LIBRI DI PARTIPILO

Chiusa una porta, può rimanere aperta un’altra. Così Nicola Partipilo, l’editore barese milanesizzato, pur avendo conservato intatto il suo dialetto, costretto qualche anno fa a spegnere definitivamente le luci della sua storica libreria di viale Tunisia, quasi all’angolo con corso Buenos Ayres, continua l’attività della sua casa editrice, la Celip, con preziosi volumi sulla città di ieri e di oggi, sui suoi aspetti più nascosti, sulle sue caratteristiche più ignorate… Volumi ricchi di fotografie di grandi maestri dell’obiettivo, di stampe della Raccolta Bertarelli, del Civico Archivio fotografico del Castello Sforzesco, del Museo di Palazzo Morando, dell’Archivio Storico… di cartoline d’epoca scelte da collezioni pubbliche e private, mappe, documenti e altro.  Le pagine dei volumi, apprezzate da docenti universitari,  scrittori, storici, direttori di musei… rappresentano un viaggio attraverso il passato ed il presente di questa città, con soste illuminanti di fronte a residenze patrizie, monumenti, facciate liberty di edifici importanti, sostando all’Arena, che nel 1906 ospitò uno spettacolo straordinario, quello di Buffalo Bill con cow boys, indiani, con alla testa Toro Seduto, carri, cavalli, fucili…

   Il viaggio inizia da piazza Duomo, nel volume “Milano di una volta”, introdotto da Ferruccio De Bortoli, già direttore de “Il Corriere della Sera”, prima, e del “Sole 24 Ore”, dopo. Si passa per il centro storico, che durante la fase acuta della pandemia era deserto, con i negozi chiusi e adesso si rianima sia pure a fatica, riprende fiato, e non poteva essere diversamente visto che la città del Porta ha le spalle solide, tanto che tra l’altro oppose una resistenza decisa contro le invasioni barbariche, i saccheggi, e rinacque dopo le piogge di bombe che mutilarono la Scala, la Galleria, piazza San Fedele…

   Ascoltiamo De Bortoli: “Questo viaggio nella memoria che vi apprestate a sfogliare e a leggere non è solo costituito da passeggiate bellissime e inaspettate, da scoperte sorprendenti lungo il filo invisibile e pure fortissimo della storia, reso possibile grazie al patrimonio di immagini conservate negli archivi e musei della città. E’ un ricostituente della identità milanese, un balsamo della cittadinanza, un biglietto da visita per i turisti e per tutti quelli che giustamente pensano a Milano come un posto in cui stare…”. D’accordo con il principe dei giornalisti, che conosce profondamente Milano, la sua storia, la sua bellezza, la sua grandezza. E l’ama, considerandola com’è giusto “la città del progresso perché sa nutrirlo con entusiasmo e innovazione”. Lo leggi, De Bortoli, e non dimentichi più le sue parole, i suoi commenti, le sue critiche. E a proposito di Milano, l’ami di più. “La memoria aiuta a far crescere il desiderio”. E allora entriamo in questi libri e seguiamone il percorso, dal Duomo e dalla sua piazza, anch’essa insidiata dal Covid, che fece sparire persino i piccioni, che non lasciarono segni dei loro rifugi, all’Arena, passando per le case di ringhiera, dove la gente un tempo era legata dal sentimento dell’amicizia e della solidarietà e nelle giornate di sole comunicava da un balcone all’altro stendendo i panni su un filo di ferro messo tra le ringhiere che si fronteggiano. E moltiplicando i passi infiliamoci in via Bigli, dove nll’800 si apriva il salotto culturale della contessa Maffei, che ospitava personaggi illustri, tra cui Verdi, Hayez….  Da qui al salotto di Milano, la Galleria Vittorio Emanuele, con l’Ottagono che vanta il Caffè Ristorante Biffi e il Savini, per i quali impegnò la sua penna Gaetano Afeltra, che li definì luoghi di appuntamenti di affari e di cuore, frequentati da Marco Praga e Gabriele d’Annunzio dalla Callas e dalla Duse., da Guido da Verona… E il Castello che svetta nella piazza che gli è dedicata. E i Navigli. Aria romantica e suggestiva, popolare, quasi sempre in festa. Provenendo da Amalfi, Gaetano Afeltra se ne trovò un pezzo proprio sotto le finestre della sua pensione, e ne andava fiero. Fu anche questo corso d’acqua, questa via liquida cara al poeta Alfonso Gatto e a tanti altri artisti a fargli amare di più Milano.

   Il viaggio fa una sosta davanti al “barchett de Boffalora”, che iniziò l’attività come servizio pubblico nel 1777 e dette il titolo a una commedia di Cletto Arrighi; e ai barconi che portavano la merce a Milano e da Candoglia i marmi per la Fabbrica del Duomo e i rotoli di carta al “Corriere della Sera”. Notizie intervallate da splendide immagini della Bertarelli, con cartoline celebrative della Grande Esposizione del 1906. Un’acquaforte miniata di Luigi Cherubini del 1840 mostra una giornata di passeggio a Porta Orientale. E si presentano i musei, dove bisogna entrare per conoscere la ricchezza degli oggetti custoditi (per esempio il Poldi Pezzoli, dovuto al mecenate Gian Giacomo, che cominciò a collezionare oggetti preziosi nell’800). E il trenino a vapore che i meneghini soprannominarono “Gamba de legn”.

   L’altro volume, “Milano com’era e com’è” offre centinaia di altre vedute della città. Si parte con quella della demolizione del ponte della ferrovia delle Varesine, dove negli anni ’60 trovavano posto le giostre più dotate, e si prosegue con quelle dei grattacieli d’ispirazione contemporanea; e con la caserma, oggi demolita, che stava attorno al maniero; e poi con il circo di Buffalo Bill nel 1891 (la prima volta a Milano) nell’attuale piazza Cadorna con uno schieramento di soldati. E trionfa piazza Duomo dell’epoca in cui era ancora consentita la circolazione dei tram e degli autobus. Quindi si arriva a Palazzo Marino, sede del Comune, prima del restauro, con piazza della Scala, dove la corrente elettrica arrivò nel 1885. E il laghetto di San Marco prima della copertura, con un capitolo dell’architetto Empio Malara, presidente degli Amici dei Navigli, che da sempre sogna di rivedere i corsi d’acqua scoperchiati e prende l’occasione di questo libro per riparlarne. “Nello specchio d’acqua che Giacomo Bescapè definiva un impareggiabile fiore dell’architettura milanese, si rispecchierebbero di nuovo sia i palazzi costruiti prima della sua copertura (in sostituzioni delle umili case rusticane che cingevano le sponde) sia quelli costruiti dopo”. Sì, sarebbe bello, caro Empio, vedere Milano attraversata da una ragnatela d’acqua.

   A riprendere la fisionomia odierna di Milano è stato Marco Partipilo, giovanotto intelligente, sveglio, sensibile e preparato. Sembra nato con l’obiettivo in mano. Si è appostato in piazza Fontana, in piazza Cordusio, in via Manzoni, in via Moroni, in piazza Belgioioso e ha fatto i suoi scatti, uno più bello dell’altro. Le sue foto accostate a quelle di ieri mettono a confronto le due città. “Milano – scrive Claudio Salsi, sovrintendente del Castello Sforzesco – si trasforma sulla spinta di necessità determinate dalla vita sociale, economica, finanziaria, ma anche perché, nel suo peculiare carattere, semplicemente non tollera che le cose restino ferme. Milano si muove animata da un’irriducibile fiducia di poter fare domani meglio di oggi. Nonostante tutto, nonostante le contraddizioni, nonostante la pandemia del Covid”, che ancora serpeggia subdolo e invisibile, annientando vite umane.

   Al termine di questo viaggio tra piazze e piazzali, viette, viali e strade, palazzi, cortili, ponti, darsena, vicoli come quello dei Lavandai e la sua tettoia e il suo “ricciulin” d’acqua, gli studi degli artisti, i laboratori degli artigiani, largo Cairoli e i suoi teatri, la Statale, corso Venezia e San Babila con la su splendida fontana… non si può dire di essersi annoiati un momento seguendo questo itinerario. A Milano non ci si annoia, c’è sempre qualcosa da scoprire, da ammirare, da godere. C’è sempre qualcosa che ci sorprende; qualcosa che vale la pena di essere vista, come i bagnanti nelle acque del Naviglio Martesana, i pescatori del Naviglio Grande; i tram, le vecchie botteghe; e della città scomparsa le carrozze, la prima strada ferrata da Milano a Monza, i vecchi alberghi, la vecchia stazione centrale, i carretti che trasportavano le masserizie, i giardini pensili, meno appariscenti di quelli di oggi..  A proposito dei quali Francesco Ogliari, fondatore del museo dei mezzi di trasporto di Ranco, scrisse che a Milano bisogna camminare con il naso all’insù. Ma anche “Milano di dentro”, quella che è bella anche dove nessuno la vede.  Dove non la vedono neppure quelli che passano con lo sguardo fisso in avanti, L’ultimo sguardo lo rivolgo alla vecchia piazza dei Mercanti com’è oggi, con il Palazzo delle Scuole Palatine e con il passaggio che porta in via Orefici, che una volta era la via riservata appunto agli orafi. Sotto a questa foto ce n’è un’altra dell’Agenzia Argo, che risale agli anni 30. E’ bella, Milano? Come la considerate dopo aver realizzato questo viaggio affascinante?

                                                         Franco Presicci

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