Letteratitudini parla del grande Alessandro Manzoni

Alessandro Manzoni

L’unità della lingua italiana attraverso il romanzo

Vissuto nella grande stagione del romanticismo ottocentesco, Alessandro Manzoni è uno dei nostri più importanti scrittori. Sperimentò vari generi letterari, ma il capolavoro che lo rese celebre fu il romanzo I promessi sposi. Con esso realizzò un modello per la futura narrativa italiana, anche per l’uso di una lingua nazionale.

Un percorso tormentato

L’infanzia e la prima giovinezza non furono felici per Alessandro (nato a Milano nel 1785), figlio di genitori separati e cresciuto in collegio. Ma a vent’anni, nel 1805, raggiunse a Parigi la madre, Giulia Beccaria, recuperando con lei un rapporto affettivo che non si affievolì mai. Nei cinque anni che trascorse a Parigi frequentò gli ambienti intellettuali dove confluiva la più avanzata ricerca filosofica e letteraria dell’Europa del tempo. Il giovane Alessandro aderì alla poetica del romanticismo e ripudiò le sue prime esperienze a favore di una poesia non più destinata solo a un pubblico raffinato, ma che si facesse interprete delle idee e dei sentimenti dei lettori. Contemporaneamente alla conversione letteraria, si verificò la conversione religiosa: all’assoluta fede nella ragione e al feroce anticlericalismo della primissima giovinezza subentrò un crescente interesse per le tematiche religiose che portò lo scrittore ad abbracciare con convinzione la fede cattolica.

Tornato a Milano, la città in cui era nato e dove morì nel 1873, Manzoni elaborò le sue idee estetiche e religiose e definì la propria fisionomia di scrittore impegnato a verificare la verità della vita sui fatti e i personaggi della storia. Tra il 1812 e il 1827 compose e pubblicò le sue opere più importanti, trasferendo nelle poesie, nelle tragedie e infine ne I promessi sposi, la sua fede religiosa, l’impegno civile e la grande padronanza delle forme espressive.

Versi religiosi e civili

Dal periodo di raccoglimento e di meditazione sui testi religiosi, seguito alla conversione, nascono gli Inni sacri, componimenti poetici progettati intorno al 1812 con l’intento di celebrare le maggiori festività cristiane. Per lo scrittore non si tratta di illustrare in modo astratto e distaccato alcuni momenti culminanti della vita liturgica quali Il Natale, La Pentecoste e La Risurrezione, quanto di cogliere il significato di eventi che non si sono compiuti una volta per sempre, ma che si ripetono giornalmente nella vita di tutti gli uomini rinnovando l’incontro tra il divino e l’umano.

La nuova coscienza morale maturata con la fede cristiana pervade anche la riflessione civile di Manzoni. Egli vive con partecipazione le sfortunate vicende della sua patria tra la fine del regime napoleonico e il ritorno in Lombardia degli Austriaci: i versi civili composti tra il 1814 e il 1821 rileggono alla luce del messaggio cristiano gli ideali democratici di uguaglianza e di fratellanza. Così in Marzo 1821, l’ode scritta in occasione dei moti carbonari piemontesi (Risorgimento), l’ideale patriottico coincide con il trionfo di una giustizia divina.

La poetica manzoniana

Alla produzione letteraria Manzoni affiancava una costante riflessione sulle caratteristiche e sui motivi della sua scrittura: intorno al 1820 egli formulò in modo piuttosto chiaro una sua poetica, indicando quale dovesse essere il contenuto delle composizioni drammatiche e dei romanzi, due generi letterari verso i quali in quegli anni aveva indirizzato i suoi interessi:

«Non so se sto per dire qualcosa di contrario alle idee comunemente accettate; ma credo di enunciare una verità semplicissima affermando che l’essenza della poesia non consiste nell’inventare fatti. […] Infatti non c’è nulla di più comune delle creazioni di questo genere; invece tutti i grandi monumenti della poesia hanno per base avvenimenti dati dalla storia o, che è lo stesso in questo riguardo, che sono stati un tempo considerati storia […]. Manifestare ciò che gli uomini hanno sentito, voluto e sofferto, mediante ciò che hanno fatto, in questo consiste la poesia drammatica; creare fatti per adattarvi dei sentimenti, è il grande compito dei romanzi».

Le tragedie

Per quanto riguardava la tragedia, si trattava dunque di utilizzare le vicende realmente accadute per cogliere attraverso di esse i più profondi sentimenti degli uomini. Con queste finalità Manzoni compone la prima tragedia, Il conte di Carmagnola. Elaborata tra il 1816 e il 1820 in endecasillabi sciolti, mette in scena le vicende del condottiero quattrocentesco. Manzoni ne aveva ricostruito la biografia convincendosi, in contrasto con la storiografia più accreditata, che il conte, condannato dalla Repubblica di Venezia alla decapitazione perché sospettato di tradimento, fosse innocente. La tragedia sviluppa il tema della condanna ingiusta, mettendo in risalto la lealtà del Carmagnola contro l’immoralità degli intrighi politici.

Con Adelchi (1820-22) Manzoni approfondì il lavoro sul fondamento storico della tragedia. Questa volta la narrazione riguarda la vittoria dei Franchi, chiamati dal papa a difendere le genti italiche e latine dai soprusi della dominazione longobarda. Le attente indagini condotte sulla condizione dell’Italia nell’8° secolo portarono lo scrittore a ritenere che gli Italiani, contrariamente all’opinione comune, non si fossero mai uniti ai Longobardi in un unico popolo e che il papa, chiamando i Franchi, avesse voluto difendere gli Italiani ponendoli sotto il dominio di un popolo certamente meno barbaro.

Partendo dalla narrazione della vicenda storica, Manzoni s’inoltra nell’analisi dei sentimenti: da una parte l’ideale morale incarnato dalla virtù incontaminata dei principi Adelchi ed Ermengarda, dall’altra la realtà politica dominata dalla smania di potere del re longobardo Desiderio e di Carlomagno.

I Promessi sposi

I promessi sposi, la cui prima redazione nota col titolo Fermo e Lucia ebbe inizio nel 1821, venne pubblicato nella sua forma definitiva tra il 1840 e il 1842, dopo un lungo lavoro di revisione. Con il romanzo Manzoni sceglieva di sperimentare un genere già affermatosi in Europa per modificarne sostanzialmente le caratteristiche alla luce della sua riflessione sul rapporto tra poesia e verità.

Il romanzo storico tradizionale, che aveva avuto tra i suoi principali scrittori Walter Scott, si avvaleva delle vicende storiche per farne lo sfondo di narrazioni avventurose e romanzesche. Il romanzo manzoniano, invece, si serve della storia per fondare su di essa una realistica analisi delle vicende interiori dell’uomo. Per rafforzare il fondamento storico della narrazione, Manzoni finge di aver scoperto un manoscritto del 17°secolo e di averne voluto trascrivere il testo, modificandone, però, il linguaggio, troppo retorico e ricercato per essere compreso da un lettore dell’Ottocento. Il romanzo è ambientato nella campagna lombarda tra il 1628 e il 1630, in anni oscuri e difficili per tutta la regione, devastata dalla guerra dei Trent’anni, e stremata dalla carestia e dalla pestilenza.

Il nucleo centrale della narrazione è la storia di due umili popolani, Renzo e Lucia, impossibilitati a sposarsi per il capriccio di un signorotto, Don Rodrigo che, invaghitosi della giovane, cerca di impedire il suo matrimonio. Manzoni sceglie di usare uno schema romanzesco tradizionale – quello di due giovani innamorati che solo dopo varie peripezie riescono a sposarsi – depurandolo da elementi fantastici o avventurosi e finalizzandolo alla descrizione dei più saldi valori morali. Quella di Renzo e Lucia non è un’avventurosa esperienza d’amore, ma una difficile conquista di pace e di felicità, perseguite con impegno e senso del dovere in una realtà dominata dall’ipocrisia e dal conformismo.

La questione della lingua

La stesura del romanzo porta Manzoni a interrogarsi sulla scelta di una lingua che potesse essere compresa da un pubblico nazionale. Egli era convinto che per risolvere il frazionamento linguistico della penisola, dove si parlavano dialetti differenti, uno solo dei diversi idiomi parlati dovesse essere accettato da tutti come lingua comune: la sua scelta si orienta verso il toscano usato dalla classe borghese di Firenze. È sulla base del fiorentino che revisiona il romanzo prima di pubblicarne la versione definitiva nel 1840.

Le modifiche, riguardanti principalmente il lessico (ma anche sintassi e ortografia), comportarono la sostituzione di espressioni linguistiche lombarde e di forme stilistiche della tradizione letteraria con parole e frasi fiorentine. Grazie a questa revisione i Promessi sposi divennero un modello per gli scrittori successivi in quanto primo esempio di una letteratura nazionale.

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