LETTERATITUDINI: TRIBUTO A GIOVANNI BOCCACCIO

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Per terminare l’omaggio ai poeti delle “tre corone” della letteratura italiana del 300, Letteratitudini conclude questo ciclo letterario con Giovanni Boccaccio.

Nato da un amore illegittimo del padre, da piccolo viene mandato a Napoli a far pratica mercantesca; ma dopo un’infelice esperienza Boccaccio decide di dedicarsi completamente alle lettere sotto il consiglio delle più autorevoli figure della corte napoletana. La vita signorile della città angioina incide profondamente nella sua formazione. Decide così di scrivere romanzi d’amore dominati dalla figura femminile di Fiammetta, di cui Boccaccio è innamorato.
Nel 1340 viene costretto dal padre a ritornare a Firenze; tra difficoltà economiche continua a scrivere opere ed epistole. Questo duro contatto con le necessità della vita, gli apre la via a più dirette esperienze nella sua città. Si prepara a scrivere il Decameron, l’opera che corona le sue esperienze giovanili.
Dopo la morte di suo padre nel 1349, la sua notorietà letteraria gli permette di ricoprire alte cariche cittadine e inizialmente di far fronte alle necessità della sua famiglia, senza però trovare mai una duratura stabilità. In questi anni si avverte uno sviluppo morale, che Boccaccio trasmette nelle sue opere.
Nel 1350 si realizza un avvenimento capitale per lui e per l’umanesimo: il suo primo incontro, a Firenze, con Petrarca. Inizia così una viva amicizia che dura fino alla morte del poeta. Con il tempo, aiutato dal profondo cristinaesimo di Petrarca, Boccaccio compone in una solida coscienza religiosa la sua irrequietezza sentimentale della giovinezza. Nel 1360 riceve gli ordini e si occupa della cura delle anime.
Tra le altre opere ricordiamo Filocolo, Filostrato, Teseida, Caccia di Diana, Amorosa Visione, Il Corbaccio.

Il Decameron, o Decamerone   è una raccolta di cento novelle scritta da Giovanni Boccaccio nel XIV secolo, probabilmente tra il 1349 .

È considerata una delle opere più importanti della letteratura del Trecento europeo, durante il quale esercitò una vasta influenza sulle opere di altri autori (si pensi ai Canterbury Tales di Geoffrey Chaucer), oltre che la capostipite della letteratura in prosa in volgare italiano. Boccaccio nel Decameron raffigura l’intera società del tempo, integrando l’ideale di vita aristocratico, basato sull’amor cortese, la magnanimità, la liberalità, con i valori della mercatura: l’intelligenza, l’intraprendenza, l’astuzia.

Il libro narra di un gruppo di giovani, sette donne e tre uomini, che per quindici giorni si trattengono fuori da Firenze per sfuggire alla peste nera che in quel periodo imperversava nella città, e che a turno si raccontano delle novelle di taglio spesso umoristico e con frequenti richiami all’erotismo bucolico del tempo. Per quest’ultimo aspetto, il libro fu tacciato di immoralità o di scandalo, e fu in molte epoche censurato o comunque non adeguatamente considerato nella storia della letteratura. Il Decameron fu anche ripreso in versione cinematografica da diversi registi, tra cui Pier Paolo Pasolini e i fratelli Taviani.

Decameron deriva dal greco e letteralmente significa “di dieci giorni”. Il titolo è un rimando all’Exameron (“di sei giorni”) di Sant’Ambrogio, una riformulazione in versi del racconto biblico della Genesi. Il titolo in greco è anche sintomo dell’entusiastica riscoperta dei classici della commedia e della tragedia ellenica, non filtrati in latino prima dalla Roma imperiale e poi da quella cristiana. L’intenzione di Boccaccio è costruire un’analogia tra la propria opera e quella di Sant’Ambrogio: come il santo narra la creazione del mondo e dell’umanità, allo stesso modo il Decameron narra la ricreazione dell’umanità, che avviene per mezzo dei dieci protagonisti e del loro novellare, in seguito al flagello della peste abbattutasi a Firenze nel 1348.

A mano a mano che si susseguono i racconti dei protagonisti, tramite essi vengono ricostruiti l’immagine, le strutture relazionali e i valori dell’umanità e della società che altrimenti sarebbero perduti, dal momento che la città è sotto l’effetto distruttivo e paralizzante della peste. Si tratta di una metafora importante, in quanto esprime la concezione preumanistica di Boccaccio nella quale le humanae litterae (qui rappresentate dalle cento novelle) hanno la facoltà di rifondare un mondo distrutto e corrotto. In particolare, è notevole la capacità del Boccaccio di passare dal sublime al triviale e viceversa senza soluzione di continuità, pur mantenendo costante la sua estrema avversione rispetto alle aberrazioni e ai soprusi.

 

L’opera è cognominata (ossia sottotitolataPrencipe Galeotto, con riferimento a un personaggio, Galeuth o Galehaut, del ciclo bretone del romanzo cortese che fece da intermediario d’amore tra Lancillotto e Ginevra. “Galeotto” inoltre riecheggia un famoso verso, riferito allo stesso personaggio, del V canto dell’Inferno di Dante AlighieriGaleotto fu ‘l libro e chi lo scrisse, verso con cui Francesca termina il suo racconto.

All’interno del Decameron, Boccaccio immagina che, durante il periodo in cui la peste devasta Firenze (1348), una brigata di sette giovani donne e tre giovani uomini, tutti di elevata condizione sociale, decidano di cercare una possibilità di fuga dal contagio spostandosi in campagna. Qui questi dieci giovani trascorrono il tempo secondo precise regole, tra canti, balli e giochi. Notevole importanza, come vedremo dopo, assumono anche le preghiere.

Per occupare le prime ore pomeridiane, i giovani decidono di raccontare una novella ciascuno, tranne il venerdì ed il sabato, secondo precisi rituali: per esempio, l’elezione quotidiana di un re che fisserà il tema della giornata a cui tutti gli altri narratori dovranno ispirarsi nei loro racconti. Al solo Dioneo, per la sua giovane età, è concesso di non rispettare il tema delle giornate; dovrà però novellare sempre per ultimo (Privilegio di Dioneo). La prima e la nona giornata hanno un tema libero.

Si sono date molteplici interpretazioni degli strani nomi attribuiti ai narratori, in gran parte riecheggianti etimologie greche:

  1. Dioneo (“lussurioso”, da Diona, madre di Venere, spurcissimus dyoneus si definiva Boccaccio in una lettera giovanile);
  2. Filostrato (“vinto d’amore”);
  3. Panfilo (il “Tutto Amore”, che infatti racconterà spesso novelle ad alto contenuto erotico);
  4. Elissa (l’altro nome di Didone, la regina dell’Eneide di Virgilio, rappresenta l’amore tragico);
  5. Emilia, “l’orgogliosa della sua bellezza”;
  6. Fiammetta (la donna amata da Boccaccio; la fanciulla che arde d’amore come una fiamma);
  7. Filomena (“amante del canto”, oppure “colei che è amata”);
  8. Lauretta (come Laura de Noves, la donna simbolo di Petrarca, il cui nome viene da alloro, la pianta simbolo della gloria);
  9. Neìfile (“nuova amante”);
  10. Pampìnea (“la rigogliosa”).

Nel Decameron le cento novelle, pur avendo spesso in comune il tema, sono diversissime l’una dall’altra, poiché l’autore vuol rappresentare la vita di tutti i giorni nella sua grande varietà di tipi umani, di atteggiamenti morali e psicologici, di virtù e di vizio; ne deriva che il Decameron offre una straordinaria panoramica della civiltà del Trecento: in quest’epoca l’uomo borghese cercava di creare un rapporto fra l’armonia, la realtà del profitto e gli ideali della nobiltà cavalleresca ormai finita.

Come scritto nella conclusione dell’opera, i temi che Boccaccio voleva illustrare al popolo sono essenzialmente due. In primo luogo, infatti, Boccaccio voleva mostrare ai fiorentini che è possibile rialzarsi da qualunque disgrazia si venga colpiti, proprio come fanno i dieci giovani con la peste che si abbatte in quel periodo sulla città. Il secondo tema, invece, è legato al rispetto e ai riguardi di Boccaccio nei confronti delle donne: egli infatti scrive che quest’opera è dedicata a loro che, a quel tempo, erano le persone che leggevano maggiormente e avevano più tempo per dedicarsi alla lettura delle sue opere.

 Il libro si apre con un proemio che delinea i motivi della stesura dell’opera. Boccaccio afferma che il libro è dedicato a coloro che sono afflitti da pene d’amore, allo scopo di dilettarli con piacevoli racconti e dare loro utili consigli. L’autore specifica poi che l’opera è rivolta in particolare ad un pubblico di donne e più precisamente a quelle che amano. Il destinatario dell’opera è la borghesia cittadina, che si contrappone all’istituto della corte, sviluppatosi soprattutto in Francia. Dunque la novella, essendo caratterizzata da uno stile semplice, breve e immediato, tende ad interfacciarsi con il nuovo ceto sociale, la borghesia laica, benestante e acculturata di cui Boccaccio è espressione.

Sempre nel proemio, Boccaccio racconta di rivolgersi alle donne per rimediare al peccato della Fortuna: le donne possono trovare poche distrazioni dalle pene d’amore rispetto agli uomini. Alle donne, infatti, a causa delle usanze del tempo, erano preclusi certi svaghi che agli uomini erano concessi, come la caccia, il gioco, il commerciare; tutte attività che possono occupare l’esistenza dell’uomo. Quindi nelle novelle le donne potranno trovare diletto e utili soluzioni che allevieranno le loro sofferenze.

 La concezione della vita morale nel Decameron si basa sul contrasto tra Fortuna e Naturale due ministre del mondo (VI,2,6).

L’amore per Boccaccio è una forza insopprimibile, motivo di diletto ma anche di dolore, che agisce nei più diversi strati sociali e per questo spesso si scontra con pregiudizi culturali e di costume. La virtù in questo contesto non è mortificazione dell’istinto, bensì capacità di appagare e dominare gli impulsi naturali. Nel Decameron il tema della follia compare a più riprese e si intreccia con altre tematiche, come quella della beffa e quella della follia per amore, per la quale uno dei due amanti giunge fino alla morte. Durante tutta la IV giornata vengono narrate novelle che trattano di amori che ebbero infelice fine: si tratta di storie in cui la morte di uno degli amanti è inevitabile perché le leggi della Fortuna trionfano su quelle naturali dell’Amore. All’interno della giornata, le novelle 3, 4 e 5 rappresentano un trittico che illustra in modi diversi l’amore come follia. L’elemento che le accomuna è la presenza della Fortuna coniugata come diversità di condizione sociale: prevale infatti la tematica dell’amore che travalica le leggi della casta e del matrimonio, che diventa una follia sociale e motivo di scandalo.

Un esempio è costituito dalla 5ª novella della IV giornata, ovvero la storia di Lisabetta da Messina e il vaso di basilico. In questa novella si sviluppa il contrasto Amore/Fortuna: Lorenzo è un semplice garzone di bottega, bello e gentile, con tutte le qualità cortesi per suscitare l’amore; Lisabetta, che appartiene a una famiglia di mercanti originaria di San Gimignano, incarna l’energia eroica di chi resiste all’avversa fortuna solo con la forza del silenzio e del pianto; i tre fratelli sono i garanti dell’onore della famiglia, non tollerano la relazione della sorella con qualcuno di rango inferiore. Sono costretti ad intervenire per riportare le cose in ordine e per ristabilire l’equilibrio sovvertito dalla pazzia amorosa di Lisabetta. Lisabetta è un esempio di amore dagli aspetti tragici ed elegiaci e nell’opera di Boccaccio sono presenti altre figure femminili tragiche in cui lo scrittore vede realizzarsi pienezza di vita ed intelligenza che egli chiama “grandezza d’animo”.

Ad esempio si possono menzionare la moglie di Guglielmo Rossiglione (IV, 9), la quale, costretta dal marito a mangiare il cuore del suo amante, si toglie la vita gettandosi da una finestra del castello, oppure Ghismonda di Salerno (IV, 1) che, uccisole dal padre il giovane valletto di cui si era innamorata, si suicida stoicamente. Boccaccio affronta il tema dell’Amore mostrando con perfezione il gioco degli istinti e dei sentimenti, senza compiacimenti per la materia sessuale, fornendo invece esempi in cui l’Amore cozza contro il Caso o le leggi delle convenzioni sociali.

Lisabetta piange la testa del suo amato Lorenzo nel vaso

Mentre per Dante la Fortuna è una intelligenza angelica che agisce nell’àmbito di un progetto divino (Inferno – Canto settimo, 76-96), la Fortuna presente nel Decameron è il “caso”. L’opera boccacciana non è ascetica ma laica, svincolata dal teocentrismo che invece sta alla base della Divina Commedia di Dante e della mentalità medievale della quale il Decameron rappresenta l'”autunno”. L’Ingegno umano è un altro motivo ricorrente. Troviamo il gusto della beffa (Chichibio, VI, 4), la spregiudicatezza empia di Ciappelletto (I, 1), la dabbenaggine di Andreuccio da Perugia (II, 5) e Calandrino, l’arguzia e l’imbroglio (Frate Cipolla, VI, 10), gli aspetti maliziosi e ridanciani (racconto delle monache e della badessa, novella del giudice marchigiano beffato).

Incontriamo anche l’arguzia gentile di Cisti fornaio (VI, 2), l’intelligenza pronta di Melchisedech (I, 3) e l’ingegno di Giotto (VI, 5), la signorilità venata di arguzia e di bizzarria del brigante Ghino di Tacco (X, 2). Due giornate sono consacrate ai motti, cioè alla prontezza dello spirito, quattro sono dedicate alle astuzie di ogni genere, volte a conquistare l’amore o a vendicarlo o a beffare l’intelligenza altrui, o, soprattutto, a trarsi d’impaccio, mediante l’immediata intuizione, dalle situazioni più difficili e strane.

L’opera presenta una duplice “anima”. La prima è realistica, riflette la mentalità e la cultura della classe borghese-mercantile (Vittore Branca ha definito l’opera di Boccaccio “epopea mercantile”). La seconda è aristocratica ed in essa sono presenti le virtù cavalleresche proprie dell’aristocrazia feudale, del mondo cortese-cavalleresco: cortesia, magnanimità, munificenza, lealtà, virtù umana fino al sacrificio (novelle della decima giornata

Le sue decisioni, sbagliate o giuste che siano, spesso si estendono alla folla, che, in contrapposizione, si rivela essere facilmente adulabile dall’individuo singolo. La “massa” non detiene, infatti, capacità di decisione propria nei vari ambiti, accetta semplicemente ciò che è proposto per quanto assurdo possa sembrare; assiste talvolta alle scelte della figura di riferimento senza però esprimere la propria idea. Boccaccio sembra configurare gli appartenenti ai gruppi sociali più elevati nella veste di personaggio individuale, mentre identifica la classe contadina nella folla priva di carattere. Diversi sono gli esempi inerenti a tale affermazione:

La struttura del Decameron affonda le sue radici in tradizioni lontane: il ricorso alla cornice era tipico della novellistica orientale e araba; l’idea di una brigata di dieci persone che conversa dopo pranzo per alcuni giorni è già nei Saturnalia di Macrobio; storie di varie avventure, talora oscene, sono nel filone greco e poi latino delle Satire menippee che influenza – è questa un’altra fonte sicura di Boccaccio – le Metamorfosi di Apuleio, opera in cui compare anche il tema del novellare in una situazione di pericolo, di fronte alla morte.

 Alla multiforme varietà degli ambienti, dei personaggi e dei luoghi si adegua la lingua usata da Boccaccio in quest’opera. Il periodare è talvolta ampio e solenne, ricco di subordinate, di incisi, di inversioni e costrutti latineggianti; altre volte è invece più rapido. Il lessico varia da una scelta aulica ed elegante, a un dire pittoresco e gergale .

Esistono nel Decameron tre livelli di narrazione: Boccaccio, l’autore, è un narratore onnisciente di primo livello. I narratori delle novelle sono quelli di secondo livello, mentre i protagonisti delle novelle che raccontano a loro volta una storia (es. Melchisedech) sono i narratori di terzo livello.

Nell’opera in genere fabula ed intreccio coincidono, ma non mancano le analessi. Per ciò che concerne il tempo della storia ed il tempo del racconto, frequente è il ricorso ad accelerazioni effettuate con sommari od ellissi, oppure a rallentamenti risultanti da digressioni o pause descrittive.

L’Indice dei libri proibiti

A partire dalla metà del XVI secolo il sistema di controllo delle scritture andò organizzandosi e istituzionalizzandosi per poter far fronte alla lotta contro l’eresia. Fu così istituito L’Indice dei libri proibiti voluto da Papa Paolo IV Carafa nel 1559 come “filtro” per poter fronteggiare le accuse, anche se velate, degli scrittori del tempo. L’ordine da Roma era tassativo: «…Per niun modo si parli in male o scandalo de’ preti, frati, abbati, abbadesse, monaci, monache, piovani, provosti, vescovi, o altre cose sacre, ma si mutino lj nomi; o si faccia per altro modo che parrà meglio».

Il Decameron apparve nell’Indice dei libri proibiti 

Reinterpretazioni cinematografiche

Le novelle facenti parti del Decameron sono state più volte riprese in opere cinematografiche. Il primo film, Il Decamerone, risale al 1912.

Il Decameron, film di Pierpaolo Pasolini, con Franco Citti e Ninetto Davoli, presenta dieci novelle da giornate diverse ed è uscito nel 1971.  

Il Decameron di Pasolini

Franco Citti interpreta ser Ciappelletto da Prato in una scena de Il Decameron di Pasolini

 Il regista, attore, scrittore e poeta Pier Paolo Pasolini diede vita ad un progetto che verrà chiamato “trilogia della vita” e comprenderà, oltre a questo film, anche le prime trasposizioni cinematografiche italiane dell’opera di Geoffrey ChaucerI racconti di Canterbury del 1972 (dall’omonima raccolta inglese) e Il fiore delle Mille e una notte del 1974 (dalla raccolta araba Mille e una notte). Con queste pellicole, Pasolini intende innanzitutto porre sopra un piedistallo ferreo la bellezza assoluta dell’amore ed esaltare tutti i massimi piaceri della vita, che, essendo genuini e naturali, non hanno bisogno di alcun freno.

In secondo luogo Pasolini, scegliendo giovani attori, per lo più provenienti “dalla strada” e dalle borgate romane, intende denunciare gli aspetti seri e chiusi della borghesia romana degli anni settanta, che condannava molti elementi della vita comune e del sesso. Con questo primo film, Pasolini attacca direttamente tali principi, e, volendo comunicare allo spettatore l’innocenza di ciò che compie l’uomo durante l’amplesso, inscena delle novelle scritte secoli prima da autori laici e preumanisti come Boccaccio o Chaucer.

All’epoca fece molto scandalo la presenza di alcune scene di nudo maschile e femminile, ma ciò faceva appunto parte del gioco compositivo di Pasolini di esaltazione dei piaceri dell’uomo e della naturalezza di tali gesti. La collocazione delle storie, che si svolgono una dopo l’altra senza che vi sia un prologo con dei novellatori, tranne che nel secondo tempo in cui compare un allievo del pittore Giotto (interpretato dallo stesso Pasolini) il quale, dipingendo un affresco di una cattedrale, mette a confronto e racconta l’altro ciclo di novelle, è a Napoli nel XIV secolo. Pasolini, anziché i territori originali della Toscana e di Firenze, scelse questa città perché fu una delle prime in cui Boccaccio si recò giovanissimo e diede vita alle sue prime opere e anche perché, secondo il regista, la città era una delle poche rimasta incorrotta e integra nella sua cultura attraverso i secoli.

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