Riflessione al Vangelo di Domenica 17 Maggio 2020 a cura di don Franco Galeone

17 maggio 2020  –  VI Domenica dopo Pasqua (A)

LA CHIESA NON È UN RICOVERO DI “ANIME BELLE”

gruppo biblico ebraico-cristiano השרשים  הקדושים

francescogaleone@libero.it

Prima lettura: Imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo (At 8,5). Seconda lettura: Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti (1Pt 3,15). Terza lettura: Non vi lascerò orfani (Gv 14,15)

In quei giorni Filippo andò in Samaria

1) Per cinque o sei anni dopo la morte di Gesù, la chiesa rimase tutta in Gerusalemme. Poi cominciarono le persecuzioni contro i primi fedeli (At 8,1) che ebbero però un effetto sorprendente: fuggendo da Gerusalemme, essi annunciavano la buona notizia della risurrezione. Era l’inizio di una nuova era per la chiesa. La lettura di oggi racconta ciò che accadde a Filippo in Samaria e la necessità di crescere in comunione con tutta la chiesa. La Samaria era, per gli ebrei del tempo, una regione di emarginati e di scomunicati; c’era idealmente un muro, un filo spinato, attorno alla Samaria, che impediva ogni contatto tra ebrei e samaritani. Ed è proprio lì che Filippo va ad annunciare il Vangelo. Dobbiamo riflettere sul nostro cristianesimo, tiepido e timido, relegato nelle umide sacrestie o nelle chiese profumate di incenso; dobbiamo interrogarci sul nostro cristianesimo tradizionalistico e formalistico, sulla nostra religiosità da scenario, sulle tante verità cristiane che ci hanno consegnato come un “depositum fidei” e che noi mai abbiamo approfondito e scelto con un “amen”  libero. Certo, non tutti possiamo essere Madre Teresa o Padre Pio o Don Bosco … ma tutti possiamo essere testimoni del Vangelo nei tradizionali ambienti della nostra quotidianità: familiare e lavorativo. Dio raduna gli uomini di buona volontà non per coccolarli o viziarli, ma per mandarli  come agnelli tra i lupi, per diventare il lievito profumato nella grande massa umana, per essere il sale solubile e dare sapore, la luce che risplende nelle tenebre. Non riduciamo la Chiesa a un ghetto, a un ricovero di anime pie: il sale è fatto per sciogliersi, il lievito deve impanarsi, la luce deve fugare le tenebre; anche la messa termina con una missione e dispersione: “Andate!”.

Il male peggiore: l’indifferenza!

2) Allora un “ambiente” cattolico, una “società” cristiana sono una contraddizione, anche se è l’ambizione di molti dirigenti cattolici: costruire un asilo cattolico, un collegio cattolico, una scuola cattolica, una università cattolica, un ospedale cattolico, un sindacato cattolico, un circolo cattolico, un cimitero cattolico… In questo modo, il sale non avrà mai salato, il lievito sarà ammuffito. E’ una mentalità da preservati! Mosè, dopo avere incontrato il Signore, riceve l’ordine di andare dal faraone e di liberare il popolo; Maria, dopo l’annunciazione, fa una visitazione; la Maddalena, dopo avere visto il Risorto, riceve il comando di andare dai fratelli; Francesco, dopo avere pregato, riceve il comando di restaurare la Chiesa di Dio… I primi cristiani hanno convertito il mondo perché erano una minoranza lieta e contagiosa; noi siamo una maggioranza silenziosa e rassegnata. Abbiamo un immenso potere, quello del nostro esempio. Come Francesco di Assisi: “Andiamo a predicare in città”, e attraversò tutta Assisi, con gli occhi bassi, il cappuccio tirato sul capo, le braccia nelle maniche, a piedi scalzi, senza dire una parola! Noi piangiamo la Chiesa del silenzio, la crediamo lontana, dietro la cortina di ferro o di bambù, sotto il regime islamico o cinese…  e invece la cortina di indifferenza fa della nostra Chiesa un ambiente amorfo. Ha scritto l’abate Roberto de Lamennais: “Il secolo più malato non è quello che si appassiona per l’errore, ma quello che trascura e non ricerca la verità”. E’ vero: l’italiano oggi non è ateo, è semplicemente indifferente!

Non siamo orfani!

3) Questa breve pericope, presa dal discorso dell’ultima cena, ci mostra un Gesù premuroso con gli apostoli, che egli consola, e ai quali offre motivi di fiducia: promette loro di mandare lo Spirito Santo, e di ritornare da loro, per non abbandonarli mai più. Domenica scorsa, con un linguaggio molto affettuoso, Gesù ci ha presentato le prime due persone della Trinità, il Padre e il Figlio. Oggi ci presenta la terza, lo Spirito, e lo fa nella maniera più tenera: “Non vi lascerò orfani”. Davvero Gesù conosce i nostri bisogni affettivi! Davvero Gesù fa convergere tutto sull’amore: “Se mi amate… Questi mi ama… Chi mi ama sarà amato dal Padre mio”. Come amare questo amabile Gesù? Solo commovendosi? Molti lo hanno pensato, e ne è venuta fuori una religiosità sentimentale, un fumo senza fuoco. Ma Gesù è stato molto esplicito: “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti”. Ecco il fuoco! Cristo è venuto per sradicarci dall’uomo vecchio, con strappi e dolori che solo l’amore per Lui può rendere sopportabili. L’amore trasformato in mera commozione è una caricatura del serio e radicale rinnovamento di pensieri ed opere, come vuole. Per comprendere bene le parole di Gesù, va dato il giusto significato alla parole “comandamento”. Non si tratta solo di norme, prescrizioni, divieti; niente di legalismo o giuridicismo nel suo insegnamento; comandamento significa “insegnamento”. Non un freddo regolamento, ma un messaggio liberante; il problema non è “sentirsi a posto con la legge”, ma entrare nella logica nuova dell’amore; una volta entrati, “Ama et fac quod vis!”. Ecco la vera figura del credente: non un precettato, un obbligato a portare pesi, ma un chiamato, un invitato a entrare in comunione di amore.

Abbiamo un paràkletos, un avvocato!

4) In questo testo Gesù promette ai suoi discepoli di dare loro un «Difensore». Questo Difensore è lo «Spirito della verità» o lo «Spirito Santo» (Gv 14,26). In genere pensiamo allo Spirito come a qualcosa di invisibile, immateriale, spirituale, ma non è così. Lo Spirito è reale, è un soffio, è un vento impetuoso (At 2,2). Per parlare di questo «Difensore», il testo greco usa il termine παράκλητος (parákletos), che significa il «chiamato» (da qualcuno per qualcosa): difendere i discepoli. Per questo gli autori antichi hanno tradotto questo termine greco come l’advocatus, l’Avvocato (Tertulliano, Agostino, Cipriano…). Questo sta a significare che i cristiani, se sono veramente seguaci di Gesù, vivranno in maniera tale che avranno bisogno di un «avvocato difensore» (Gv 14,16; 14,26; 15,26; 16,7). È lo Spirito che starà «con», «accanto a» e «nei» discepoli di Gesù. In altre parole, i seguaci di Gesù vivranno in maniera tale che avranno bisogno costantemente di un «avvocato difensore». Ebbene, chi ha bisogno di un avvocato perché lo difenda, è uno che sicuramente si metterà nei pasticci, che vivrà situazioni conflittuali ed avrà bisogno di un aiuto costante. In una società nella quale si impone la disuguaglianza in dignità e diritti, restare indifferente o in silenzio è, in definitiva, diventare complici della sofferenza dei più deboli. Chi prende sul serio il Vangelo dovrà inevitabilmente scontrarsi con i poteri dell’«ordine stabilito», che non sopporta le norme di vita, i valori e le regole di comportamento che negano i valori che reggono il presente «disordine» nel quale viviamo. Questo evidentemente è una sfida che fa paura. Ma è anche una luce di speranza per il futuro dell’umanità. Perché solo persone di Spirito potranno imprimere una svolta nuova alla civiltà ed alla storia. Maria, salus infirmorum, ci protegga da ogni male! Buona Vita a tutti!

0 Comments

No comments!

There are no comments yet, but you can be first to comment this article.

Leave reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *