Non quale, ma quando – Sul Coronavirus, dal Post

Se leggendo le notizie sui vaccini contro il coronavirus in questi ultimi mesi avete sviluppato qualche diffidenza nei confronti di alcune soluzioni rispetto ad altre è comprensibile. Aziende farmaceutiche, esperti, istituzioni, politici, giornali e il resto dei media hanno messo in circolazione dati e informazioni di ogni tipo, dando talvolta l’idea che alcuni vaccini fossero preferibili ad altri.

Proviamo a fare un po’ di chiarezza.

Mettere a diretto confronto vaccini che sono stati sperimentati in condizioni e contesti molto diversi tra loro non è saggio e si rischia, appunto, di farsi un’idea sbagliata. Come vi avevamo raccontato in altre occasioni, per valutare l’efficacia di un vaccino sperimentale i ricercatori di solito dividono i volontari che partecipano alla sperimentazione in due gruppi: il primo riceve il vaccino, mentre il secondo riceve una sostanza che non fa nulla (placebo). 

Dopo un po’ di tempo, i ricercatori raccolgono i dati su quanti volontari si siano ammalati tra i vaccinati e quanti tra quelli con il placebo. Viene poi calcolato il rapporto tra malati e sani in ciascun gruppo. Se il vaccino funziona, la percentuale di malati tra i vaccinati è inferiore rispetto a quella nel gruppo dei non vaccinati.

L’efficacia indica quindi la differenza relativa tra le due percentuali nei rispettivi gruppi. Se non c’è differenza tra i due gruppi, il vaccino ha un’efficacia dello 0 per cento, se nessuno dei volontari vaccinati si ammala, l’efficacia è del 100 per cento.

Questi e altri dati, come quelli sulla sicurezza, sono presi in considerazione dalle autorità di controllo per concedere o meno l’autorizzazione sull’impiego tra la popolazione. Se il vaccino viene autorizzato, dopo qualche mese se ne può valutare l’efficacia sulla comunità, e cioè in condizioni diverse e più varie rispetto a quelle dei test clinici che coinvolgono un numero limitato di volontari. 


I vaccini di Pfizer-BioNTech hanno fatto rilevare un’efficacia intorno al 95 per cento nei test clinici, mentre quello di AstraZeneca ha raggiunto il 62 per cento. Leggendo i due dati si può pensare che i due vaccini oltre il 90 per cento siano migliori rispetto a quello di AstraZeneca, ma non è necessariamente così. Prima di tutto perché le sperimentazioni sono tutte diverse tra loro con volontari, tempi e luoghi diversi, e poi perché tra gli scopi principali di un vaccino contro la COVID-19 c’è quello di evitare che si sviluppino sintomi gravi, che potrebbero rendere necessario un ricovero in ospedale o causare la morte.

Detta in breve: non è tanto importante che il vaccino impedisca in assoluto di ammalarsi di COVID-19, ma che impedisca di avere una forma grave e altamente rischiosa della malattia.

Su questo punto non c’è praticamente differenza tra i vaccini di Moderna, Pfizer-BioNTech, Johnson & Johnson e AstraZeneca: proteggono tutti quasi al 100 per cento dalle forme gravi di COVID-19. Dai dati finora disponibili, il vaccino di AstraZeneca sembra essere inoltre in grado di farlo meglio di altri a tre settimane dalla somministrazione della prima dose (le differenze, come vedete nella tabella, non sono comunque marcate).
In questa fase, dicono gli esperti, non è inoltre molto importante quale vaccino, ma riceverne uno il prima possibile. Vaccinare il maggior numero di persone è ciò che può fare la differenza in questa fase, non una percentuale sull’efficacia diversa da un’altra. I benefici, se si vaccinano in tanti, sono per tutti.

Una dose
A proposito di vaccini, il ministero della Salute ha annunciato che a certe condizioni chi ha già contratto il coronavirus ed è guarito può ricevere una sola dose di vaccino. Una circolare della Direzione generale della prevenzione del ministero, firmata dal direttore generale Giovanni Rezza, dice che «è possibile considerare la somministrazione di un’unica dose di vaccino anti-SARS-CoV-2/COVID-19 nei soggetti con pregressa infezione da SARS-CoV-2 (decorsa in maniera sintomatica o asintomatica), purché la vaccinazione venga eseguita ad almeno 3 mesi di distanza dalla documentata infezione e preferibilmente entro i 6 mesi dalla stessa

La settimana
Nell’ultima settimana i nuovi casi positivi sono aumentati del 26,8 per cento rispetto ai sette giorni precedenti, e sono stati in totale 130.684; nella settimana precedente la crescita era stata del 25,6 per cento

I dati confermano che il numero dei contagi è tornato a crescere dopo un mese di stabilità (tra la seconda settimana di gennaio e metà febbraio). Esattamente come durante la prima ondata di un anno fa, anche ora l’epidemia sembra essere concentrata solo in alcune regioni e non in tutta Italia. 

L’area con la più alta incidenza di decessi rispetto alla popolazione è la provincia autonoma di Bolzano, con 6,2 morti ogni 100mila abitanti negli ultimi sette giorni. L’incidenza è leggermente cresciuta in Abruzzo, passato da 6 a 6,1 decessi ogni 100mila abitanti negli ultimi sette giorni, mentre è calata in Umbria dove si è passati da 8,5 a 6 decessi ogni 100mila abitanti. La regione con l’incidenza più bassa è la Valle d’Aosta con 0,8 decessi ogni 100mila abitanti.



La settimana
Nell’ultima settimana i nuovi casi positivi sono aumentati del 26,8 per cento rispetto ai sette giorni precedenti, e sono stati in totale 130.684; nella settimana precedente la crescita era stata del 25,6 per cento.



I dati confermano che il numero dei contagi è tornato a crescere dopo un mese di stabilità (tra la seconda settimana di gennaio e metà febbraio). Esattamente come durante la prima ondata di un anno fa, anche ora l’epidemia sembra essere concentrata solo in alcune regioni e non in tutta Italia. 

L’area con la più alta incidenza di decessi rispetto alla popolazione è la provincia autonoma di Bolzano, con 6,2 morti ogni 100mila abitanti negli ultimi sette giorni. L’incidenza è leggermente cresciuta in Abruzzo, passato da 6 a 6,1 decessi ogni 100mila abitanti negli ultimi sette giorni, mentre è calata in Umbria dove si è passati da 8,5 a 6 decessi ogni 100mila abitanti. La regione con l’incidenza più bassa è la Valle d’Aosta con 0,8 decessi ogni 100mila abitanti.


Decessi ogni 100mila abitanti negli ultimi sette giorni

Secondo l’ultimo aggiornamento, sono nove le regioni con un tasso di occupazione dei posti letto in terapia intensiva superiore al 30 per cento. Il 30 per cento è la soglia di allerta fissata dal ministero della Salute ed è uno degli indicatori usati per stabilire il colore delle regioni. Superano questa soglia Abruzzo, Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Marche, Molise, provincia autonoma di Trento, provincia autonoma di Bolzano e Umbria.

Qui trovate tutti gli altri dati e grafici, anche sulla zona dove vivete.

Variante
Secondo i risultati dell’ultima indagine rapida condotta dall’Istituto superiore di sanità (ISS) sui risultati dei tamponi molecolari fino al 18 febbraio, nelle regioni italiane il 54 per cento delle infezioni da coronavirus è dovuto alla “variante inglese”. La percentuale è in crescita rispetto al 17,8 per cento rilevato nella prima indagine rapida del 12 febbraio. Questa variante, sempre secondo uno studio dell’ISS, ha una trasmissibilità media superiore del 37 per cento rispetto ad altri ceppi in circolazione.

Elezioni
Tutte le elezioni che erano previste in Italia in primavera e in estate sono state rinviate al periodo compreso tra il 15 settembre e il 15 ottobre. Tra le votazioni interessate ci sono le amministrative che riguardano 1.293 comuni, tra cui Torino, Milano, Roma e Napoli, e le regionali in Calabria, che erano inizialmente previste a febbraio ed erano già state rimandate una prima volta in primavera.

Una in più
Ricordate la storia della Lombardia rimasta in zona rossa una settimana per errore? Ecco, a quanto pare è stata anche una settimana in più in zona gialla, e la causa è la solita.

Rinforzata
Restiamo sui colori. Da oggi tutta la Lombardia è in zona arancione “rafforzata”: significa che oltre alle misure della zona arancione chiuderanno tutte le scuole a eccezione degli asili nido, che nelle pubbliche amministrazioni – dove possibile – è obbligatorio lo smart working, che non si può andare nelle seconde case e che sui mezzi pubblici sono obbligatorie le mascherine chirurgiche o analoghe (e quindi non in stoffa).

Nuovo DPCM
A inizio settimana, è stato approvato un nuovo decreto del presidente del Consiglio sull’emergenza coronavirus, il primo a essere firmato da Mario Draghi. Sarò in vigore dal 6 marzo e fino al 6 aprile. Eventuali cambiamenti di colori avverranno al lunedì e non più nel fine settimana, rimane il coprifuoco dalle 22 alle 5 di mattina, così come l’obbligo di indossare la mascherina anche all’aperto. Non ci si può spostare tra regioni almeno fino al 27 marzo, a prescindere dal colore di ciascuna, salvo per le eccezioni che ormai conosciamo. Trovate tutto qui.

Scuola
Il nuovo DPCM contiene anche nuovi provvedimenti su apertura e chiusura delle scuole, molto discussi negli ultimi giorni. In sintesi, i presidenti di regione dovranno chiudere tutte le scuole e adottare misure di didattica a distanza nelle zone rosse e nelle zone gialle e arancioni dove la circolazione delle varianti del coronavirus è particolarmente preoccupante. Potranno invece decidere a loro discrezione di chiudere o di lasciarle aperte nelle zone gialle e arancioni dove vengano registrati 250 contagi a settimana ogni 100mila abitanti.

Se da un lato non è ancora stata verificata una correlazione certa tra l’apertura delle scuole e l’aumento dei positivi al coronavirus nella popolazione, dall’altro non sono state indagate nemmeno le reali conseguenze della didattica a distanza sull’apprendimento e la socialità degli studenti, tra le preoccupazioni maggiori per le famiglie, che ormai da un anno denunciano grandi difficoltà nel riorganizzare il proprio lavoro e la vita privata dovendo badare ai figli tutto il giorno. Il problema di fondo è che continuiamo a non sapere molto dell’impatto delle scuole sui contagi.




La rappresentante di una minoranza cinese fuori dalla Grande Sala del Popolo per l’Assemblea nazionale del popolo a Pechino, in Cina (EPA/ROMAN PILIPEY/ansa)

Tre cose dal mondo
🇧🇷 In Brasile non era mai andata così male dall’inizio della pandemia: gli ospedali sono vicini al collasso e le vaccinazioni vanno a rilento: e poi c’è la variante brasiliana, che sta peggiorando le cose.
🇺🇸 Gli Stati Uniti avranno vaccini per ogni statunitense adulto entro la fine di maggio, dice Biden.
🇮🇶 La visita del Papa in Iraq: inizia oggi e tocca alcune città prima controllate dall’ISIS, si teme per la sicurezza del Papa, anche a causa della pandemia.

Dal letto
Lavorare rimanendo a letto è sconsigliato dagli esperti e, prima della pandemia, probabilmente anche la maggior parte delle persone con un lavoro d’ufficio avrebbe storto il naso all’idea di trasformare il posto dove dorme in una postazione di lavoro. Ma nell’ultimo anno sono cambiate molte cose: per chi vive con partner, figli, genitori o coinquilini la camera da letto è l’unica stanza col silenzio necessario per concentrarsi, fare telefonate e videochiamate. Se vi dovesse riguardare, abbiamo raccolto qualche dritta e provato sei “tavolini” e supporti per computer, ma non esagerate.

Noi ci sentiamo martedì, e potrete come sempre leggerci da dove preferite. Buon fine settimana, ciao!


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