Riflessione sul Vangelo di domenica 27 Dicembre a cura di Don Franco Galeone

27 Dicembre 2020/Festa della Santa Famiglia (B)

IL BAMBINO CRESCEVA, PIENO DI SAPIENZA

Prima lettura: Uno nato da te sarà tuo erede (Gn 15,1). Seconda lettura: La fede di

Abramo, Sara, Giacobbe (Eb 11,8). Terza lettura: Il bambino cresceva, pieno di

sapienza (Lc 2,22).

1) La chiesa si interroga circa i mutamenti avvenuti nella famiglia: da un

lato, tanti segnali positivi manifestano la presenza di Dio (la libertà e responsabilità della procreazione e dell’educazione, legittime aspirazioni della donna, apertura alla grande famiglia umana, attenzione alle relazioni autentiche …); dall’altro, tanti segnali negativi suscitano perplessità (degradazione della sessualità, visione materialistica ed edonistica della vita, debolezza e permissivismo dei genitori, indebolimento dei vincoli, poca comunicazione generazionale). La famiglia è e resta la prima cellula della società e della chiesa; Dio l’ha creata a sua immagine (Gn 1,26), e le ha affidato il compito di dilatarsi fino a formare la grande famiglia umana; questo disegno di Dio si realizza quando uomo e donna si uniscono nell’amore e a servizio

della vita.

Rifondare la società a partire dalla famiglia

2) Gesù, diventando uomo, ha vissuto in tutto e per tutto la nostra condizione. È vissuto nella famiglia, obbediente ai suoi genitori; è vissuto sotto la Legge, che è stata fedelmente osservata da lui e dai suoi genitori; ha praticato la religione del Tempio e ha frequentato la sinagoga. Questa sua “obbedienza” è un insegnamento per noi. Ma lo scopo della redenzione non era la sacralizzazione della Famiglia, della Legge, del Tempio, ma il superamento di tutte le istituzioni umane, in vista di una salvezza universale. Gesù ha vissuto questo conflitto e Maria ne ha avuto il cuore trafitto. Da una parte lei era la madre, e Gesù aveva per lei l’obbedienza raccomandata dalla Scrittura; d’altra parte, il Figlio non le apparteneva del tutto, e presto Maria se lo vide fuggire verso il suo destino; lo incontrerà solo dove una madre non vorrebbe mai incontrare il figlio! Gesù fu obbediente ma anche disobbediente; accettò la Legge ma la completò; andò al Tempio ma ne annunciò la fine; è vissuto nella concretezza quotidiana e insieme nella tensione universale.

3) Anche noi viviamo nella stessa contraddizione: niente è assoluto, perché di assoluto c’è solo la morale di formare una “sola famiglia”; per questo siamo chiesa: nel senso che camminiamo e prefiguriamo in qualche modo questa unità del genere umano in comunione con Dio. E dobbiamo avere pietà reciproca, perché la verità non sta mai nella tesi o nell’antitesi, ma nella totalità della sintesi, che però a noi sfugge. Ci sono, per esempio, all’interno della chiesa, persone per le quali l’istituzione è qualcosa di sacro, che va sempre

rispettata, obbedita, creduta; altri, invece, sottolineano tanto le esigenze dell’universalità, della liberazione, della fraternità, fino a diventare molto critici verso la chiesa ed ogni istituzione. Anche la famiglia si trova tra due spinte che sembrano inconciliabili, perciò è chiamata a rivedere i propri tradizionali rapporti. Oggi l’autorità non può che diventare servizio; la famiglia non può che essere una comunità di amore; i genitori non possono pensare ai figli come a cosa propria, da avviare verso carriere stabilite dai genitori; i figli non appartengono del tutto ai genitori: “I vostri figli non sono vostri. Essi vengono attraverso di voi, ma non da voi. Vivono con voi, e tuttavia non vi appartengono. Potete dare loro il vostro amore, ma non i vostri pensieri. Potete custodire i loro corpi ma non i loro sogni, perché questi abitano la casa del futuro. Potrete

cercare di essere simili a loro, ma non potrete farli simili a voi” (Gibran, Il profeta).

Solo i semplici riconoscono Dio

4) Questo breve racconto contiene molte verità, che possiamo così riassumere:

Per adempiere la Legge

Luca per ben cinque volte scrive che tutto viene fatto “per adempiere la Legge”; Maria e Giuseppe osservano la Legge, ma già viene annunciato il suo perfezionamento provocato da Gesù, “segno di contraddizione”: continuità e rottura, obbedienza e disobbedienza, osservanza e superamento; Gesù

affermerà di non essere venuto ad abolire la Legge, ma a perfezionarla, però solo chi è veramente obbediente potrà un giorno criticare e, se occorre, disobbedire.

Simeone, un uomo giusto … Anna, una profetessa

Singolari si presentano i due personaggi Simeone e Anna, due anziani, che vengono così a formare una cerniera tra l’Antico e il Nuovo Testamento. La Legge spinge Maria e Gesù a salire nel Tempio; lo Spirito muove Simeone e Anna ad entrarvi; nell’incontro con Gesù già si intravede l’orizzonte universale della missione di Gesù: Simeone “vede la salvezza” ma questa va oltre i confini di Israele; i suoi occhi hanno visto la luce, ma questa è destinata a illuminare tutte le genti. Dal punto di vista anagrafico Simeone è molto

anziano e Anna ha la bella età di 84 anni! Eppure si sono conservati giovani, perché hanno coltivato l’attesa e la speranza nei loro tanti anni: quando uno non aspetta più nulla, in quel preciso momento inizia a morire. Sì, di mancanza di speranza si può morire! Essi, più che accumulare esperienze e delusioni, hanno accumulato speranza e attesa; non si sono lasciati andare all’abitudine: le solite preghiere, le solite persone, e neppure il Tempio con le sue liturgie è riuscito a spegnere la luce, il presentimento, la gioia. Sì, non due vecchi, ma una fanciulla di nome Anna e un ragazzo di nome Simeone hanno preso in braccio Gesù.

Fecero ritorno a Nazaret

Dopo la festa della nascita, la serietà della vita! Iniziano gli “anni oscuri” della vita a Nazaret (R. Aron). Il Natale continua nel mistero di Nazaret, che ci entusiasma e ci turba insieme: Dio nascosto nel silenzioso quotidiano, uomo “tra” e “come” gli uomini, assorbito nel lavoro comune a ogni mortale. Questo tempo dopo Natale è un invito a decifrare la realtà dura e dolente di tanti insuccessi e malintesi. Quegli “anni oscuri” di Nazaret ci insegnano che la nostra esperienza quotidiana può acquistare un altro contenuto, non è più un susseguirsi di cose e persone, un ripetersi di situazioni quasi mai gratificanti, ma è una grandezza celata sotto espressioni sbiadite e persino meschine. Cristo, che vive oscuro in un oscuro paese e con un oscuro lavoro, ci svela una realtà luminosa: il nostro vivere e lottare, il successo o fallimento diventano prezioso materiale di costruzione; l’ordinario diventa straordinario, la povertà ricchezza, l’umiltà grandezza, nulla più nell’uomo è banale. Non sono le grandi cose che rendono grande l’uomo, ma l’animo grande; il nostro silenzioso e onesto lavoro, il nostro coraggio fedele e discreto, la nostra bontà aperta e sorridente … sono mezzi poveri ma sicuri per godere ogni giorno di quella misura di gioia che Dio assicura ai suoi amici.

Necessità di riscoprire le nostre radici ebraiche

Il fatto che Gesù e i suoi genitori osservino le leggi e le tradizioni della religione ebraica suggerisce un’altra verità, che a fatica riesce a farsi strada: la necessità di riscoprire le nostre radici ebraiche. È utile ricordare che Gesù non era un cristiano, ma un ebreo. Non andava a messa la domenica, ma in sinagoga il sabato. Non parlava greco e latino, ma ebraico ed aramaico. Aveva una madre ebrea, Miriam, scura nella carnagione e nei capelli. Nessuno lo chiamava Monsignore o Eminenza ma Rabbì. Non leggeva il Nuovo

Testamento ma la Bibbia, e pensava che questa fosse la Sacra Scrittura. Non recitava il rosario ma i salmi, come nel momento della tentazione e della morte. Non celebrava Natale e Pasqua, ma Shavuòt e Pèsach. Non una Comunione ma un Sèder. E rabbi Jeshùa non era un mediocre ma un osservante: portava gli tzitziòt ( ציציות ) o frange rituali al mantello. Qualunque cosa possano aver detto Lutero o Paolo stesso, rabbì Jeshua non è venuto a dispensare dalla Legge (Toràh) ma a realizzarla. Non si tratta di negare l’originalità, la specificità del Cristianesimo nei confronti dell’Ebraismo. Ma per affermare la grandezza del Cristianesimo non occorre squalificare l’Ebraismo. Diversi Padri della chiesa hanno scritto il Tractatus adversus judaeos. È giunto il tempo di scrivere, se non il Tractatus pro judaeis, almeno il Tractatus de judaeis. Abbiamo pregato per 2000 anni pro perfidis judaeis; è giunto il tempo di iniziare a pregare pro judaeis et cum judaeis. BUONA

VITA!

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