L’Europa è malata aiutiamola a guarire

 di Lino Lavorgna.  http://www.confini.info/Europanew.htm
Scrivo questo articolo con il cuore in subbuglio per le tristi vicende che la cronaca quotidiana ci riversa addosso. L’Europa è in preda al delirio e governata da politici che, nella migliore delle ipotesi, sono incapaci di comprendere gli scricchiolii della storia.
A tali deficienze, infatti, si accompagnano spesso le solite propensioni a concepire in modo distorto il potere esercitato, sfruttandolo a proprio vantaggio. Finanche in Islanda si è dovuto dimettere il capo del Governo, coinvolto nello scandalo del “Panama Papers” e mentre scrivo è ancora incerta la sorte di Cameron. Degli Italiani presenti nel corposo elenco non è nemmeno il caso di parlare: nessuno nutriva dubbi sui nomi che sono emersi e caso mai la sorpresa è scaturita dalla mancanza di altri.
Ricordo una bella lezione di giornalismo di Alberto Giovannini: “Non lasciarti mai condizionare dai problemi contingenti quando parli di temi atemporali; li indeboliresti fino a sminuirli o ad annullarli”. Cercherò di essere all’altezza di quel monito, anche se non mi nascondo la difficoltà. Avverto forte l’inattualità di un pensiero europeo e il diffuso desiderio di un ritorno all’antico, fomentato dal rigurgito di un malsano e anacronistico nazionalismo, che si diffonde a macchia d’olio. Ancora più triste, inoltre, è l’inadeguatezza di coloro che tale propensione contrastano, senza comprendere le complesse cause da cui scaturisce.
Come più volte ho sostenuto, non vi è cosa peggiore di una buona causa difesa in modo sbagliato dalle persone sbagliate. Annaspiamo in una vera palude intrisa di sabbie mobili, quindi, dalla quale è difficile venire fuori. E’ inutile farsi illusioni, pertanto, perché con questa triste realtà dovremo convivere a lungo.
A me tocca parlare di Europa ogni mese, tuttavia, dalle colonne di questo magazine, e non intendo venire meno all’impegno assunto per perpetuare un sogno: gli Stati Uniti d’Europa. Onorando il monito di Giovannini, pertanto, non vi parlerò dei muri che stanno nascendo dappertutto, della gente esasperata e impaurita per il massiccio flusso di migranti, delle minacce terroristiche, delle lerce speculazioni economiche di chi, come sempre è accaduto nella storia dell’uomo, è capace di arricchirsi sulle miserie altrui. Non ne parlerò perché è perfettamente inutile: non svanirebbero le paure, non sparirebbero i muri, non sarebbero arrestati i malfattori.
L’unica cosa che mi resta, pertanto, è continuare a stimolare l’Amore per questa nostra Patria bella, pervicacemente convinto che solo quando sarà davvero unita potrà risolvere i suoi problemi di vecchia baldracca che ha puttaneggiato in tutti i bordelli, contraendo le peggiori infezioni.
L’unione come medicina, quindi. Ma non sarà mai unita, l’Europa, se non impareremo ad amarla. E per amarla occorre conoscerla. Conoscerla bene, in ogni suo “angolo”; conoscere la sua storia millenaria, in modo più esaustivo di quanto non si impari a scuola, perché solo addentrandosi nei suoi meandri più reconditi se ne potranno percepire le mille sfaccettature capaci di generare la “passione” e la voglia di saperne sempre di più.
E’ importante conoscere, ovviamente, anche il tanto di bello che ha prodotto in campo artistico e culturale. In Italia, soprattutto, dobbiamo colmare profonde lacune favorite anche da un ridicolo complesso di “superiorità”, che è tale solo nelle nostre teste.
Stiamo campando di rendita sulle grandi opere di artisti, letterati e scienziati che hanno dato lustro al nostro Paese sin dai tempi dell’Epopea Romana. Conosciamo poco o nulla, però, di ciò che è stato partorito altrove, in particolare nel Nord Europa.
Avvicinarsi a queste culture vuol dire allargare di molto i propri orizzonti e sarà stupendo, poi, visitare i luoghi che avremo avuto modo di scoprire nei saggi, nei romanzi, nelle opere teatrali. Oggi voglio parlarvi di due Norvegesi: Henrik Ibsen e Knut Hamsun. Sia il drammaturgo sia lo scrittore, nelle loro opere, lanciano alto il grido di dolore per il disfacimento del mondo moderno, del quale intravedono tutte le crepe. Con “Il risveglio della Terra” Hamsun vince addirittura il Premio Nobel, nel 1920. Il romanzo narra la storia di Isak e di sua moglie Inger, che vanno a vivere nel Nord del Paese, occupando un terreno senza padrone (tema che rimanda al Tom Bombadil del “Signore degli Anelli”, padrone del bosco ma non proprietario), dedicandosi al duro lavoro dei campi. Un idillio con la natura selvaggia, scandita dal fluire delle stagioni e suggellata dall’utopia dell’eterno possibile.
La modernità spaventa la coppia, perché in essa vedono il naufragio della loro dimensione più autentica, legata appunto alla natura, e la deriva del genere umano verso un ignoto tenebroso, che non lascia presagire nulla di buono. Knut Hamsun (il cui vero nome, è bene dirlo, è Knut Pedersen: l’equivoco nacque per colpa di un tipografo che, in occasione della pubblicazione di un poemetto, fece confusione con la fattoria di Hamsund, tra le mete preferite dello scrittore, che a quel punto decise di “legittimare” l’errore, firmando tutte le opere successive con lo pseudonimo) può essere definito un “viandante” che predilige le piccole comunità rurali.
In questo si sente forte l’influsso nicciano, che traspare ancora più evidente in opere come “Misteri”, “Pan”, “Sotto la Stella d’autunno”, “Un vagabondo suona in sordina”.
Tanto dolce appare la scrittura di Hamsun, quanto “irruente” si rivela quella di Ibsen. Il padre della drammaturgia moderna, purtroppo pochissimo rappresentato in Italia, è un uomo “rigoroso”, che schiaffeggia in modo violento la mediocrità imperante e l’ipocrisia che regola le relazioni umane.
Pur non potendolo definire un “esistenzialista” tout-court, il suo pensiero è fortemente condizionato dalle opere di Søren Kierkegaard, che ha studiato attentamente. Fustigatore della società bigotta e nazionalista, Ibsen si sente soffocato e decide ben presto di allontanarsi dalla sua terra, cercando altrove, soprattutto in Danimarca e in Italia, una dimensione più appagante per il suo spirito inquieto.
Il teatro di Ibsen, di non facile decantazione se non dopo una profonda conoscenza dell’uomo, del suo pensiero, del suo tempo e della sua terra, è stato definito di volta in volta naturalista, simbolista, anarchico, surreale.
In realtà è tutte queste cose, ma anche molto di più, perché forse manca l’aggettivo che meglio lo caratterizza: “realistico”.
I personaggi di Ibsen riflettono la decadenza di un mondo corrotto e malato e naturalmente non mancano gli eroi, sempre “individui”, che si ergono solitari contro il male imperante.
Parlo – e non a caso – del dramma “Un nemico del popolo”, tristemente attuale (ma lo sono tutte, le opere di Ibsen). Un medico scopre che le terme pubbliche e il territorio circostante sono inquinati dagli scarichi industriali tossici. Si adopera subito per denunciare il disastro ambientale, ma ha un fratello sindaco, capo della Polizia e capo delle Terme, con forte ascendente sulla stampa locale, che lo asseconda senza batter ciglio.
Non serve aggiungere il resto. L’invito è di scoprire da soli, con calma, ma senza tergiversare, questi due grandi autori, che vi spalancheranno una finestra su un mondo fascinoso, dove troverete senz’altro delle cose “vecchie”, ma soprattutto tante cose nuove che vi faranno sentire, d’incanto, più ricchi.
Dopo aver preso confidenza, concedetevi una gita con il battello postale che da Bergen vi porta fino a Capo Nord, possibilmente nel mese di giugno, quando è possibile godersi appieno il sole di mezzanotte.
Sentirsi Europei, in quella dimensione, è una sensazione indescrivibile. Provare per credere. Nel prossimo numero parleremo dell’Irlanda, del suo splendore e dei suoi martiri.
Impariamo a conoscerla, la nostra bella Europa.

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