Libro. Yassin al-Haj Saleh, Libertà: casa, prigione, esilio, il mondo, Terre Somnia Editore, 2021

L’Autore dissidente siriano Yassin al-Haj Saleh, per sedici anni in carcere ed oggi esule, ci propone con questo testo: Libertà: casa, prigione, esilio, il mondo, che si compone di quindici capitoli, una riflessione sulla libertà, o meglio su quello che lui intende per libertà, in un contesto di cultura mussulmana. La tecnica espositiva utilizzata, per l’esposizione delle sue idee, è quella di farsi delle domande e darsi delle risposte. Il metro di paragone che l’Autore utilizza, per le sue affermazioni, è quello del mondo mussulmano, cita poeti e filosofi della sua cultura, utilizza più volte la parola “colonialismo”, un termine ormai antiquato presso gli occidentali; cita i “palestinesi” e i “siriani” come popoli senza patria e ne libertà, rivolgendosi, a me sembra, più alla sua gente, che agli europei, anche se alcune sue asserzioni di carattere generale siano condivisibili: «in fondo la libertà, è uscire dalla propria casa, superare il proprio recinto e andare lontano» (p. 22).

Meno invece l’affermazione: «La libertà è capacità di innovare, mentre la cultura, invece, è ripetizione» (p. 23). Il termine “cultura”, così come noi lo intendiamo in Occidente, non è ripetizione, è la “nozione” che è ripetizione; non conosco l’arabo e quindi non mi azzardo a proporre un paragonare tra termini e lingue diverse.  Nell’affermazioni «Non c’è libertà e che si può essere liberi soltanto abbandonando i contesti a noi conosciti e familiari» (p. 23), il punto di vista dell’Autore si rivolge al mondo mussulmano, perché quelli sono contesti a lui conosciuti e familiari.

L’affermazione: «Una prigione non è affatto una casa» (p. 29), per chi è stato per sedici anni nelle prigioni siriane, è un’affermazione condivisibile così come: «Il carcere duro rende duri anche noi? […] Ci si chiude in se e ci si irrigidisce a causa della pressione e della durezza a cui viene costantemente sottoposti» (p. 30). In questa frase si racchiude il senso profondo del libro: “La libertà è poter partire nella consapevolezza di poter ritornare quando si vuole”, si ribadisce il concetto di libertà come avventura umana.

Yassin ha ben chiaro ad esempio che: «per gli islamisti il loro potere è basato sulla centralità del passato» (p. 36); che è difficilissimo cambiare religione: «La dottrina giuridica islamica la considera un’apostasia punibile con la morte» (p. 49). L’autore stesso riconosce che: «La pena di morte per aver cambiato religione distrugge la stessa idea di religione intesa come casa spirituale» (p. 50). «La risposta è che l’Islam degli islamisti (a differenza dell’Islam della gente o del “popolo”) è un Islam imposto dall’alto, un’eredità derivante dal potere di un Impero» (p. 51). «Un musulmano non potrà essere libero fino a quando crederà che il suo Signore gli ordini di uccidere chi si allontana dalla religione» (p. 52).

«Alcuni “Stati” sono gestiti come se fossero prigioni» (p. 61), questo, forse, nel mondo mussulmano, perché io non mi sento di vivere in Occidente in una prigione, tanto è vero che l’autore si è dovuto rifugiare in Germania, che è un paese occidentale, per vivere in pieno quella sua libertà, che nel proprio paese gli era negata.

«Il mondo, mai come oggi, è pieno di miseria, discriminazione, violenza, guerra, prigioni, migrazioni, fame e umiliazione» (p. 63). Riferendosi evidente al mondo mussulmano, dove le disparità sociali sono molto più evidenti di quelle Occidentali. 

«Inoltre, per ben due secoli, l’Occidente si è ostinatamente opposto a qualsiasi tentativo di rivoluzione sociale e politica in ogni angolo del mondo» (p. 63), ma la seconda guerra mondiale con l’abbattimento dei regimi fascista e nazista non ci dice questo.

«La cultura è quella conoscenza, in arabo ‘ilm (scienza o sapienza)» (p. 65), in Occidente i concetti di “scienza”, che adotta il metodo sperimentale di  Galileo Galilei e “sapienza” sono divisi e diversi.

«Il mondo avrà una nuova opportunità soltanto se si trasforma, se si oppone a qualsiasi imposizione dall’alto e a qualsiasi separazione dal basso o dai lati. Il mondo avrà una nuova opportunità attraverso una rivoluzione che ne cambierà l’ordine costituito» (p. 67), ma mi chiedo quando nel mondo medio orientale avverrà questa rivoluzione.

Condivisibile è l’asserzione: «Per non parlare dei grandi progressi scientifici e tecnologici compiuti contro la natura e l’ambiente, e che un giorno saranno probabilmente classificati come crimini contro la sopravvivenza della nostra specie e la vita sul pianeta nel suo complesso» (p. 76).

«Più si è ricchi e potenti, più forte è la tendenza a isolarsi e proteggersi dagli altri, a dominare e controllare gli altri. Questo è il motivo per cui stabiliamo limiti e restrizioni, e ciò vale soprattutto per il moderno Occidente capitalista» (p. 76), ma anche e soprattutto per le società chiuse mussulmane.  

«Oggi l’umanità sembra trovarsi a un bivio: bisogna scegliere se sostenere la lotta di quei pochi che difendono la propria prosperità costruendo alti muri mentre chi si trova dall’altra parte sprofonda nella barbarie; oppure lottare tutti insieme per trovare soluzioni umane globali ai problemi umani globali, dalla disuguaglianza nelle libertà alla crisi ambientale» (pp. 77-78). Ecco perché bisogna lottare tutti insieme per la disuguaglianza.

«Certo, nel nostro caso, bisognerebbe anche abbandonare le forme di discriminazione esistenti basate sulla sharī‘a, la legge islamica, così da costruire relazioni più giuste, basate sulla generosità e sull’accoglienza e sull’inclusione. Non vi è nulla che ostacoli un tale cambiamento, perché l’essere umano non è programmato perché la propria “natura” sia immutabile.» (p. 78), ecco perché in alcuni contesti storici e presso alcuni popoli ci si è spesi e battuti per migliorarsi e non restare fermi sulle antiche posizioni, che l’Ancien Regime aveva riproposte per secoli.

«La nostra natura è la cultura acquisita. La nostra natura è la cultura, e tutta la cultura è storica, soggetta a processi storici e al cambiamento» (p. 79), ecco perché in alcuni contesti la diffusione della cultura è diventata motivo di cambiamento, pensiamo alla pubblicazione dell’Enciclopedia, ad esempio.

«La libertà dovrebbe essere sacrificata per la libertà di altre persone. Posso rinunciare alla mia libertà e alla mia vita per un’altra persona, forse anche per un altro organismo vivente, un animale, una pianta o per un ambiente ecologicamente intatto, ma non per un mostro predatore che prende le sembianze di patria, nazione, religione, partito» (p. 84). Chi si è sacrificato per la libertà degli altri ed è salito sulla croce è stato Cristo ma era il figlio di Dio, tutti gli altri “uomini” si sono spesi, anche a costo della vita, per un ideale e mi piace qui ricordare i nostri patrioti dell’Ottocento e i partigiani dell’ultima guerra mondiale.

«Non può esserci libertà finché esiste la schiavitù, nessuno può godere della propria dignità fintantoché ci sono persone che vengono umiliate e offese» (p. 90), è per questo principio di “uguaglianza”, che la Rivoluzione francese si è spesa per diffonderlo.

È condivisibile in chiusura del volume, che: «Dobbiamo cambiare il mondo nel mondo, perché il mondo è un bene universale, a beneficio di tutti: di ogni individuo, di ogni società e di ogni comunità» (p. 93).

In conclusione voglio sottolineare che il concetto di “libertà”, così come la intendiamo noi oggi ci viene, insieme ai concetti di “uguaglianza” e “fratellanza, dagli Illuministi, le cui teorie hanno modificato e ammodernato tutto il mondo occidentale, non ultimo con la divisione tra religione e laicità dello stato, divisione che nei paesi mussulmani non esiste ancora, eppure, in nessun dei quindici capitoli, il nostro Autore non cita mai le conquiste della Rivoluzione francese, come esempio da seguire, forse, forse dico, anche per i paesi mussulmani, certo con forme e modi diversi, perché la Rivoluzione dei Gelsomini non ha sortito gli effetti che ci si aspettava, per l’ammodernamento dei regimi medio orientali, perché troppo tiepida e perché in alcuni paesi soffocata sul nascere.

Alfonso Caprio,  Castel Volturno 10.07.2021

Alfonso Caprio

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