PATRICIA PANEBIANCO: CANI E VOLPI

 

(Stella, Sylvie Verheyde)

Crebbi come un cucciolo di volpe in una famiglia di cani.
Si stava bene, c’era caldo sulla pancia e nessuno mi faceva caso. Ero più piccola degli altri e succhiavo meno latte. I miei fratelli mi adoravano e nessuno mi parlava mai: ero troppo stupida e non capivo il loro linguaggio, ma questo senz’altro migliorava la situazione perché non ero mai una minaccia per nessuno.
Giocavamo in portineria mentre nostra madre rammendava i vestiti fruscianti e odorosi delle snelle abitanti del palazzo e papà passava tutto il giorno a giocare con il suo citofono super moderno pigiando sui numerini e mettendo in comunicazione mariti di un piano con mogli dell’altro con una precisione e un’efficienza che sembra l’unica cosa che io abbia ereditato dalla mia stirpe di onorati portieri. Papà gestiva i turni e gli orari come un capostazione gli scambi dei treni in arrivo e in partenza: era consapevole che un errore poteva costare vite umane e lui non ne commise mai uno, eccetto, forse, quel piccolo incidente fra la signora del quarto piano e quella del secondo, quando la prima tornò in anticipo e papà si era assentato per un bisogno fisiologico. In realtà non accadde nulla perché papà si accorse subito del profumo della signora nella hall e quella, uscendo dall’ascensore, fece solo in tempo a vedere la sua vicina sulla porta di casa con un pacco di farina in mano. La faccenda si concluse con uno scambio di ricette di crostate e una serie di inviti a pranzo, dopo i quali papà fu molto più occupato perché il marito del secondo piano intrecciò una relazione con la profumata signora del quarto e diventò complicatissimo smistare gli incontri che avvenivano, sì contemporaneamente, ma sempre su piani diversi per entrambe le coppie, come se cambiando il luogo fosse minore il senso di colpa.
Ripensandoci oggi, forse anche papà era una volpe travestita da socialissimo e affidabile cane, come me, ma questa è solo una mia proiezione perché, a parte l’abilità con cui gestiva l’imprevisto e un lieve sorriso sempre storto in basso a sinistra, non diede mai alcuna prova di ciò. Quello che rimase dell’unico errore mai commesso in trent’anni di carriera fu soltanto un complicatissimo impianto di videocamere e derivazioni semplificate del monumentale citofono, che estese la vista, l’udito e la voce di papà in tutta la casa, specialmente in bagno.
Nel frattempo io fui mandata a scuola; non che fosse necessario per i miei, ma c’era il problema dell’istruzione obbligatoria e i miei cinque fratelli costavano a papà un occhio della testa, tanto che la mamma dovette accettare qualche ora a servizio. Papà pretese che gli impieghi fossero almeno a due quartieri di distanza, perché un portiere aveva un ruolo e una dignità da mantenere in seno alla società, e così mamma ed io ci mettevamo in marcia alle sei del mattino, quando i miei fratelli ancora dormivano, e mamma mi lasciava davanti al portone della scuola con un panino bianco e un pezzo di formaggio; di libri nemmeno l’ombra: non servivano e non c’erano soldi per queste manie da uomini nullafacenti. Tornava a riprendermi nel pomeriggio e arrivavamo appena in tempo per consegnare ai miei fratelli il ricavato della sua giornata.
La scuola era in un quartiere semplice ed era uguale a tutti gli altri edifici: bianca, quadrata, tre piani e con infissi in ferro che si deformava con il calore e con il freddo e se non stavi attento ti macchiavi il grembiule di ruggine e poi erano botte a casa. I miei compagni erano tutti figli di operai e avevano i libri: sembrava che per le loro famiglie fosse importantissimo studiare e intraprendere una professione diversa da quella del padre e poi andare ad abitare in un palazzo come quello in cui vivevo io, ma loro non ne avevano voglia e lasciavano i libri sotto il banco per non avere nemmeno il peso dello zaino. La maggior parte di loro tornava a casa per pranzo e così io, più per curiosità che per altro, visto che tanto io nel palazzo come il mio ci abitavo già e non mi pareva per niente bello, iniziai a leggere tutti quei libri abbandonati. Incominciai da quelli della mia classe e poi imparai silenziosamente ad entrare nelle classi dei più grandi e a rendermi quasi invisibile al mondo: se qualcuno entrava nascondevo il libro sotto il sedere e fingevo di mangiare il mio eterno panino al formaggio.
Anche lì sembravo essere una volpe fra i cani, anzi fu forse lì che per la prima volta mi resi conto di esserlo: accadde quando, verso la metà del primo anno, il professore di matematica mi interrogò e io, per la prima volta, avevo potuto studiare. Ero orgogliosa del mio primo voto buono e pensavo che tutti lo fossero, come è giusto fra amici e compagni, ma quando suonò la campana della mensa, i ragazzi della mia classe mi costrinsero contro il muro e iniziarono ad insultarmi: non ero una di loro e venivo lì a mettermi in mostra, ad esibire la mia bravura come se pensassi di essere più intelligente e invece ero solo una presuntuosa. Cosa pensavo, che loro non fossero in grado di farlo? Era una scelta la loro, una ribellione contro una società che tramandava inutili nozioni, quando l’unica cosa importante era la vita; io ero un passo indietro, un blocco nella catena evolutiva, un ributtante esempio dei quartieri alti reazionari e sarei stata punita dalla loro rivoluzione, confinata nel ghetto in cui meritavo di stare.
Ero diversa da loro.
Non andò meglio a casa: quando raccontai ai miei famigliari del mio successo, mio padre si irrigidì e, senza staccare gli occhi dal monitor, che ormai era il nostro settimo commensale, mi accusò di voler fare la rivoluzione, di voler ribaltare un ordine e una consuetudine che avevano retto il mondo per secoli e che sarei stata spazzata via dalla vita, quella vera.
Confesso che per un momento non compresi come potessi essere allo stesso tempo contro la rivoluzione e rivoluzionaria, ma mi era chiaro che in entrambi i casi andavo contro la vera vita e che quella mi avrebbe punito; ne ebbi la conferma la stessa notte, quando i miei fratelli che avevano taciuto per tutto il tempo della cena, mi fecero trovare il letto tutto zuppo d’acqua e mi minacciarono: non avrei tolto loro nemmeno un centesimo per comprare stupidi libri e farli sembrare cretini. Per la prima volta ero una pericolo per loro e, in un attimo, non mi amavano più.
Non so se è esatto dire che mi accorsi di essere una volpe: forse lo diventai per sopravvivere nel conflitto fra quello che gli altri volevano da me e quello che volevo io, ma non è già essere volpe cresciuta fra i cani il fatto in sé di volere cose diverse? Non è andare contro la vita e contro natura tutto quello che la tua specie non considera produttivo per il suo mantenimento? Cosa succederebbe se un uccello avesse i desideri di un verme e provasse compassione per lui? Probabilmente morirebbero tutti i piccoli nel nido e poi lo stesso uccello.
Comunque io non avevo bambini e avevo il panino al formaggio per non morire, quindi decisi che non correvo alcun rischio nell’essere me stessa, a patto di non manifestarlo agli altri esseri umani.
La brillante interrogazione fu un caso isolato e continuai a frequentare la scuola vivendo una doppia vita: la mattina vegetavo in una sorta di coma e il pomeriggio divoravo parole su parole, tanto che non mi bastarono più le aule e passai alla biblioteca, dove affinai le mie qualità di volpe spostandomi velocemente da un nascondiglio all’altro, in modo da eludere qualsiasi cane. Ormai non smettevo di leggere nemmeno per scappare e riuscivo a mimetizzare i libri nel tovagliolo del panino al formaggio così da continuare a leggere persino mentre fingevo di mangiare, anche di fronte ai miei compagni e ai professori. Iniziai a portare i libri a casa: papà aveva ovunque un monitor da guardare o un pulsante del citofono da premere con urgenza regale e i miei fratelli erano quasi sempre fuori; non sono così sicura, però, che mia madre non si fosse accorta di quello che facevo, ma quando era a casa lei non alzava mai gli occhi dal lavoro di rammendo o dalle pentole e, nel tratto di strada che percorrevamo insieme, sembrava inseguire chissà quali pensieri.
Forse sbaglio a pensare che la volpe fosse papà, forse era la mamma e aveva imparato tanto bene a nascondersi che nemmeno lei sapeva più di esserlo o, forse, non era una volpe ed era un sottile ed esile fringuello ed io, come tutti, cerco una spiegazione che mi permetta di non essere un caso isolato, che mi riporti dentro l’ordine naturale delle cose, che in questo preciso istante mi assolva e faccia tornare indietro le lancette di un tempo inesorabile.
Che fosse volpe, fringuello o cane, la mamma fu spazzata via senza pietà da un autobus una mattina piovosa di giugno, qualche giorno prima degli esami che mi avrebbero liberato dall’obbligo scolastico e un mese prima dei miei tredici anni. Camminavamo insieme come al solito, lei un passo più avanti e io dietro, leggendo come al solito; mi accorsi che non era davanti a me soltanto perché con la coda dell’occhio non vidi più i suoi piedi e fui costretta a fermarmi e a guardare la strada. L’autista sostenne che lei si era buttata sotto le ruote e io fui portata in ospedale perché ritennero che fossi sotto shock, visto che non ricordavo nulla dell’accaduto e continuavo a leggere il mio libro seduta sul marciapiede, senza versare una sola lacrima.
Le cose cambiarono da quel momento: feci i miei esami e fui promossa più per pietà che per la mia preparazione: ero ancora più decisa a nascondere quello che sapevo, specialmente dopo l’indigestione di psicofarmaci a causa del mio comportamento dopo l’incidente e, in ogni caso credo che non avrebbero approvato nessuna delle conclusioni a cui ero arrivata nei miei pomeriggi in biblioteca, su libri che forse nemmeno i miei professori avevano letto. Papà non staccò più gli occhi dal monitor per nessuna ragione e i miei fratelli iniziarono a rincasare sempre più di rado; a me furono affidati i lavori di rammendo e io continuavo la mia istruzione con i libri che avevo sottratto alla scuola durante l’ultimo anno e, in seguito, con quelli della biblioteca, dove scappavo ogni volta che qualche signora aveva dimenticato le uova o la farina. Rammendavo e leggevo, leggevo e rammendavo e, così, trascorsero cinque anni dopo i quali a stento sapevo parlare; del resto a che mi serviva?
Due miei fratelli si erano arruolati e non davano mai notizie e il piccolo scompariva per settimane e tornava sempre più strano: a volte era pulito e ben vestito e aiutava papà a cambiare le lampadine prima di scomparire di nuovo; altre volte aveva uno sguardo assente e dormiva tutto il giorno. Poi papà ebbe un piccolo ictus e non si alzò più.
Posizionammo un monitor sul letto, appeso al soffitto, e una derivazione del citofono; io mi sistemai nella guardiola all’ingresso e Giacomo, mio fratello, si occupava dei lavoretti in tutto il palazzo. Eravamo una perfetta famiglia di cani, pronti a stanare qualsiasi volpe, secondo gli ordini dei cani di razza superiore.
Io continuavo a leggere, protetta dal banchetto della portineria e i cani padroni continuavano a proteggere la razza attraverso il ricambio genetico del tradimento e, allo stesso tempo, mantenevano l’ordine sociale attraverso la protezione dell’istituzione matrimoniale, affidata alla prontezza e fedeltà del cane anziano: mio padre.
Fino a quando, un pomeriggio, la signora del terzo piano fu trovata dentro l’ascensore sgozzata e privata di labbra e orecchie; l’autopsia rivelò poi che la donna aveva da poco avuto rapporti sessuali, ma questo non significava niente, viste le sue abitudini.
Venne la polizia e ci interrogò: io ero andata a comprare aghi e filo, mio fratello girava per la città in cerca di un cavo per un impianto stereo da installare al sesto piano e mio padre sostenne di essersi addormentato davanti al monitor verso le 16,30 e di essersi svegliato con le urla del ragazzino del secondo piano, nato proprio dopo l’unico errore di papà nel suo compito di sorveglianza.
Dopo questo evento, nella portineria non si respirava aria buona: io e mio fratello sapevamo bene che papà aveva mentito e che non si sarebbe mai addormentato durante il servizio e incominciammo a guardarci con sospetto e a precipitarci nella stanza di papà ogni volta che l’altro tentava di entrare. Dal canto suo papà abbassava gli occhi non appena si apriva la porta e fingeva di dormire: presto arrivammo a comunicare con lui soltanto attraverso il citofono e a lasciargli il cibo su un vassoio accanto al letto, mentre lui teneva gli occhi chiusi o era girato dall’altro lato; non uscivamo quasi più da soli per non lasciare la possibilità ad uno di entrare senza l’altro: mio fratello stava marcendo nella noia ed io avevo finito la scorta di libri quando, contemporaneamente alla fine del lutto per il marito della donna morta, papà sembrò tranquillizzarsi, io andai in biblioteca e Giacomo tornò ad assentarsi ogni tanto.
Se proprio devo dire la verità, queste regole di convivenza dei cani non sono male: puoi continuare a leggere e a fare quello che vuoi di nascosto e, anche se non ti maceri nel sentimento del dolore, puoi dimostrarlo per un tempo adeguato, uguale per tutti; così la persona inconsolabile si deve alzare dal letto e vivere e quella a cui non interessa nulla non rischia di finire in ospedale a fare da test agli psicofarmaci; tutto funziona perfettamente e se c’è qualche altro animale in mezzo al gruppo o si integra o lo riconosci anche se la tua specie ha perso il novanta per cento delle difese istintive.
In quel periodo cominciai ad applicare agli esseri umani, o meglio ai “cani”, per continuare con la nostra metafora, l’immensa mole di conoscenze acquisita nella mia breve vita. Riconobbi immediatamente un cammello appena vidi entrare la nuova fidanzata dell’inquilino al sesto piano, interno B: aveva accumulato tanta di quella pazienza nelle sue gobbe, da essere capace di sopportare per mesi, forse per anni, la sete provocata da un uomo arido; avrebbe ricominciato a bere una volta sposata e sarebbe riuscita ad ottenere da lui una proposta di matrimonio perché seguiva le regole in un modo rigido e spietato, senza nessuna interferenza dei sentimenti, la cui arsura era sedata dalle gobbe invisibili a tutti tranne che a me. Il signore del settimo piano era un delfino perfettamente integrato fra i cani; pensai che fosse molto più difficile per lui che per una volpe, in fondo per lui cambiava anche l’elemento fondamentale per la vita, ma lui aveva imparato a tuffarsi e ad emergere in modo conforme ai meccanismi sociali: era un gigolò e si tuffava ad uno schiocco di dita con il compito di creare dei diversivi organizzati e non pericolosi per il mantenimento dell’ordine. La verità era che non avevo mai visto salire una donna meno che affascinante: era come se riuscisse a convincere le signore che l’unica vera felicità fosse saltargli in groppa e inabissarsi nel suo mare. Io non ho mai corso questo rischio, decisamente, forse non si era mai accorto della mia esistenza: aveva imparato a memoria le regole dei cani come avevo fatto io e non aveva studiato quanto me, tanto da riconoscere un animale diverso, qualora questo seguisse le stesse norme.
In breve diventai capace di riconoscere un esemplare integrato di specie diversa persino al supermercato e di sapere se gli elementi che mostravano deviazioni erano cani che si davano arie oppure altri animali malcapitati e incapaci di nascondersi nel gruppo, provocando così danni al sistema e, di conseguenza, la propria emarginazione e infelicità. Compresi pure che quasi tutti gli animali integrati sviluppavano una forma di tunnel riservato alla ribellione e alla proclamazione della supremazia della propria specie; in quel tunnel si nascondevano e commettevano appositamente orribili misfatti contro la società. La gradazione era infinita: la signora del quinto piano, interno C, era un gatto e sputava nel piatto nel marito ogni volta che lui scompariva per due ore nell’appartamento del primo piano, interno B; la bibliotecaria era un serpente e suggeriva volontariamente i libri sbagliati a tutti i clienti antipatici che non ricordavano bene i titoli; il gigolò rapiva le femmine migliori e le ingravidava per creare un paradiso artificiale pieno di delfini con cui giocare; la signora del piano terra era una iena e si nutriva di vedovi sempre più anziani che la mantenevano da decenni e aspettava di trovarne uno vecchio abbastanza da nominarla nel testamento e farla sopravvivere senza fatica per il resto dei suoi giorni; mi era capitato di incrociare per strada anche tigri, dingo, coyote e altre specie pericolosissime che uccidono per il solo piacere di uccidere, così come orsi e altri animali che colpiscono soltanto se la loro sopravvivenza o il loro territorio sono in pericolo.
Riconoscevo da lontano anche i segugi, che erano cani particolari, integrati e addestrati a scovare e perseguire gli infiltrati ossessivamente, fino alla morte.
Potevo riconoscere chiunque dappertutto con assoluta sicurezza, tranne che per quanto riguarda la mia famiglia: forse gli odori assorbiti fin dalla nascita o un residuo dei sentimenti provati durante il periodo dell’ignoranza, prima di costituire una minaccia per loro, mi impedivano di avere certezze e andavo avanti con supposizioni campate in aria tanto quanto le teorie di mio padre sulla rivoluzione.
Quando fu uccisa la moglie del questore, piano attico, sempre nell’ascensore, sempre con labbra e orecchie mozzate, sapevo perfettamente che lei era un ratto: rosicchiava le persone uccidendole per scarnificazione o con malattie infettive che distruggevano il loro sistema immunitario: persino sua madre si era suicidata quando lei le aveva rivelato che il marito era stato omosessuale per tutto il tempo del matrimonio. La povera donna era stata preparata a qualsiasi tradimento con qualsiasi femmina, ma nessuno l’aveva immunizzata contro il crollo di tutte le sue convinzioni e, così, si era impiccata con la cintura di coccodrillo regalata al marito per il venticinquesimo anniversario di matrimonio e aveva provocato uno dei peggiori incendi del quartiere, bruciando tutte le foto e lasciandole ardere in cerchio attorno alla sedia che da lì a poco avrebbe spinto e che aveva subito preso fuoco propagandolo alla vicina cucina, fino a liquefare il tubo di gomma che portava il gas nell’appartamento.
La polizia ci interrogò di nuovo e, stavolta, la storiella di papà addormentato non convinse nessuno. Portarono me e mio fratello in questura e perquisirono la portineria gettando all’aria tutto e rovinarono molti dei miei libri; io fui interrogata dal cane più bello che avessi mai incontrato e commisi l’errore di provare il desiderio di rendermi visibile, fosse anche per un attimo.
Fu lui a provocarmi e a chiedermi delle mie letture; molti libri li conosceva anche lui e ne parlava come non avevo mai sentito parlare nessuno, così mi lasciai incantare e provai per la seconda volta, dopo l’interrogazione di matematica, lo smisurato orgoglio di essere me stessa. Quando mi disse che ero troppo intelligente per non capire che mio padre avrebbe mentito soltanto per proteggere uno dei suoi figli e che io potevo aiutarlo a risolvere il caso, caddi nella trappola e gli spiegai la teoria del segugio che braccava gli animali non integrati nella società dei cani e mozzava loro bocca e orecchie perché avevano sentito e detto troppo. Lui si dimostrò affascinato dalla mia ipotesi ed io gonfiai la mia coda di volpe, mi lasciai persino accarezzare da quel cane così diverso dagli altri e gli raccontai tutta la mia vita, l’incidente di mia madre, la mia bravura a scuola ad infilarmi ovunque senza che qualcuno si accorgesse della mia presenza. L’ultima cosa che mi chiese fu se mi sentivo in colpa ad avere accusato implicitamente mio fratello ed io gli risposi la verità: io ero una volpe e una volpe non può mai provare affetto per un segugio, anche se si trova al sicuro in una stanza con un bellissimo cane. Mi chiese scusa e uscì un attimo. Tornarono in cinque e mi misero le manette e quando mi portarono via mi guardò con tanto disprezzo e orrore che la mia vanità di volpe scomparve subito nella certezza che nessun cane sa mai se l’animale che bracca è innocente o colpevole. Fui subito trasportata in carcere dentro una gabbia perfetta per una volpe idiota che crede che un cane possa esserle amico e, da allora, vivo in una gabbietta di due metri per due e sto finalmente da sola perché, grazie al cielo, sono considerata una criminale pericolosa.
Al processo non provai nemmeno a difendermi, ma non raccontai più nessuna storia di segugi e di animali integrati e dissidenti; mi accontentai di studiare per l’ultima volta tanto materiale umano riunito nell’aula del tribunale e godevo fra me e me della mia superiorità rispetto a qualsiasi segugio: io potevo comprendere, loro fiutavano soltanto e perseguivano innocenti soltanto perché, magari, avevano indossato il maglione di un altro.
Oggi, con tutta la mia sincerità di volpe, vi ripeto che questa società è utile, forse indispensabile, e che la mia storia metterebbe troppo a rischio le sue fondamenta: inizierebbe la caccia ai segugi che sono un collaudato meccanismo di difesa, molto più utile di una volpe e, in ogni caso, questo non porterebbe me fuori di qui perché tutti vogliono trovare colpevoli, ma nessuno vuole trovare la verità.
E poi, detto fra noi, il carcere ha una biblioteca così grande che, se l’avessi saputo, l’avrei fatto apposta.

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