Pandemia – Sul Coronavirus, dal Post

In circa un anno di pandemia, in tutto il mondo sono morti quasi 2,5 milioni di persone e oltre 111 milioni sono risultati positivi al coronavirus. I paesi con il tasso di mortalità più alto sono Belgio, Slovenia, Repubblica Ceca, Regno Unito, Italia, Portogallo, Bosnia Erzegovina, Stati Uniti e Ungheria. Come sappiamo, il dato è derivato dalle stime ufficiali, perché non ci sono criteri omogenei e condivisi per stimare quello reale, che comprenderebbe anche i decessi sfuggiti alle statistiche.

A ben vedere, il primato spetterebbe alla Repubblica di San Marino con 2.121 morti ogni milione di abitanti. Il primo posto dipende naturalmente dalle piccole dimensioni dello stato, nel quale ci sono stati in tutto 74 morti per COVID-19 su 33mila abitanti: dal punto di vista dell’epidemia può essere considerato una parte del nostro paese.

Da un punto di vista statistico, la quantità dei decessi è uno degli indicatori più validi per valutare l’impatto della pandemia rispetto ad altri indicatori, come quelli sui casi positivi rilevati che variano molto di più a seconda delle tecniche di rilevazione impiegati dai vari paesi. In Italia, lo ricordiamo, durante la prima ondata molti malati non furono identificati a causa della mancanza di test, e questo è uno dei motivi per cui fino da aprile scorso il tasso di mortalità è stato tenuto più in considerazione rispetto a quello di letalità. 

Dopo un anno di pandemia abbiamo imparato la differenza, ma un ripasso rapido non guasta:
• il tasso di letalità si ottiene dividendo il numero delle persone morte per una determinata causa (in questo caso la COVID-19) per il totale dei malati;
• il tasso di mortalità si ricava dividendo il numero delle persone morte per la medesima causa con il totale degli abitanti.

La mortalità più alta è stata rilevata in Belgio, uno dei paesi più interessati dalla seconda ondata in Europa, con 1.889 morti ogni milione di abitanti. Nel mese di ottobre del 2020, nel paese il tasso di ricoveri in ospedale per i malati di COVID-19 è stato più del doppio rispetto alla media europea, con crescite settimanali che sono arrivate a toccare l’88 per cento e oltre 500 ingressi giornalieri. 

Anche la Repubblica Ceca è stata particolarmente interessata dalla seconda ondata dell’epidemia. Finora il tasso di mortalità è stato di 1.794 morti ogni milione di abitanti e da qualche giorno ha superato quello del Regno Unito. Da ottobre, l’aumento dei contagi ha causato una pressione enorme sugli ospedali, spesso non attrezzati. Si sono ammalati oltre 10mila tra medici e infermieri.

Tra dicembre e gennaio, nel Regno Unito c’è stata una notevole crescita dei contagi e un conseguente aumento dei decessi, che il 22 gennaio scorso hanno registrato un picco di 1.401 in un solo giorno. Il tasso di mortalità, dall’inizio dell’epidemia, è stato di 1.779 morti ogni milione di abitanti. In totale sono morte 121mila persone.

In Italia, lo sappiamo, le cose non sono andate molto meglio. Siamo uno dei paesi con la mortalità più elevata con 1.583 decessi ogni milione di abitanti. L’Italia è stata la prima nazione europea in cui il coronavirus ha avuto un impatto significativo, un anno fa. 

Al contrario di molti paesi, dove il picco di morti è stato concentrato in un solo periodo, in Italia i dati della mortalità dicono che la seconda ondata è stata molto simile alla prima. Va considerato, però, che durante i primi mesi dell’epidemia molti morti sono sfuggiti ai bilanci ufficiali, soprattutto in Lombardia, e questo ha influito sul monitoraggio. Solo con l’analisi sull’eccesso di mortalità rispetto alla media degli anni precedenti è stato possibile ricostruire quanti sono stati i decessi reali in province come Bergamo, Brescia, Pavia, Lodi e Milano, dove molti malati sono sfuggiti ai bilanci ufficiali. Senza i dati relativi a quelle persone, è difficile fare paragoni sulle due ondate dell’epidemia.

Capire come sia andata negli altri paesi non è solo importante per ricordarsi che spesso ciò che accade in altre aree geografiche può ripercuotersi sulla nostra, ma anche per capire a che punto siamo con la più grande pandemia degli ultimi decenni.

Arancione rinforzato
La Lombardia, lo abbiamo appena visto, è stata una delle zone più interessate dalla pandemia e ancora oggi l’andamento dei contagi nella regione suscita non poche preoccupazioni. Anche per questo la Regione ha emanato un’ordinanza che istituisce nuove restrizioni in alcune zone della regione con alto numero di contagi e diffusione di alcune varianti del coronavirus.

Il provvedimento sarà valido almeno fino al prossimo 2 marzo e riguarda la provincia di Brescia, in parte quella di Bergamo e il comune di Soncino in provincia di Cremona. Oltre alle solite misure, le nuove restrizioni prevedono: la chiusura delle scuole e degli asili nido, il divieto di recarsi nelle seconde case, lo smart working obbligatorio nei casi in cui è possibile, l’obbligo di mascherine chirurgiche (e quindi non in stoffa) sui mezzi di trasporto, e la chiusura delle attività universitarie in presenza.

Nuovo decreto
Ieri il Consiglio dei ministri ha esteso fino al prossimo 27 marzo il divieto di spostarsi tra le Regioni, indipendentemente dal colore di ciascuna di esse. Si potranno superare i confini regionali solo per comprovati motivi lavorativi, di salute o di necessità.

Per i luoghi in area rossa non vale più la “deroga sulle visite”: sarà vietato fare visita a parenti e amici nelle abitazioni private; gli spostamenti verso abitazioni diverse dalla propria saranno permessi solo per motivi di lavoro, salute e necessità. La deroga rimane invece valida nelle regioni in area gialla per gli spostamenti all’interno della regione e nelle regioni arancioni, per gli spostamenti nello stesso comune. 

Colori
Nel fine settimana Campania, Molise ed Emilia-Romagna sono passate da area gialla ad arancione, aggiungendosi a Umbria, Abruzzo, Toscana, Liguria e alle province autonome di Trento e Bolzano. Tutte le altre Regioni sono rimaste in area gialla, ma in diverse sono state istituite aree rosse locali per contenere i contagi e la diffusione delle varianti.

Divieto di vendita
Alla fine della scorsa settimana, il ministero della Salute ha disposto il divieto di vendita delle mascherine U-Mask Model 2, un tipo di mascherina molto popolare e riconoscibile per una “U” stampata all’altezza della bocca. Il divieto e il conseguente ritiro dal commercio sono arrivati dopo che i carabinieri del NAS (Nucleo Antisofisticazione e Sanità) di Trento avevano segnalato al ministero che le mascherine U-Mask risultavano come dispositivi medici in base alla certificazione di un laboratorio «privo di autorizzazione e sottoscritta da un soggetto privo dei prescritti titoli abilitativi (non in possesso di laurea)». Secondo il ministero ci sarebbero quindi «potenziali rilevanti rischi per la salute» derivati «dall’assenza di un regolare processo valutativo». L’azienda ha contestato il provvedimento.

Necrologi
Il necrologio sui giornali è tornato attuale nell’ultimo anno a causa dei numerosi decessi dovuti alla pandemia, che ha imposto dinamiche e scelte particolari. 

Un necrologio è un annuncio funebre, un breve testo con cui si dà notizia della morte di una persona. In origine era il registro dei morti che si teneva in una chiesa o in una comunità religiosa, in cui venivano scritte brevemente le informazioni essenziali sui defunti: nome e cognome, data e luogo di nascita, luogo della morte. Sui giornali il necrologio è diventato poi un annuncio pubblico, un modo per dare notizia di una morte ma anche di celebrare e ricordare una persona in uno spazio a cui tutti potessero avere accesso, da parte della sua famiglia o delle altre persone che vogliono partecipare al lutto. E su tutti i giornali maggiori l’annuncio è a pagamento: di fatto una specifica e luttuosa forma di inserzione pubblicitaria.

There’s a plan
Il primo ministro britannico, Boris Johnson, ha annunciato il piano con cui l’Inghilterra allenterà gradualmente le restrizioni per limitare i contagi da coronavirus, fino auspicabilmente a uscire dal lockdown ancora in vigore nel paese. Il piano prevede quattro fasi: comincerà l’8 marzo con la riapertura delle scuole e nel suo scenario più ottimistico (non per questo il più probabile) permetterà di tornare a una vita con molte meno restrizioni, per esempio partecipando a concerti e frequentando discoteche, dal 21 giugno. Johnson l’ha definito «una strada a senso unico verso la libertà» e ha detto che l’intenzione è che il processo sia «cauto ma irreversibile», anche se non può garantirlo. È in effetti un piano piuttosto ottimista, ma è comunque un punto di partenza.

Intanto sempre dal Regno Unito arrivano i primi risultati incoraggianti sulla campagna vaccinale.

I grandi senza vaccino
Un anno di pandemia ha cambiato radicalmente il mercato dei vaccini e gli equilibri tra i principali produttori. Ancora all’inizio del 2020 il settore era dominato da Merck, Sanofi, GSK e Pfizer, aziende farmaceutiche di grandi dimensioni e con una lunga esperienza nella produzione di vaccini contro diverse malattie compresa l’influenza stagionale. Un anno dopo, solo Pfizer ha un vaccino contro il coronavirus, sviluppato con l’azienda tedesca di biotecnologie BioNTech, mentre le altre tre società sono pressoché assenti.

Quest’anno, Pfizer dovrebbe triplicare i propri ricavi derivanti dalla divisione che si occupa di vaccini, e gli analisti prevedono che aziende finora relativamente piccole come Moderna e Novavax possano superare Merck, Sanofi e GSK per vendite di vaccini. Anche AstraZeneca e Johnson & Johnson, che hanno sviluppato vaccini più economici, dovrebbero vendere più vaccini quest’anno di quanto abbiano fatto diversi concorrenti l’anno scorso.

Intanto Sanofi e GSK sono in evidente ritardo nella sperimentazione dei vaccini, mentre Merck ha di recente rinunciato alla produzione di una propria soluzione contro il coronavirus. È una situazione inedita, per un settore tradizionalmente dominato da poche grandi multinazionali.

I fischi ai vaccini del pubblico degli Australian Open 🙄

Cinema Cina
Nei suoi primi tre giorni nei cinema cinesi, il film Detective Chinatown 3 ha incassato l’equivalente di circa 327 milioni di euro. Nessun film prima d’ora aveva mai incassato così tanto nel suo primo weekend in un singolo paese. Stando a quanto se ne dice, la storia dal film non è un granché, ma il successo di questo e di altri film cinesi molto visti durante le vacanze per il Capodanno cinese sono un segnale del fatto che, mentre altrove i cinema sono chiusi, in Cina sono aperti e molto frequentati, nonostante l’assenza di film statunitensi. Questo successo è spiegabile con le restrizioni agli spostamenti imposte durante le festività per il Capodanno lunare, ma non soltanto.

Moda
Nel 2020 i ricavi dell’azienda di moda Gucci sono diminuiti del 22,7 per cento rispetto all’anno precedente, arrivando a 7,4 miliardi di euro; nell’ultimo trimestre, da ottobre a dicembre, sono diminuiti del 10 per cento, dimostrando un recupero limitato nel periodo natalizio, storicamente favorevole alle vendite. Il calo è in linea con le previsioni delle società di consulenza sul mercato globale del lusso, danneggiato dalla crisi portata dal coronavirus, ma è particolarmente considerevole se paragonato ad altri marchi che si sono ripresi più rapidamente dalla fine dei lockdown in primavera. Analisti ed esperti si chiedono se il motivo sia dovuto soltanto alla pandemia o abbia altre ragioni, come il cambiamento di gusto degli appassionati di moda e una saturazione dell’estetica massimalista, vintage e androgina portata avanti per anni dal marchio, tra acclamazioni e imitazioni.

Inflazione
Dopo un lungo periodo in cui l’inflazione era rimasta ampiamente sotto gli obiettivi, tanto da far ritenere che fosse sparita quasi del tutto, negli ultimi mesi si è cominciato a prevedere un suo aumento moderato nel corso del 2021. Gli economisti e i banchieri centrali stanno discutendo se questa nuova crescita sia il risultato temporaneo delle politiche per la ripresa adottate per combattere la crisi provocata dal coronavirus o se invece l’inflazione tornerà a essere un fattore dell’economia mondiale.

Dopo un lungo periodo cominciato negli anni Settanta del Novecento in cui era una grave minaccia per le economie dell’Occidente e non solo, a partire dagli anni Novanta l’inflazione fu messa sotto controllo e nei decenni successivi ha smesso di impensierire economisti e governi, e tutti gli studiosi che nel corso degli ultimi decenni avevano previsto un suo ritorno, anche basandosi su solidi precedenti storici, sono sempre stati smentiti. A partire dall’inizio della pandemia da coronavirus, però, hanno cominciato ad accumularsi sintomi che farebbero pensare a un ritorno dell’inflazione: è ancora un’eventualità improbabile ed esclusa dalla maggior parte degli economisti, ma è meglio cominciare a capire di cosa si sta parlando.

Un anno
Oggi ci prendiamo queste ultime righe per parlare di noi. Questa settimana la newsletter sul coronavirus compie un anno: fu spedita per la prima volta il 24 febbraio 2020, con l’intento di darvi in un unico luogo informazioni pratiche, spiegazioni scientifiche e quando possibile qualche risposta per orientarsi nella complessità di una cosa enorme e inesplorata. Iniziammo con l’auspicio di potere smettere di scrivervi presto, perché avrebbe significato un ritorno alla normalità: a un anno di distanza, sappiamo che sarà necessario ancora del tempo prima di tornare alle abitudini di prima.

Nel frattempo si è imposta una nuova normalità che difficilmente avremmo immaginato quel lunedì 24 febbraio quando vi scrivemmo che: “Il coronavirus sta interessando in un modo o nell’altro tutti noi, con comprensibili preoccupazioni. A partire da oggi, con questa newsletter, mettiamo insieme le cose da sapere sul coronavirus e su cosa gli succede intorno”. Abbiamo continuato a farlo senza sosta, mentre da poche centinaia gli iscritti (voi!) diventavano decine di migliaia. Grazie al sostegno di chi si è abbonato o si vorrà abbonare al Post, continueremo a scrivervi con lo stesso auspicio del primo giorno: poter smettere di farlo il prima possibile. 

A venerdì, ciao!

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