Luigi Pagano

   Se non avesse scelto di dirigere carceri, Luigi Pagano probabilmente avrebbe scritto libri. Quello che ha pubblicato in questi giorni, “Il direttore”, con prefazione di Alfonso Sabella, magistrato di spicco nella lotta alla mafia e oggi gip al tribunale di Napoli (editore Zolfo), è di grandissimo interesse e rapisce subito il lettore con storie di reclusi, situazioni, emergenze; descrizioni dettagliate delle istituzioni da lui guidate, l’avvicendarsi di leggi, regolamenti, decreti deludenti. Sabella dice di non sapere se Luigi conoscesse tutti i detenuti che stavano a Pianosa, a Nuoro, all’Asinara, a Brescia, a Piacenza, a Taranto e a San Vittore, ma certamente non ignorava le loro vicende criminali e personali, le loro emozioni, i loro turbamenti e le loro esigenze”. Pagano, ora è in pensione, è per un carcere umano, l’estensione delle misure alternative, il carcere quando non se può fare a meno, l’aumento dell’ora d’aria, sostenitore della legge Gozzini, considerandola una regola di civiltà.

   Non bisogna dimenticare che tra le sbarre vivono persone a cui tra l’altro mancano gli affetti, e che occorre aiutare i loro itinerari verso la palingenesi, se i soggetti dimostrano di volerli intraprendere. Il carcere non va considerato un mezzo di vendetta: la pena deve ricucire lo strappo, avere un fine terapeutico; dev’essere uno strumento di ricostruzione. “La legge Gozzini rappresentò l’inizio di un cammino diverso di edificazione e di speranza”, scrive il direttore, che ha fatto di tutto per tenere le carceri che ha guidato in armonia con il dettato costituzionale. Una sua iniziativa a Brescia attirò l’attenzione di un grande giornalista, Beniamino Placido di “Repubblica”, e fu quando mise il teatro interno a disposizione dello “show” di quel gatto sornione, che è Maurizio Costanzo, che stava per abbassare definitivamente il sipario, mancando una ribalta diversa da quella di solito da lui praticata. Per realizzare l’idea, il direttore dovette naturalmente seguire tutto l’iter richiesto per le autorizzazioni; e alla serata fu presente anche il ministro di Grazia e Giustizia Mino Martinazzoli, che era di Brescia.

   Un’altra esperienza teatrale ebbe come interpreti un gruppetto di giovani che non avevano mai calcato le tavole di un palcoscenico.  Poi toccò agli adulti: un volontario addetto all’iniziativa propose di portare il teatro fuori del carcere e il direttore fu subito d’accordo.

   Un libro bellissimo, istruttivo per chi usa dire “rinchiudilo e butta via la chiave”; o “Adesso hanno pure la televisione”, vedendo nel piccolo schermo un lusso, una concessione, un premio, un privilegio. Un libro scritto con uno stile scorrevole, brillante, chiaro anche laddove l’autore s’inoltra in argomenti giuridici e nell’esame di leggi, riforme varate e rimaste sulla carta o attuate solo in parte. Pagano ha la stoffa dello scrittore. Ed è stato un grande direttore. Lo riconoscono tutti quelli che lo hanno seguito. Parlando dei reclusi usa spesso la parola ”persone”, illuminante, se ce ne fosse bisogno, della sua concezione del carcere.

   Nei suoi quarant’anni di lavoro ha fatto un po’ il commesso viaggiatore. Prima destinazione Pianosa, dove conobbe Pietro Cavallero, che con Sante Notarnicola, Adriano Rovoletto, Donato Lopez il 13 settembre del ’67 irruppero nell’agenzia numero 11 del Banco di Napoli di largo Zandonai, a Milano, e fuggendo scatenarono un mezzogiorno di fuoco tra le strade e le piazze della città, seminando vittime e terrore.

   A Bad’e Carros assistette al massacro di Francis Turatello, il 16 agosto del 1981. Tra gli esecutori dell’omicidio, Pasquale Barra, uno degli accusatori di Enzo Tortora, un innocente messo alla sbarra per le accuse affastellate da un manipolo di criminali. Pagano aveva 27 anni e cominciava a sentirsi a suo agio sulla plancia di un penitenziario. Dopo Nuoro, l’Asinara, dove, unico abitante era Raffaele Cutolo, capo della Nuova Camorra organizzata. Il penitenziario era stato riaperto apposta per lui. Altra destinazione, Taranto con tutta la sua volontà di rendere la vita dei reclusi meno tormentata dalla solitudine, dalla lontananza delle persone care, dalla restrizione della libertà… Qui invitò Mario Merola, che arrivò con oltre tre ore di ritardo nella sala gremita. Per di più il “re della sceneggiata napoletana” tentennò alla richiesta di cantare, temendo che il caldo soffocante potesse creargli problemi alla gola. Il direttore insistette e alla fine il mito spiegò l’ugola. Dal pubblico si levò un boato di applausi.

   Ha pagine memorabili il lavoro svolto da Pagano nelle carceri. E non soltanto per le attività di svago. A San Vittore è stato 15 anni. Un carcere edificato per 700 persone ne aveva 1200. Nel 1980, nel suo ingresso nel capoluogo lombardo, il cardinale Carlo Maria Martini chiese all’autista di deviare il percorso verso l’Arcivescovado per passare sotto le mura di San Vittore, che definiva “il cuore di Milano”. Mentre molti volevano rimuoverlo con il pretesto che non era in armonia con il tessuto urbano; ma in verità perché infastidiva chi non tollerava la casa circondariale quasi nel centro di Milano. Molti erano sordi al principio che la società deve stabilire un rapporto con il carcere, anche per vitare che una persona, scontata la pena, e in grado di reinserirsi, vedendosi respinta torni a delinquere. Con quelle persone Pagano usava il dialogo costruttivo e spesso convincente. Un detenuto saliva sul tetto? Lui lo raggiungeva, si sedeva al suo fianco e intesseva il dialogo anche per scoprire i motivi intimi che lo avevano spinto a quel gesto. La sua porta era sempre aperta, istituì una sala-stampa per ricevere i giornalisti, una novità assoluta.

   Ha avuto giorni difficili, come il suicidio del presidente dell’Eni Gabriele Cagliari, che all’esterno fece esplodere la polemica sull’uso che si faceva della custodia cautelare. Tangentopoli incrementò l’affollamento e non si sapeva a che santo rivolgersi per far fronte all’emergenza. Qualcuno di quelli finiti nella rete del “pool” di “Mani pulite” chiedeva un lavoro sia pure gratuito, pur di non stare con le mani in mano.  Intanto un altro recluso s’impiccava in cella. Situazione davvero critica. Ma ci sono stati anche momenti sereni, come la preghiera del cardinale Martini nel cortile di San Vittore con alcuni ex appartenenti alla lotta armata, dissociati ma non collaboranti con la giustizia, e poi la consegna di quattro borse piene di armi in Arcivescovado, come simbolo di resa.

   Pagano racconta il carcere con passione e si racconta senza enfasi, calamitando l’attenzione del lettore dalla prima all’ultima pagina. Io l’ho letto in un giorno con moltissimo interesse e piacere, anche perché conosco Luigi e l’ho frequentato fino al giorno in cui sono andato in pensione. Ero autorizzato a varcare la soglia di San Vittore dal ministro e trascorsi anche mezza giornata di Pasqua con alcuni reclusi, che sembravano sereni e spiritosi.

   Con Pagano abbiamo più volte conversato e l’ho ascoltato nelle riunioni con relatori competenti. Uomo colto, intelligente, gentile, ha svolto la sua professione con impegno e senza risparmio di energie. Aveva collaboratori di notevole spessore. Milano, dove dice di essersi trovato bene, lo stimava e rispettava, i cronisti anche. Le sue opere non saranno archiviate. Tra l’altro ha fondato un carcere modello, a Bollate. Ha lottato per un carcere aperto, fucina d’idee. Un direttore insostituibile. Determinato e umano, esperto nel suo lavoro, intuitivo. Sabella lo ritiene un gigante a dispetto del suo fisico da ragazzo. E conclude: “Ecco, la Storia, quella con la lettera maiuscola, quella, in gran parte raccontata in questo libro che ho letto d’un fiato. La Storia d’Italia osservata da una prospettiva particolare, quasi unica: una visione a scacchi degli ultimi quarant’anni di vita repubblicana attraverso le sbarre delle prigioni e con gli occhi di quella umanità che le aveva popolate”. Quella storia, da Pianosa all’Asinara, Piacenza, a Taranto, a San Vittore, Luigi Pagano l’ha scritta con sincerità, senza retorica, senza reticenze, senza peli sulla lingua. Per carattere dice sempre pane al pane e vino a vino. Dopo una discussione vivace con il pm Francesco Di Maggio, magistrato rigoroso, coltissimo, eloquente nelle requisitorie (magistrale per cultura giuridica, letteraria e filosofica, quella al processo al clan dei catanesi nell’aula bunker di piazza Filangieri) divenne suo amico e andò a trovarlo a Vienna, dove il sostituto procuratore aveva preso a lavorare per l’Onu. Morì qualche tempo dopo.

   Laureato in giurisprudenza, una breve pratica nello studio di un avvocato, specializzato in Criminologia, campano di Cesa, provincia di Caserta, oggi sessantaseienne, già giocatore di calcio dilettante, abile nel realizzare spettacolari geometrie in campo, ammiratore di Maradona, lettore appassionato, una carriera esemplare, conclusa come vice al Dap, dipartimento al vertice del sistema carcerario. Il suo libro l’ho letto con molta attenzione. Adesso ripenso alle parole di Alfonso Sabella: “La voce narrante è quella di un uomo che, dal suo singolare mondo ignoto ai più, non solo l’ha più volte incrociata e toccata con mano ma ha anche contribuito, silenziosamente, a scriverla, quella storia”

                                                                                   Franco Presicci

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