Riflessione al Vangelo di Domenica 18 Luglio 2021 a cura di Don Franco Galeone

18 luglio 2021 – XVI Domenica del TO/B

I PASTORI: SERVI NON PADRONI DEL GREGGE!

Prima lettura: Guai ai pastori che disperdono il mio gregge! (Ger 23,1). Seconda lettura: Gesù è la nostra pace (Ef 2,13). Terza lettura: Erano come pecore senza pastore (Mc 6,30).

  1. Nell’antico Israele, la metafora del pastore che guida il gregge era molto comune; il potere può essere esercitato come servizio e come dominio; a volte, i pastori d’Israele si sono rivelati infedeli alla loro missione. Il tema del gregge disperso è nella Prima lettura (“Radunerò io stesso il resto delle mie pecore”), come nel vangelo (“Gesù si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore”). Nel Nuovo Testamento, i pastori devono comportarsi come Gesù, che non è venuto per essere servito ma per servire: “Colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo”. È molto significativo che ogni sacerdote e vescovo venga prima ordinato diacono (cioè servitore): l’essere a servizio di tutti resta un elemento fondamentale di tutta la loro opera.

Prima lettura (Ger 23,1-6)

  • Alla fine del sec. VII a.C. il profeta Geremia pronuncia quest’oracolo; il periodo è molto critico. Geremia aveva riposto molte speranze nel giovane re Giosìa (648-609 a.C.), ma nella battaglia di Meghiddo, questo re saggio e pio muore in battaglia. Al suo posto succede il figlio Ioiakìm, un re imbelle e corrotto; si mette dalla parte dell’Egitto e contro l’impero babilonese che è all’apice della potenza. Gli succede Sedecìa ma la situazione non migliora, perché i suoi cattivi consiglieri lo spingono a riprendere la guerra contro Babilonia. Non ascoltò i consigli di Geremia, che gli proponeva la sottomissione a Nabucodonosor; si ribellò a Babilonia e Nabucodonosor attaccò Gerusalemme che dopo un assedio fu saccheggiata; Sedecia riuscì a fuggire, ma i nemici lo raggiunsero a Gerico e lo catturarono. Condotto davanti a Nabucodonosor, costui, secondo i feroci usi babilonesi, fece uccidere i figli di Sedecia sotto gli occhi di lui, quindi lo accecò e l’inviò incatenato a Babilonia, dove morì in prigione, e con lui si spense l’ultimo re della dinastia di David. È in questo contesto storico che va collocato l’oracolo. Dopo la sentenza di condanna (v.1), il profeta si rivolge al popolo scoraggiato e annuncia che in tempi futuri Dio susciterà nella famiglia di Davide un germoglio giusto, un re saggio e ne pronuncia anche il nome: si chiamerà Signore nostra giustizia וּנ ֵֽ קְ דִ צ ה ָ֥הוְי . I cristiani vedono la realizzazione della profezia in Gesù di Nazaret: è lui la nostra giustizia.

Il vangelo (Mc 6,30-34)

  • Alcune parole meritano una riflessione particolare:

in disparte (κατ’ἰδίαν/kat’idìan): è un termine tecnico dei Vangeli; tutte le volte che Gesù prende i discepoli in disparte non è per fare loro un favore o un privilegio, ma è per consegnare un insegnamento importante o per un rimprovero;

attorno a Gesù: il punto di riferimento è il Maestro; le scelte, le iniziative che non nascono dalla preghiera e dal discernimento comunitario rischiano di fallire; l’istituzione, a volte, si mette al posto di Gesù, dicendo “Venite a me” e non “Andate da Lui”, come se la chiesa fosse il luogo della salvezza, mentre invece è solo uno strumento, un’indicazione, una strada: “Lumen gentium, cum sit Christus”. Se non mettiamo al centro Gesù e il suo vangelo, tutte le nostre unità resteranno sempre fragili, le nostre comunioni si trasformeranno in scomuniche;

si commosse: Gesù, incontrando la folla, si commuove; l’evangelista Marco usa il verbo ἐσπλαγχνίσθη (esplaghnìste), il cui significato si comprende tenendo conto che questo verbo si costruisce a partire dal sostantivo σπλάγχνον (splàghnon), che al plurale indica gli organi interni, le viscere dell’uomo e dell’animale; Gesù non reagiva come reagisce chiunque di fronte a un mendicante o a uno straccione. Gesù sentiva crampi di dolore allo stomaco, non sopportava il dolore degli altri.

Pecore senza pastore

  • Quelle folle che raggiungevano Gesù nei posti più lontani, lasciando casa, famiglia, abitudini, avevano sacerdoti qualificati, rabbini istruiti, tante sinagoghe vicino casa, il magnifico tempio di Gerusalemme. Anch’esse erano tentate di adagiarsi su quelle venerande istituzioni: “Siamo figli di Abramo!” (Gv 8,39). Erano stanche di ascoltare rabbini che si limitavano a ripetere la vecchia verità, stanche dei sacerdoti che organizzavano cerimonie che non cambiavano nulla di nulla. Desideravano ritrovarsi tutti insieme, poveri, ignoranti, peccatori, soldati, prostitute, uniti nella grande gioia di uno stesso perdono e di una stessa famiglia. Gesù portava alle folle la liberazione dai formalismi, dai pregiudizi teologici, dalle tradizioni disumane. È inutile attendere che queste persone tornino a noi pentite della loro fuga, al loro antico ovile, dove li aspettano i rimproveri dei loro pastori: “Ve lo avevamo detto!”. Occorre invece raggiungerle là dove sono; non sono loro che devono venire verso la chiesa, ma la chiesa che deve andare verso di loro, in uno scambio fraterno, in cui la chiesa accetta di rinnovarsi per loro, mentre esse accettano di dialogare con la chiesa, perché questa finalmente mostra quel viso che esse cercavano da sempre: non solo quello di una “maestra” ma soprattutto quello di una “madre”.

Servire, non dominare!

  • Cristo rifiutò ogni potere, visse come servo e insegnò il primato del “servizio”. Non solo come atteggiamento interiore, ma come stile di vita. Egli non ha fatto il povero, ma lo è stato; non ha rinunciato al potere in un momento critico, ma ci ha rinunciato in partenza. Gesù ha rifiutato la potenza e ha scelto l’amore. In questo sta il suo fascino eterno! L’amore è antipotere, rifiuto di ridurre i soggetti a oggetti, di dominare le coscienze anziché di servirle. Dobbiamo stare attenti quando parliamo di Dio! Il Dio di Gesù si chiama amore, e si manifesta non attraverso la corona regale o il triregno, non attraverso gli scudi crociati o la potenza militare, ma attraverso l’abiezione, la rinuncia al potere. Il povero: ecco il simbolo di Dio sulla terra! Gesù ha onorato le coscienze, ha paura dell’entusiasmo dei sudditi. Egli non è un leader di folle; anche se parla con autorità, questa non gli viene dal fascino o dalla corona. Quando la folla lo vuole fare re, dopo la moltiplicazione dei pani, egli fugge tutto solo, sul monte (Gv 6,15). La volontà di potenza ha due manifestazioni pericolose:

il potere delle istituzioni: nelle istituzioni si concretizza la volontà di potenza. Per Gesù, chi vuole comandare deve servire, le coscienze anzitutto. E i falsi pastori non portano scritta la loro falsità sulla fronte, anzi, spesso sono i più ammirati; sono falsi pastori quelli che un giorno ci dicono che i nemici sono in occidente, un giorno in oriente; nel momento in cui dovrebbero tacere parlano e viceversa;

la folla: Gesù non indulge a nessuna demagogia; l’istinto di potenza non è solo in chi comanda, ma è anche delle masse. Cosa cercano gli oppressi? Prendere il posto dei loro oppressori. Ma non è questa la via della pace.

Il pastore è una guida che ama!

  • Il breve brano del vangelo, 5 versetti appena, presenta due quadri:

▪ il primo è segnato dal silenzio: i discepoli sono appena tornati dalla loro prima missione pubblica, e Gesù vuole offrire loro una pausa di pace; lasciare dietro la folla, i problemi, il lavoro … che impediscono loro persino di mangiare. Nel periodo estivo, molti abbandonano le città e vanno “in disparte, in un luogo solitario”. Ma occorre essere capaci di sopportare il silenzio; se il silenzio è vuoto, allora diventa pesante e insopportabile, e si rovescia subito nell’evasione, nel divertissement, nella sterile chiacchiera. Il silenzio di cui parla il vangelo è pieno di rivelazione, di riflessione, di sfumature;

▪ nel secondo quadro è di scena la folla, con i suoi problemi, le sue sofferenze, i suoi bisogni: La folla andava e veniva (Mc 6,31). Particolare interessante: con i vangeli viene alla ribalta un protagonista prima sconosciuto: il mondo degli umili. Bisogna aspettare Manzoni e Verga per ritrovare qualcosa di simile. Sì, anche in sede estetica i vangeli segnano una novità importante: gli umili, gli ultimi, i piccoli diventano i primi, prendono il posto dei potenti, sono i destinatari non solo del regno ma anche dell’espressione artistica! A questa folla, Gesù darà il pane, ma ora “insegna molte cose”, perché “non di solo pane vive l’uomo”. Una religione solo “sociale” scade nella politica, nella lotta di classe, nella rivendicazione salariale; ma anche una religione solo “celeste” scade nel vuoto ritualismo, nell’illusione e nell’alienazione.

In un luogo solitario …

  • Questa cultura rischia di farci morire di decibel: anche la liturgia qualche volta presenta i segni e i suoni del baraccone e della discoteca. Il recupero del silenzio è avvertito come un’esigenza indilazionabile. Tanto la vita come la fede saranno efficaci nella misura in cui silenzio e parola ritroveranno un equilibrio sapiente. A me torna in mente Francesco di Assisi, un uomo di pochissime parole: nella Regola raccomandava ai suoi frati di predicare con “brevi parole”. Poi fece a meno anche di quelle, e tenne la “predica del silenzio”, traversando tutta Assisi con gli occhi bassi, il cappuccio tirato sul capo, le braccia nelle maniche, a piedi scalzi. Senza dire una parola! Silenzio e solitudine non significano passività e isolamento. I Padri del deserto corsero spesso, come sant’Antonio abate, nel cuore dell’impero e delle città per difendere la fede e l’uomo; qualche imperatore fece, con semplicità, il percorso inverso, chiedendo lumi ai Padri del deserto, teologi del silenzio. Ha scritto G. Tersteegen che “dal silenzio sono riconosciuti quelli che portano Dio”. Chi vuole perciò essere “spirituale et huomo d’oratione”, deve inoltrarsi nel puro silenzio di Dio.

Mi voglio bene, perciò faccio silenzio!

  • La più grande gioia dell’uomo è l’indolenza mentale. È felice se può dimenticarsi e abbrutirsi a forza di lavorare. La donna è in genere più attenta ai valori personali, vuole che quanto fa le somigli; l’uomo invece accetta di somigliare a quanto fa. È bello pensare solo a quello che si fa (cioè, a quello che si guadagna!). Questo non accade solo agli operai della catena di montaggio. Un avvocato, un medico, un professore… si identificano volentieri con la loro funzione, e un linguaggio fortemente tecnico, esprime bene questa identificazione. È doloroso poi accorgersi di essere uno sposo mediocre, un padre mediocre, un uomo mediocre. Sente di non avere la verità profonda, e che la deve invocare in una preghiera spoglia di ogni orgoglio. Semplicemente, davanti a Dio, il nostro vuoto si riempie, il nostro essere insignificante si illumina di senso, la nostra solitudine si popola. L’estate potrebbe essere un tempo favorevole per il silenzio, non attraverso le false solitudini di luoghi incontaminati e selvaggi, reclamizzati dalle agenzie turistiche, ma attraverso una rimpatriata nel proprio interiore: “Noli foras ire! In te ipsum redi! In interiore homine habitat veritas!” (S.Agostino). La solitudine, dunque, non come semplice assenza, ma come presenza forte di Dio.

Parabole di Gesù per l’uomo di oggi. Una volta un cardellino fu ferito a un’ala da un cacciatore. Per qualche tempo riuscì a sopravvivere con quello che trovava per terra. Poi arrivò l’inverno. Un freddo mattino, cercando qualcosa da mettere nel becco, il cardellino si posò su uno spaventapasseri. Era molto distinto: aveva il corpo di paglia infagottato in un vecchio abito da cerimonia; la testa era una grossa zucca arancione; i denti erano fatti con granelli di mais; per naso aveva una carota e due noci per occhi. «Che ti capita, cardellino?», chiese lo spaventapasseri. «Va male! — sospirò il cardellino —. Il freddo mi sta uccidendo. Per non parlare del cibo». «Non aver paura. Rifugiati qui sotto la giacca». Così il cardellino trovò una casa nel cuore di paglia dello spaventapasseri. Restava il problema del cibo. Un giorno lo spaventapasseri disse al cardellino: «Mangia i miei denti: sono ottimi granelli di mais». «Ma tu resterai senza bocca». «Sembrerò molto più saggio». Lo spaventapasseri rimase senza bocca, ma era contento che il suo piccolo amico vivesse. Dopo qualche giorno fu la volta del naso di carota. «Mangialo. È ricco di vitamine», diceva lo spaventapasseri al cardellino. Toccò poi alle noci che servivano da occhi. «Mi basteranno i tuoi racconti», diceva lui. Infine lo spaventapasseri offrì al cardellino anche la zucca che gli faceva da testa. Quando arrivò la primavera, lo spaventapasseri non c’era più. Ma il cardellino era vivo e spiccò il volo nel cielo azzurro. Morale: Non c’è amore più grande di questo: dare la vita per gli altri! (dai racconti di Bruno Ferrero).

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Per contatti: francescogaleone@libero.it

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