Quando avevo vent’anni

Quando avevo vent’anni stavo a San Severo, capitale del vino nel Foggiano, pulsante di vita e ricca di edifici storici. E di ospitalità. Ricordo in tempi di vendemmia carretti fracassoni che portavano l’uva alle cantine. Leggevo i libri di Ignazio Silone e mi commuovevo sulle pagine che evocavano le lotte dei contadini. Anche San Severo aveva avuto le sue. Vivevo in casa di mio zio, che diceva di essere cafone e si meravigliava nel vedermi perplesso: io usavo il termine contadino, e non avevo ancora letto “Il cafone all’inferno” di Tommaso Fiore. Mia zia lo seguiva alla Zamarra, pochi metri di terra avuti dall’Ente Riforma, e lo aiutava nella cura della vigna. All’alba si sedeva sul sellino posteriore della bicicletta tirata dal cane Nerone e via. Ritorno al tramonto.

   Conobbi tantissime donne con la zappa fra le zolle con accanto i mariti. Comare Concetta, bassa e tonda, m’istruì sui pianti provocati dalla grandine che sparava sui pampini e i grappoli, prosciugando le speranze e la somma sognata per il matrimonio delle figlie. La mia migliore maestra era mia zia, sottile come una pertica e fisicamente dura come il ferro. Generosa, dolce, altruista. I suoi racconti mi facevano sentire un privilegiato: “Ci avevano dato il fondo sprovvisto di qualsiasi riparo; così quando impazzava la pioggia rimanevamo allo scoperto inzuppati. Era così la vita dei cafoni”. Per cena pane e fagioli. Penso ancora ai grossi pani confezionati nel forno del genero, Nicolino, un giovanotto segaligno con il naso pronunciato[FP1] . I pani di San Severo erano a cupola. Una volta per la mostra dell’artigianato uno del mestiere ne fece uno così grande che quando arrivò il momento di tirarlo fuori dovettero intervenire sulla bocca del forno. E divenne la notizia dell’esposizione, che richiamò tanti curiosi.

   Le donne avevano un ruolo importante (anche oggi, giustamente). In campagna e a casa. Mio zio era devoto di mia zia. Per me era un mito. Anche se il suo banco a scuola era stato sempre vuoto, non c’era faccenda che non sapesse sbrigare. Era determinata e ostinata. Aveva un altro cane, vecchissimo e malato, di nome Ruscitto dal pelo, e lei si opponeva ai nostri ripetuti consigli di trovargli un rifugio fuori casa. “Ruscitto è un pezzo del mio cuore e deve stare vicino a me. Mi ha servita e rispettata”. Aveva anche una gallina, Palmira, da tempo sospirata dal tegame. Ma zia Donatina la difendeva con tutte le sue energie: “Mi ha fatto le uova anche fuori stagione, quando capiva che io non stavo bene in salute. E adesso le tiro il collo?”.

   Mia nonna Graziella usava i ferri per fare calze destinate a noi. E filava la lana dei materassi per i maglioni. Abitavamo nello stesso caseggiato messo in piedi da mio nonno, di cui ero il preferito. Il mio gioiello. Quando si ammalava correvo in chiesa, mi facevo dare le immaginette di Gesù e della Madonna da don Cipolletta o da don Franzoso e gliele mettevo sotto il cuscino, pregando loro di non farlo morire. Ogni tanto le prendevo e le baciavo, tenendo le mani giunte; mentre il nonno fingeva di dormire.

   Tutte le donne che ho conosciuto avevano una personalità spiccata. Erano dinamiche, volitive, intelligenti, sensibili, intuitive. Scavate in un tronco di quercia secolare, Mia madre, Angela, colmava i vuoti del bilancio familiare con il ricamo. Le clienti erano tutte sue amiche d’infanzia, che dovevano completare il corredo delle figlie. E menomale che ne aveva tante, di amiche. Comprese due zitelle che non superavano il metro e mezzo di altezza, erano sulla sessantina e molto educate, e tenevano la casa pulita e ordinata come una chiesa. Non ho mai capito il motivo di tutti quei punti a festone o a tamburo o a catenella che richiedevano: dovevano avere una nipote a cui pensare. Mio padre era senza lavoro e mia mamma mi faceva le scarpe, i pantaloncini, mi tagliava i capelli e mi teneva come un figurino.

   Nei miei anni sanseverini vedevo donne “cu ‘a zeròle” piena d’acqua su una spalla andare a piedi dalla fontana a casa. Le donne davano forza agli uomini e al tempo dell’emigrazione che dissanguava il Sud li sostituivano nel lavoro dei campi. Tante belle pagine della storia del Mezzogiorno hanno come protagoniste le donne. In “Fontamara” di Silone sono le donne che si sollevano; loro vanno, impastate di sudore e polvere, sfidando la calura agostana, a protestare in piazza. Analfabete, ma vigorose. Chi comanda vuol suddividere l’acqua a suo modo: tre quarti del piccolo canale all’avido imprenditore arrivato da fuori e tre quarti ai contadini. “Parti uguali”, sosteneva l’avvocato, che fingeva di stare dalla parte dei cafoni e invece era in combutta con la parte opposta. Sono le donne ad accorgersi che il conto non torna, che sotto serpeggia l’imbroglio, mentre le piante hanno sete e loro e i loro cari anche. Donne coraggiose, combattive. Pilastri. Donne esemplari. Se fossi un pittore le dipingerei con tutto l’amore possibile. Nel mio studio campeggia il ritratto di una donna anziana, con il volto, assottigliato, attraversato da un intreccio di rughe, come solo un artista come Sarik poteva fare.

   Il volto di Antonietta Greco Laddomada, la nonna, era invece liscio e colorito come quello di una giovinetta. Era la mamma di Silvia e la suocera di Michele Annese, che è stato direttore della biblioteca comunale di Crispiano e segretario generale della Comunità montana. Saggia, paziente, deliziosa, snella, bassina, imbiancata, sguardo eloquente, curiosa, attenta a ogni parola che ascoltava, un sorriso comunicativo. Colta, di una cultura empirica, attinta dall’esperienza quotidiana. Capì la passione per le lettere della figlia Silvia e l’assecondò, studiando ascoltandola. Ascoltando le rime del Petrarca era estasiata. La colpiva l’amore del poeta per Laura; meditava sui suoi “passi tardi e lenti” alla ricerca dell’amata (“Solo e pensoso i più deserti campi vo misurando…”). Sempre sollecita, Antonietta, verso le esigenze degli altri. Prima gli altri, poi lei. Manager della famiglia, casalinga per passione; origine: contadina.

   Ci sono anziani petulanti, lagnosi, esigenti, a volte anche prepotenti. Antonietta no. Riservata, passi felpati, taciturna, partecipava alle conversazioni con il silenzio, con quel sorriso amabile, benevolo, affettuoso. Chi sa leggere uno sguardo, chi sa interpretare un gesto la comprendeva. Il nipote Gabriele le domandava: “Come stai, nonna”; e lei: ”Magnifik”, con voce bassa, a volte quasi impercettibile. Sempre rassicurante. Un modello, Antonietta, una sorgente d’amore. Costruttiva. Un balsamo. Dava sollievo. L’ho vista tante volte, Antonietta. Avevo un po’ di confidenza con lei. Le piaceva, come me, stare con gli altri. Quando capiva che i suoi dovevano uscire, si cambiava subito d’abito e diceva di essere pronta, perché sapeva che non l’avrebbero lasciata a casa.

   Quando la vedevo, ero contento. Mi piaceva guardare i suoi occhi limpidi, vivaci. Occhi che esprimevano bellezza, amore. Un amore così grande che prima di lasciare questo mondo che va indietro e non avanti, almeno dal punto di vista umano, ha voluto fare un brindisi per il compleanno di Silvia, la figlia che ha ereditato da lei la dolcezza e il buon senso, i modi misurati.

   La nonna aveva 92 anni quando la sua candelina si è spenta, alcuni anni fa. Il nipote Gabriele, a lei molto legato, per Antonietta, dotata di empatia e di simpatia, parole meravigliose, toccanti, che non escono dalla memoria e dal cuore.

   Andavo a Crispiano per la sagra del peperoncino piccante, per il presepe vivente, per la sagra dei funghi, svolta nel giardino del ristorante “C’era una volta” di Sante Basile, per il carnevale estivo organizzato dalla Pro loco o per una delle tante feste in masseria (l’ultima alla Francesca, dove una cavalla balla la pizzica), ma avevo anche piacere di andare a casa degli Annese per incontrare Antonietta, la signora da cui ho imparato molto. Ho imparato anche da altre donne. Le donne sono la base e la cima dei monti. Sia che pilotino una nave, un giornale, un’industria; sia che diano vita alla terra. Per capacità e intelligenza sono giganti.

                                                                                                      Franco Presicci


 [FP1] Ragazzo

0 Comments

No comments!

There are no comments yet, but you can be first to comment this article.

Leave reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *