Ricordando Nicolò Carosio, grande radiocronista

   Era un mito. Quando descriveva una partita di calcio era esaltante, faceva teatro e i tifosi incollati alla radio attraverso le sue parole immaginavano lo spettacolo che si svolgeva sul campo. Quando il regime decise di epurare le parole straniere non fece fatica a dire rete anziché “goal”, facendo lo stesso con tutte le altre espressioni seminate nella terminologia calcistica. Il grande radiocronista, Nicolò Carosio, baffetti neri alla David Niven, era simpatico e spiritoso. A volte si sedeva a un tavolo esterno del bar che si apriva quasi all’ingresso della Galleria Mazzini, tra le piazze Duomo e Missori, e se gli andava, sollecitava qualche passante a farsi radere da Salvatore Seccia e Gianni Saccone, il cui salone da barba era proprio di fronte. Era uno scherzo, anche perché i due tonsori non avevano bisogno di un “supporter” pur se del livello di quel personaggio che mandava in delirio gli appassionati della pedata. Ma sotto sotto faceva loro piacere, perché Nicolò Carosio era Nicolò Carosio: un grande. “Piacevole e buontempone, un colosso conosciuto in tutto il mondo”, commenta oggi Salvatore Seccia, apulo di Margherita di Savoia, fisico atletico, baffi alla Chevron e la battuta facile e garbata. “Margherita di Savoia? Tu sei del paese delle saline, già presenti e famose nel III secolo a. C.?” E giù i ricordi: il paese sii chiamava “Saline di Barletta” e fu ribattezzato nel 1879 con il nome attuale per rendere omaggio alla consorte di Umberto I, re d’Italia, assassinato nel 1900 a Monza dall’anarchico Gaetano Bresci. Margherita di Savoia si trova sulla sinistra del fiume Ofanto, che incontriamo nelle liriche di Orazio, ed è vicino a Canne, dove nel 216 si svolse la celebre battaglia vinta da Annibale sui Romani durante la seconda guerra punica… Salvatore aggiungeva particolari, citando anche il museo delle saline. Mi trattava da amico, come faceva, e fa, con la maggior parte dei suoi clienti, che quando vanno da lui per farsi radere, se hanno un cruccio se lo fanno passare.

   Il direttore del “Giorno”, Sandro Neri, giovane e di talento, ci va anche perché gli piace l’ambiente e quando ha tempo osserva le vetrine con gli attrezzi del mestiere di una volta: rasoi e lamette, e non solo, oggetti da collezione (c’è chi ne possiede migliaia provenienti da diverse parti del mondo). “Prego, si accomodi”, dice Salvatore, senza tante cerimonie, ma con un sorriso comunicativo e poi slaccia la sua “verve” per spronare il cliente alla conversazione. Intanto gli pota la testa o gli modella la barba. Lo osservavo e ricordavo che in tempi lontanissimi il barbitonsore faceva un doppio mestiere: oltre ad usare pettine e forbici, estraeva i denti ed esercitava il salasso. 

   Ho conosciuto Salvatore nel febbraio del 2008, grazie al prefetto Francesco Colucci, che ha trascorso gran parte della sua carriera di poliziotto alla questura di Milano (da questore è stato a Bergamo, a Lecce, Genova). “Un giorno ti devo presentare un simpaticone mio amico, che fa il barbiere in centro. Ti piacerà, perché, oltre ad avere un carattere spassoso, ha tante storie da raccontare. Insegna anche in una scuola della categoria”. Ci andai e Salvatore mi accolse con una tale confidenza da farmi sentire suo compaesano a spasso nelle vie del paese, arioso e suggestivo, che una volta si chiamava “Saline di Barletta” per le saline, appunto, presenti e famose nel luogo già nel III secolo a. C. Fu ribattezzato nel 1879 con il nome attuale per rendere omaggio alla consorte di Umberto I, re d’Italia, assassinato nel 1900 a Monza dall’anarchico Gaetano Bresci. Margherita di Savoia sorge sulla sinistra del fiume Ofanto, che incontriamo nelle liriche di Orazio, ed è vicina a Canne, dove nel 216 si svolse la celebre battaglia vinta da Annibale contro i Romani durante la seconda guerra punica. Salvatore mi indicò i suoi collaboratori, compresa la “manicure”, seduta accanto a una specie di Alain Delon a cui curava le mani affusolate come quelle di un pianista.  Era appena uscito un tale che mi sembrò Menelik, l’imperatore d’Etiopia.

   Una parola tira l’altra e mi venne in mente di parlare del festival dei baffi che si faceva a Grottaglie, la città delle ceramiche, dove un anno vinse un milanese copia stampata di Giuseppe Verdi. Salvatore ascoltava con apparente interesse, mentre elencavo i tipi di barba e di baffi di quel festival: alla D’Artagnan, alla Sandokan, alla Salvator Dalì; baffi a sciarpa, alla Cavour, alla Mangiafoco. E mi soffermai su un’edizione in cui i partecipanti si ribellarono per il fatto che la giuria, composta prevalentemente da donne, aveva votato un greco di ottima presenza, ma dalla …vegetazione poco apprezzabile. Aggiunsi che andai ancora a vedere, questa sfilata, quando si era trasferita a Montemesola, località a pochi chilometri da Taranto. “Ad averlo saputo ci sarei venuto anch’io. Si fa ancora?”. ”Non lo so”. Allora prese a dirmi che il loro locale (socio Gianni Sassone, attento e taciturno, oggi scomparso e sostituito dal figlio Gianfranco) “è sempre stato il punto d’incontro anche  di gente dello sport: Ivanoe Fraizzoli; Bruno Raschi, vicedirettore della ‘Gazzetta dello Sport’, che seguiva i Giri d’Italia con il “patron” della gara Vincenzo Torriani; Gianni Invernizzi, allenatore nerazzurro quando fu liquidato Heriberto Herrera… Per inciso, il giorno prima del famoso derby Milan-Inter del 70-71 s’incontrò da noi con Nereo Rocco e qualche malalingua immaginò che i due ‘mister’ avessero preparato la competizione nella nostra sala da barba…”.  E ci andavano, al tempo di quei ricordi Cesare Maldini, tanto schivo da lesinare le parole anche quando gli si chiedevano notizie sulla squadra”; Carlo Sangalli, ancora oggi presidente dell’Unione Commercianti; Alessandro Viani, il noto allevatore di cavalli da corsa (suo, Varenne, il campione del mondo); l’attore Cochi Ponzoni; i Bindi, della famosa fabbrica di pasticceria; e un bouquet di poliziotti: oltre a Colucci, Lucio Carluccio, che è stato questore di Brescia; Achille Serra prima di andare a ricoprire l’incarico di prefetto a Firenze e poi a Roma; il giocatore dell’Inter de Marco, l’ex presidente dell’Eni Poli; primari d’ospedale…  

   Recentemente la barbieria ha festeggiato i 90 anni: inaugurata nel 1929, fu da Salvatore acquistata nell’80. “Sono arrivato a Milano nel ’65 e mi sono subito trovato bene”, grazie anche al suo carattere disinvolto, loquace e affabile. E’ un piacere tarsi tosare da lui. Appena lo vidi mi vennero in mente alcuni versi del “Barbiere di Siviglia: “Ah, bravo, Figaro!  Bravo, bravissimo/ fortunatissimo/ per carità/ Pronto a far tutto…”.

   Nelle barbierie la parola “Ragazzo, spazzola” non viene più pronunciata e quindi non c’è più lo sbarbatello addetto a questa funzione. Sono cambiate tante cose, non solo nell’ambito dei barbitonsori. Saranno cambiati anche i tipi di barba che i professionisti devono affrontare, a parte gli imitatori. Un po’ di storia? Ma sì, non guasta mai. Tra i vecchi Greci i baffi si fecero largo nell’età classica. Scipione l’Africano, secondo Plinio, nella quotidiana rasatura preferiva i barbitonsori siculi. Ovunque era sgradita la barba trascurata. Non erano pochi quelli che si adornavano il volto facendosi crescere il pelo. E dire che la vanità è femmina.       Lo squillo del telefono impone una sosta. Poi Salvatore riprende il suo discorso. “Ho tosato anche Tito Stagno”, il giornalista televisivo che commentò insieme a Ruggero Orlando il primo sbarco dell’uomo sulla Luna, la missione Apollo 11. E Gino Bramieri, il grande comico nato a Milano da un falegname in una casa di ringhiera di corso San Gottardo e si affermò nella rivista con Macario, le sorelle Nava, Wanda Osiris”. E’ giusto che mi racconti la sua bella avventura.

   “Quando la gente si accorgeva che Bramieri era seduto sulla mia poltrona girevole si fermava e l’aspettava per chiedergli una barzelletta. Qui venne anche un giornalista a scattare delle foto che pubblicò su una rivista americana. E sempre qui hanno girato uno spot per promuovere delle calzature. “Mi dicono che hanno girato anche film”. “Era il ’74 e girarono una scena del ‘Romanzo popolare’ di Mario Monicelli, con Ugo Tognazzi e Ornella Muti”. Durante le riprese c’era anche Beppe Viola, il compianto giornalista, scrittore, telecronista. Beppe Viola, amico d’infanzia di Enzo Jannacci e stimatissimo da Gianni Brera, che alla sua morte, a 43 anni, gli dedicò un breve ritratto alla sua maniera. Con Jannacci, Viola rivide in dialoghi in dialetto del film, accolto con grande favore dal pubblico.

   Per Nicolò Carosio Salvatore e Gianni erano “artisti associati”. Questa era l’insegna che per lui doveva campeggiare all’esterno della bottega, degnamente inserita tra i locali storici. “Diceva che siete maghi del rasoio”, intervenne un “habituè”. Salvatore si schermì e rivolgendosi a Gianni esclamò: “Parla anche tu, non stare sempre in silenzio”.

   “Sarà stato un colpo di fulmine a spingerti verso pettini e pennelli da barba”. “Ma no. Avevo sei anni, al mio paese il salone da barba stava di fronte a casa mia e il pomeriggio vi facevo il ’ragazzo-spazzola’. A sedici anni, giunto a Milano, ho fatto pratica in via Fara e nel ’70 ho avvistato la Galleria Mazzini. Nel ’72 sulla barca è salito Gianni “e avete cominciato una nuova navigazione”. Stavo organizzando il campionato italiano parrucchieri uomo e donna, sede il Leonardo da Vinci”.

   Guardai l’orologio: era già mezzogiorno. Il Figaro non mi lasciava andare. Ha conservato alcune buone abitudini del Sud e non poteva permettere che io scomparissi prima di aver fatto un salto con lui al bar di fronte, molto elegante e ben frequentato, a bere un caffè o qualunque altra cosa desiderassi. Gli dissi che non prendo bevande e non assaporo dolciumi; e rispose che ero ridotto male, ma che avrei potuto bere almeno un bicchier d’acqua in sua compagnia. Devo lottare ogni volta anche con Francesco Colucci e con Lucio Carluccoi.

                                                                                                     Franco Presicci

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