Luciano Martin, la genialità di personaggi esemplari

Ci sono storie che andrebbero raccontate anche a scuola. Per far conoscere ai giovani la genialità di personaggi esemplari. Tra questi, Luciano Martin, la cui impresa è stata festeggiata alcuni giorni fa sull’alzaia Naviglio Grande, dove al civico 46 si trova il negozio di abbigliamento militare e janseria da lui aperto  80 anni fa. Una folla di amici ed estimatori hanno brindato con rappresentanti della vigilanza urbana, dell’Arma dei Carabinieri, della politica, dell’arte (tra cui Gigi Pedroli, grande acquafortista e cantore in vernacolo dei luoghi e delle figure di una volta). Madrina l’ètoile della Scala Luciana Savignano.

   L’affrontiamo con entusiasmo, questa storia edificante, che s’intreccia con le vicende di Milano e in particolare con quelle del Ticinello, il canale che con le sue sponde, passando gli anni, ha cambiato faccia: trasmigrati i meridionali e gli artigiani; chiusi tanti studi di pittori, anche per gli affitti alle stelle, sono arrivati i profumi della cucina e del caffè, senza tuttavia sottrarre fascino a questo angolo antico, amato dal poeta Alfonso Gatto, dagli scrittori Giuseppe Pontiggia e Carlo Castellaneta; dai giornalisti Indro Montanelli, Guido Vergani e Gaetano Afeltra, che, nato ad Amalfi, palpitava per il Naviglio Martesana, che scorreva sotto la sua prima pensione, da lui abitata nel ‘38.

   Luciano Martin era nato a Padova, nel luglio del 1907. Giunto all’età di sedici anni, già dotato di una gran voglia di fare, di costruirsi un avvenire, decise di salire sul treno per Milano, città che accoglieva volentieri chi aveva idee e buone doti. Durante il rodaggio accettò ogni lavoro, se onesto. Braccia robuste e spirito forte, era in grado di sopportare qualsiasi peso e non si rifiutò mai di farlo. Un giorno conobbe un importatore di juta dall’India con magazzino a Genova nella zona portuale: due parole, una stretta di mano e Luciano era già nel capoluogo ligure a lavorare con un incarico di responsabilità tra camalli e gente venuta dal Sud. Infaticabile e previdente come la formica, e generoso, mandava parte del guadagno a casa, dove aveva il papà e quattro sorelle, trattenendo per sé il poco che gli serviva per sostenersi.

   Ma la fortuna è volubile e rivolse la sua premura altrove, per colpa delle mani bucate del titolare dell’azienda. Luciano gli offrì un bastone prosciugando i propri risparmi. Ma lo scafo imbarcava troppa acqua. Il timoniere gli restituì l’ossigeno e toccò il fondo. Amareggiato per la sconfitta dell’uomo che per lui ormai era come uno di famiglia, Luciano riprese la via per Milano, acquistò un motocarro e avviò un’attività nella zona di Porta Genova.  Coltivando il progetto di un’impresa tutta sua. E fatica dopo fatica, un sacrificio dietro l’altro, quell’idea avanzava, prendeva forma, si arricchiva di dettagli, mentre Luciano si dedicava allo scambio di merci, vivendo e affannandosi in un magazzino, fornito anche di branda. I suoi passi si allungavano. Si iscrisse alla Camera di Commercio. Nel ’43 – è riferito in un profilo firmato dalla moglie Bruna e dai figli Graziana e Paolo – gli “viene rilasciata la prima licenza per la compravendita di articoli da rigattiere all’ingrosso e al minuto”.

   Luciano non aveva una ragazza: la bottega e i pensieri non gliene davano il tempo né l’occasione. Fu la latteria della signora Lena in Ripa Ticinese, dove andava a mangiare, a fargli apparire Bruna, impiegata nella veste di segretaria in un noto studio legale. Era splendida, e anche elegante, gentile, dolce. Il suo ideale? Ma certo. Nel ’45 le nozze. Presero casa in alzaia Naviglio Grande 46, che tra l’altro aveva un magazzino nel cortile. Bruna lasciò l’impiego per collaborare con il marito. La guerra aveva smesso di tuonare da poco. Milano era straziata. Devastate la Scala, la Galleria, piazza San Fedele…; violentata la clausura del Convento della Visitazione in via Santa Sofia; decapitate le guglie del Duomo; i tram circolavano con viaggiatori assiepati sui predellini; fame e miseria dappertutto; desolazione. In alcuni campi della città era ammonticchiato il materiale ferroso, tessile… abbandonato dagli americani. Luciano Martin arruolò operai e incrementò la compravendita di sacchi di juta e altro; dalle Ferrovie dello Stato comprò i teloni dismessi dei carri; dalle torrefazioni di caffè i sacchi; nel magazzino introdusse le macchine per cucire, che curava assiduamente, riparandole se si inceppavano, sotto gli occhi affettuosi  di  Bruna, che spingeva sul pedale della sua. L’attività si era estesa, lo spazio non era più sufficiente a contenerla.

   Nacque il primo figlio, Paolo. Era ormai piccola anche l’abitazione, e si trasferirono poco più in là, al civico 58. Nella famiglia Martin c’era armonia, amore, comprensione. Era stimata da tutti, tanto da poter ottenere dalla banca un finanziamento senz’alcuna garanzia materiale. Per quell’uomo, Luciano Martin, padovano d’origine, testimonianza di laboriosità, creatività, onestà, bastava la parola. Ed ecco il negozio, con arredamento prestigioso; sul fronte dello stabile, in alto, a caratteri vistosi, la scritta; “Ditta Martin Luciano”. Sulle vetrine, un’altra scritta: “Tutto per Operai”.

   Le richieste, non solo di juta, arrivavano da ogni parte e da aziende importantissime. Clienti anche tra persone note. Vittorio Sgarbi entrò per acquistare una giacca. Amici del negozio il chitarrista Alex Britti, la cantante Ivana Spagna, l’ex corridore Ivan Capelli, l’ex giocatore del Milan Boban…

   Un negozio famoso, che attirava anche i giovani. Si trovavano a loro agio “tra camicie militari, zaini, giacconi della Marina, jeans… Negli anni 70 è stato un punto d’incontro e di aggregazione”. L’approvvigionamento di jeans era visto di buon occhio soltanto da Bruna, non da Luciano, che comunque non si opponeva. Si ricredette quando vide la valanga di ragazzi arrivare non soltanto da Milano. E con i ragazzi, per acquisiti o per curiosità, anche migliaia di adulti. Ne parlavano i giornali e la televisione, compresa quella svizzera. “Il Giorno” dedicò pagine intere.

   Il giorno della festa Luciana Savignano ha detto di aver conosciuto l’emporio passeggiando lungo il naviglio e Graziana perché “grande appassionata della danza”. Elogi da Paolo Seris, del Comune, in un breve intervento al microfono; da Elvira Fortezza, di Artigiani in Fiera; da Marco Accornero, segretario generale Unione Artigiani, per il quale questa è un’azienda-simbolo dell’artigianato milanese e lombardo e della caparbietà degli imprenditori capaci di resistere sul mercato per 80 anni. Sfogliando il calendario  (in prima pagina una decina di righe della Savignano), dato in regalo agli invitati, dalle immagini di sacchi ammonticchiati; di scaffali zeppi di stoffe; di uomini che sistemano o prelevano giacconi, stivali, gavette o guidano una motocicletta con il cassone carico o suddividono i teloni in buoni e rotti; di donne che manovrano Necchi e Singer; di gruppi allineati davanti all’obiettivo dimostrando che qui l‘ambiente è familiare…, s’intuisce il lavoro frenetico di quest’azienda, cresciuta grazie ad  un uomo geniale, Luciano Martin, che, nato nella città di Sant’Antonio, non si è mai fermato, considerando sacro il lavoro.

   Nella biografia impaginata nel calendario i tre autori evocano anche il volto perduto del Naviglio Grande: i barconi, che trasportavano sabbia e marmi di Candoglia per la Fabbrica del Duomo; gli “atelier” dei pittori; i laboratori degli artigiani; i ragazzi che facevano il bagno di notte  per non farsi sorprendere dai “ghisa”, vigili e intransigenti; quelli che nelle stesse acque lanciavano la lenza (forse qualcuno lo fa ancora, magari soltanto per sport)… “Ecco, sono gli anni 90: cambiano le mode, i gusti, la gente, le abitudini -: questa no: il negozio ‘Tutto per Operai’ è ancora lì”. Luciano, il costruttore di questo regno, è scomparso; anzi no: sopravvive nel cuore di quanti lo hanno seguito ammirandolo. Il suo nome è da annoverare tra quelli che hanno contribuito a far grande Milano. La città dal cuore in mano, che non respinge chi ha le carte in regola.

   Franco Presicci

 

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