono migliori condizioni di salute e una maggiore aspettativa di vita; la pace e la prosperità del secondo dopoguerra, che moltiplica la disponibilità di beni e servizi, le istanze libertarie del ‘68 che mettono in discussione l’autoritarismo nei rapporti sociali e in famiglia e a tanti altri fattori, fra cui non si può non ricordare la pillola anticoncezionale, che libera le donne dalle gravidanze non volute, e gli elettrodomestici prodotti in massa dalla fabbrica fordista, che diminuiscono la fatica del lavoro domestico. È un cammino che procede sempre più speditamente a mano a mano che la civiltà contadina si va evolvendo in società industriale e accelera a mano a mano che la stessa civiltà industriale diventa a forte tasso di occupazione terziaria. È un cammino irto di difficoltà e resistenze segnato da molte lotte politiche e sindacali e da molte battaglie femministe.

Dall’uguaglianza alla differenza

Nelle trasformazioni socio-culturali intervenute giocano un ruolo di primo piano la formazione, l’azione e la riflessione di un battagliero movimento femminista, diversificato al proprio interno, le cui iniziative si combinano con gli effetti del processo di modernizzazione economica e sociale. Si è soliti considerare come l’atto ufficiale di nascita dei movimenti femministi la Convenzione di Seneca Falls (USA) del 1848 che, tra gli inalienabili diritti delle donne, sottolinea quello di “rifiutare l’obbedienza” e di ribellarsi per conquistare l’eguaglianza di fronte alla legge, quell’eguaglianza tra gli individui già proclamata dalla Rivoluzione Francese ma poi declinata solo al maschile, come aveva denunciato Olympe de Gouges. I movimenti femministi assumono forme e obiettivi diversi nei diversi contesti e periodi. Sono particolarmente attivi, visibili e incisivi prima della Prima guerra mondiale e fra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento. La prima ondata del femminismo è all’insegna dell’emancipazione; in questa fase le rivendicazioni e le battaglie delle donne mirano a conquistare parità di diritti ovvero l’uguaglianza con gli uomini (“femminismo dell’uguaglianza”). Nella seconda ondata, dopo quella del primo Novecento, i movimenti femministi mirano alla “liberazione” della donna, ad affermare un’identità femminile non subordinata né assimilata a quella maschile, al riconoscimento e alla valorizzazione delle differenze di cui uomini e donne sono portatori (“femminismo della differenza”).

La prima ondata del femminismo. Il diritto di voto

Il “femminismo dell’uguaglianza” chiede che vengano cancellate le differenze tra i sessi consolidate nella cultura e nella vita occidentale e che si sono tradotte in discriminazione, subordinazione, esclusione. Chiede che le donne siano considerate eguali agli uomini per natura, cioè di pari valore e capacità; reclama l’accesso agli stessi diritti degli uomini e respinge come fattori di oppressione i ruoli e i caratteri tradizionalmente attribuiti alle donne. La battaglia per l’eguaglianza nei diritti (di voto, di accedere a tutte le professioni e alle cariche pubbliche, di gestire liberamente la propria vita e i propri beni, di pari trattamento nella famiglia e nel lavoro) si concentra inizialmente sulla lotta per il suffragio, ovvero per il diritto di voto, da cui il termine suffragette per definire le militanti di questi movimenti, attivi un po’ ovunque, ma soprattutto negli Stati Uniti, nei paesi scandinavi, in Gran Bretagna. Fra Ottocento e Novecento le suffragette irrompono sulla scena pubblica e impongono le donne come un soggetto politico autonomo, capace di decidere e di agire senza la tutela di padri, mariti, legislatori o preti. I risultati concreti tuttavia sono scarsi: all’inizio del Novecento solo pochi stati riconoscono il diritto di voto alle donne (Finlandia, Norvegia e alcuni stati degli Stati Uniti).

Una scossa potente arriva con la Prima guerra mondiale, che infrange (per necessità) alcune rigide barriere fra i sessi. Immobilizza infatti per quattro anni la popolazione attiva maschile, crea mancanza di manodopera in settori fondamentali dell’industria (innanzitutto quella degli armamenti), obbliga a utilizzare manodopera femminile anche per compiti importanti. Alla fine della guerra le donne sono in gran parte espulse dal mercato del lavoro, ma i cambiamenti portati dalla mobilitazione bellica trovano riscontro nel riconoscimento del loro diritto di voto in più paesi: in Austria e Gran Bretagna (1918), nei Paesi Bassi, in Lussemburgo e in Germania (1919), in Canada e negli USA (1920), in Svezia (1921). In altri (Francia, Italia e Belgio) sarà necessaria la più potente scossa della Seconda guerra mondiale; fra gli ultimi, la Grecia nel 1952, la Svizzera nel 1971, il Portogallo nel 1976. La prima ondata del femminismo, dunque, ottiene il massimo dei risultati all’indomani della Prima guerra mondiale, proprio quando sostanzialmente si conclude. In alto: Donne in una fabbrica inglese di cannoni durante la I guerra mondiale da ww.grandeguerra.ccm.it

 Il diritto all’istruzione

Il diritto all’istruzione, in quanto passaggio essenziale per uscire dalla soggezione economica e culturale, è per quasi due secoli al centro della riflessione e delle iniziative femministe (Mary Wollstonecraft, Virginia Woolf). Alla fine dell’Ottocento, il secolo della scuola, l’istruzione elementare obbligatoria è diffusa nella maggior parte dei paesi. In Italia, la legge Casati del 1859 prevede l’obbligo scolastico di un biennio elementare anche per le bambine, pur rimanendo per lungo tempo inapplicata sia per i maschi sia soprattutto per le femmine. I percorsi formativi superiori restano, però, differenziati in maschili e femminili. La cultura dominante, rispecchiata nelle istituzioni scolastiche, ritiene infatti che le donne debbano acquisire competenze diverse da quelle degli uomini, dirette allo spazio loro riservato, ovvero la casa e la famiglia. L’istruzione per professioni qualificate e incarichi pubblici viene insomma riservata ai maschi e considerata per le femmine un inutile spreco di risorse, se non un danno per l’armonia familiare e sociale. Da qui la richiesta da parte dei movimenti a favore delle donne dell’accesso a tutti i percorsi formativi e a tutte le occupazioni, in particolare alle libere professioni. In molti paesi ciò avviene intorno agli anni Venti del Novecento anche se, fino alla seconda metà del XX secolo, pressoché ovunque, i livelli di istruzione superiore rimangono a netta prevalenza maschili. In Italia l’accesso all’università per le donne viene legalmente riconosciuto nel 1875, ma quello al liceo, il cui titolo è necessario per l’iscrizione all’università, nel 1883. Il titolo di studio, però, non garantisce ancora per lungo tempo l’accesso alle professioni. In Italia, ad esempio, l’apertura dell’avvocatura alle donne avviene nel 1919, ma solo nel 1963 viene affermato il diritto delle donne ad “accedere a tutte le cariche, professioni ed impieghi pubblici, compresa la Magistratura, nei vari ruoli, carriere e categorie senza limitazioni concernenti le mansioni o i percorsi di carriera”.

Disparità geografiche nei diritti, stesso modello femminile

Soprattutto nella prima metà del Novecento, le donne esercitano diritti molto diversi a seconda del paese in cui vivono. L’emancipazione politica e civile delle donne è a lungo contrastata nei paesi di tradizione latina, segnati dal Codice civile napoleonico, e dove Stato e Chiesa cattolica si caratterizzano per posizioni molto conservatrici in materia di rapporto tra i sessi. Una situazione che non migliora con l’avvento dei regimi dittatoriali fascisti che propagandano una visione della donna come angelo del focolare, negano il divorzio, criminalizzano l’aborto, esaltano il valore legale della verginità e dell’onore. Nei paesi di Common Law, invece, il cammino per i diritti civili e politici delle donne è più facile e reso più veloce da diversi fattori, che vanno dalla precoce tradizione liberale all’altrettanto precoce industrializzazione, dal diritto propriamente detto (più contenzioso che normativo), all’etica protestante (che sostiene i diritti dell’individuo), all’influenza di significativi movimenti femministi. In quasi tutti questi paesi, alla fine degli anni Venti, sono acquisiti per le donne il diritto di voto e la parità civile. Tuttavia, l’emancipazione politica e civile raggiunta non intacca neppure in questi paesi l’ideale della donna casalinga e la divisione dei ruoli che vi è implicita, un modello che, fra le due guerre, radio e cinema contribuiscono a diffondere e a uniformare, superando differenze sociali e regionali. A fronte del pesante svantaggio di partenza nei diritti politici e civili, le donne delle società industrializzate acquisiscono, fin dall’Ottocento e prima degli uomini, forme di protezione sul lavoro, volte a permettere il lavoro moderno (salariato e fuori casa, che allenta i legami di parentela) e a temperare una pesante situazione di sfruttamento che comporta gravi rischi per la salute, per la capacità riproduttiva, per la moralità familiare. Si tratta, però, di un riconoscimento fondato a lungo non su uno status di uguaglianza, ma sulla tutela di un soggetto debole, che necessita di protezione. In Italia le prime norme a tutela delle donne lavoratrici, peraltro poco e lentamente applicate, risalgono agli inizi del Novecento e solo nel 1977, per la prima volta, viene introdotto il principio di parità di trattamento e di opportunità sul lavoro tra uomini e donne e non più solo quello di tutela delle lavoratrici.

 L’estensione dei diritti

Dopo la Seconda guerra mondiale, in un clima favorevole al diffondersi dei diritti, sono le Costituzioni degli Stati democratici a sancire in Occidente l’eguaglianza e la parità dei diritti fra i sessi. L’eguaglianza costituzionale viene attuata più o meno velocemente nei diversi contesti. Il diritto di voto si estende rapidamente pressoché ovunque; al contrario l’acquisizione di diritti civili incontra ancora a lungo tenaci resistenze. Ne è un chiaro esempio l’Italia dove, pur se la capacità giuridica è stata riconosciuta nel 1919, solo con la Riforma del diritto di famiglia del 1975 viene eliminata la patria potestas che attribuisce al marito tutte le scelte e le decisioni familiari, dall’educazione dei figli al luogo di residenza; dove le leggi sul divorzio (1970) e sull’aborto (1978), approvate tardivamente, devono poi superare la prova di referendum popolari indetti per abrogarle e dove solo nel 1981 la legge abroga il delitto d’onore e il matrimonio riparatore; dove solo nel 1996 la violenza sessuale diventa un delitto contro la persona e non “contro la moralità pubblica.

Trasformazioni nella continuità

Dal secondo dopoguerra, nelle società occidentali, è in forte crescita l’occupazione femminile, in forte espansione l’accesso delle ragazze all’istruzione superiore e crescente il riconoscimento formale dei diritti alle donne. Ciononostante, nella mentalità comune continua a essere dominante, fino a gran parte degli anni Sessanta del Novecento, il tradizionale modello femminile che vede nella donna casalinga la vera vocazione femminile, né si sono sostanzialmente trasformati i rapporti tra uomini e donne, ancora caratterizzati, sia nella sfera pubblica sia privata, da molte forme di prevaricazione e privilegio maschile (spesso ancora anche legale). Nonostante le conquiste conseguite, le donne restano imprigionate in un destino casalingo di vita e felicità, in quella che Betty Friedan, in uno dei testi fondamentali per il femminismo (insieme a Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf e Il secondo sesso di Simone de Beauvoir), definisce la “mistica della femminilità”, ora potentemente diffusa anche dalla televisione. Le donne restano insomma una “maggioranza oppressa”. Le leggi da sole non bastano per garantire l’accesso effettivo ai diritti, per “liberare” davvero le donne negli aspetti privati della loro esistenza: sono necessarie trasformazioni sociali e culturali profonde.

La seconda ondata del femminismo

Dopo quasi mezzo secolo, nel contesto degli anni Sessanta/Settanta del Novecento, i movimenti femministi ritornano prepotentemente sulla scena e spostano l’attenzione dall’emancipazione alla “liberazione” delle donne. La critica fondamentale che rivolgono a una lotta basata solo sul riconoscimento di diritti è quella della loro pretesa universalità, di essere presentati cioè come espressione di un soggetto universale (l’Uomo, senza razza, sesso e ceto sociale), essendo in realtà espressione di un individuo preciso (bianco, di classe media e soprattutto maschio). La seconda ondata del femminismo contesta radicalmente la più antica e basilare forma di dominio, quella di un sesso sull’altro, quella all’origine dei rapporti di potere e di sopraffazione anche nelle società del presente. Si organizza come spazio autonomo nel quale decostruire e costruire l’essere donna. Passa dal terreno dei diritti da rivendicare a quello della definizione del soggetto di questi diritti (ovvero la donna), dall’uguaglianza di uomini e donne al riconoscimento e alla valorizzazione di un’identità femminile non subordinata né assimilata a quella maschile: all’uguaglianza nella differenza di genere. La nuova ondata di femminismo denuncia il patriarcato, le sue leggi, le sue immagini del femminile e sottopone a critica radicale i costumi sessuali, le abitudini e le convenzioni della vita quotidiana, i ruoli (sessuati) che uomini e donne rivestono nella vita sociale, nella coppia, in famiglia. Si interroga su che cosa sia una donna: Simone de Beauvoir fa iniziare Il secondo sesso proprio con la domanda: “Che cos’è la donna?” e si mobilita, spesso in modo provocatorio e plateale, soprattutto per la legalizzazione dell’aborto, in nome di una maternità consapevole, per la diffusione della contraccezione, per la richiesta di consultori femminili e servizi sociali. Propone e attua nuovi modelli di comportamento basati sulla equa ripartizione dei compiti all’interno della coppia e della famiglia, sull’autonomia del soggetto femminile, sulla libertà sessuale, sulla solidarietà fra donne. La seconda ondata di movimenti femministi ha dimensioni di massa negli anni Settanta, ma declina già negli anni Ottanta. Svolge, tuttavia, un ruolo di primo piano nelle trasformazioni sociali e culturali degli ultimi decenni del secolo, in quella svolta nei 8 rapporti tra i sessi (e nella mentalità diffusa) che, dal punto di vista della storia di genere (che studia gli individui in quanto definiti dai ruoli sessuali e l’evoluzione delle loro relazioni), comincia a delinearsi realmente solo dagli anni Settanta del Novecento.

Una svolta in atto e non compiuta

Da allora sono rapidamente cambiati i ruoli sessuati, come ben evidenziano le trasformazioni della famiglia che, in modo sempre più netto, mostra una generale tendenza, al di là delle varianti nazionali, alla caduta della natalità, alla diminuzione dei matrimoni ufficiali, all’aumento dei divorzi, all’aumento della monoparentalità. Anche la mentalità comune sul maschile e sul femminile è senza dubbio cambiata e l’immagine delle donne è divenuta più complessa. Sono cadute molte barriere sociali e culturali che impedivano alle donne libertà, indipendenza, autorealizzazione e successo, ma ingiustizie e discriminazioni nei confronti del sesso femminile sono ancora presenti e in molti casi rimangono gravi. La violenza (fisica, sessuale, psicologica, economica) contro le donne, sia in casa che fuori, è una piaga diffusa in ogni paese e ambito sociale. Le donne continuano a essere sottorappresentate nei parlamenti nazionali e in tutti i posti di lavoro caratterizzati da status, potere e autorità. Sono ancora le donne a svolgere in famiglia la gran parte del lavoro casalingo non retribuito (i tre quarti del lavoro in Italia, secondo dati Istat del 2012) con la conseguenza, per le molte donne che lavorano anche fuori casa, di essere normalmente sottoposte a un doppio carico di lavoro. La svolta dunque è in atto e non è concluso il cammino delle donne, in oscillazione fra uguaglianza e differenza, strategie che sono fra loro alternative solo se l’uguaglianza viene declinata come uniformità, ovvero negazione della differenza.

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