ROMA – 100 PITTORI IN MOSTRA PER CINQUE GIORNI –

di Paolo Pozzuoli 

100 – recita la locandina – gli artisti partecipanti, ma 100, si sa, è soltanto un numero simbolico. Sono, infatti, sempre davvero tanti gli artisti partecipanti,  forse nessuno si è mai preocupato di “contare” gli espositori. Dei quali, ognuno ha una storia, uno stile, un cursus honorum. C’è chi ha frequentato gli istituti d’arte, chi è andato a bottega, chi ha avuto un caposcuola, chi, in particolare, si è ispirato ad un maestro e chi ha pensato bene di mettersi in gioco e scendere in campo da autoditatta. La pittura ha molto in comune con la poesia. Anzi, sembrano quasi gemelle. Sia l’una che l’altra sono l’espressione di uno stato d’animo, la proiezione esterna di una sensazione appena percepita e/o maturata e poi buttata giù su tela o foglio di carta. Non fa differenza. A volte l’artista e/o il poeta non si preoccupa di dare un titolo alla composizione, a quanto realizzato, per consentire, dare ampia facoltà all’osservatore, al lettore di potersi sbizzarrire e trarne così ogni commento, critica, osservazione, derivante da un’intima e immediata percezione. Anche qui – e questo è il bello sia dell’arte che della poesia – i confronti sono sempre altamente positivi, propositivi, espressivi. I cinque giorni riservati alla mostra sono, in verità davvero  pochi(ni) anche per una ‘conoscenza appena discreta’. Non dico ci vorrebbero 100 giorni, ma almeno 10 per penetrare nell’essenza dell’arte e dei lavori di ciascun artista. La mancanza poi  di una brochure di presentazione degli artisti partecipanti e/o di una qualsiasi nota che ne illustri compiutamente curriculum ed opere rende ancora più arduo l’approccio. Un modesto e riguardoso appello alla sensibilità del presidente dell’associazione “100 pittori” di via Margutta, arch. Luigi Salvatori,  perché, a partire dalla prossima edizione della mostra d’arte possano essere disponibili, brevi ma significative note sugli artisti espositori. Tutte belle, particolarmente attraenti e significative le opere esposte. Di  particolare fascino certi paesaggi bucolici e marini, i colori policromi e di gusto in talune opere geometriche, dei nudi di donna veri e propri autoritratti, colori particolarmente delicati che sembrano accarezzare i soggetti su cui si posano (fiori, paesaggi, natura morta, paesaggi marini e fluviali ). ‘En passant’, notati – chiedo venia per eventuali omissioni – i lavori di Liza Atzori, Marco Bonifazi, Angelo Bottaro, Claudia Cecconi, Mario Cecconi, Cinzia Di Pietro, Antonio Gandossi, Marco Ghisoni, Silvia Landini, Malisa Longo, Enrico Manera, Walter Maritati, Bernardo Milite, Paola Minissale, Alexia Molino, Claudia Nardi, Vittorio Paradisi, Stefania Pinci, Roberto Pinetta, Anna Proietti, Antonio Ricci, Gabriella Rossi, Sergio Saviantoni, Angela Scatolini, Claudio Spada, Pino Tersigni, Alessandro Trani, Sergio Uberti, Paul Van den Nieuwenhof , Domenico Zaccaria, Franco Zingaretti.

Una menzione a parte è stata riservata per Elisa Camilli, Olga Silivanchyk, Elvira Calabrese (lamora, la bionda, l’artista di lungo corso), vicine di postazione nel corso della ‘visita’. Simpatiche e spigliate di spiccata intelligenza ‘sprizzano colori’ da tutti i pori.

Stupisce e incanta quella tela su cui è stato impresso un nudo di una giovane donna: più vivo, palpabile, realistico di un ritratto, certamente un autoritratto nel quale si ravvisa, si coglie tutta l’essenza dell’artista in carriera qual è Elisa Camilli. Che avrà l’estro di realizzare opere ancora più belle ed interessanti di quelle esposte da tutti ammirate, di per sé assolutamente straordinarie, intriganti, che suscitano emozioni profonde da approfondire.

Natia della Bielorussia, Olga Silivanchyk ha studiato nella capitale Minsk, presso il ‘College Statale delle Belle Arti’.  Trasferitasi da tempo in Italia, è diventata cittadina romana. E qui è diventata, come dire, l’artista della quotidianità. Nei suoi dipinti, quadretti del vivere giornaliero, sono impressi frammenti di scene di vita vissuta, sia stando al centro dell’attenzione o piuttosto in disparte per poter gustare meglio e con maggiore intensità quei momenti tanto desiderati. “Per me realizzare un quadro” – ha confidato Olga – “significa raccontare me stessa ed i colori rappresentano, non sono altro che tutte le parole che vorrei dire ma non so come”.  “In tutti i miei dipinti” –ha continuato l’artista – “è riportato anche tutto il brutto di questi tempi che stiamo vivendo; noto con tanto dolore che i ragazzi di oggi non vivono più quei momenti di vera spensieratezza come una volta, legati alla fanciullezza e all’adolescenza, come, in effetti, li ho vissuti io; ormai tutti, fin dalla più tenera età sono tecnologici, figli di una tecnologia sempre in movimento che momento dopo momento supera e fa superare quello di un attimo prima, ormai obsoleto”. È comprensibile cogliere in Olga, così giovane, un velo di tristezza che non riesce ovvero è difficile da rimuovere. La sua vita è precipitata, venuta giù dopo le tante traversie attraversate  dalla sua patria e le consequenziali sofferenze patite dal suo popolo. E c’è poi la distanza dai suoi cari. Una distanza che, malgrado tutto, la fa sentire molto vicino ai suoi genitori ed alla sorella maggiore. E non è affatto strano che faccia ragionamenti da grande.  “Un dono la mia arte” – ha concluso Olga – “che mi consente di esprimermi attraverso quei colori, entrati nella mia vita,  ormai imprescindibili; noi artisti abbiamo l’oro sotto i piedi e dobbiamo essere pronti a cogliere i momenti di ispirazione che sono semplici, senza alcuna complicazione”. Particolarmente colpito per i dettagli ed i colori riportati nelle due tele, rappresentanti l’una un pranzo nel vicolo e l’altra due ragazzi seduti l’uno di fronte all’altra, un tavolino piuttosto sgangherato in mezzo, fuori quella che fu un’osteria; i due ragazzi, non avendo e non potendo chiedere niente a nessuno, sono colti soltanto dall’amore; improvvisa scocca la scintilla degli innamorati, si allungano fino a baciarsi. “Mi trovavo a Trastevere” – riferisce l’affascinante pittrice – “e quel giorno c’era una luce meravigliosa; il tutto è stato colto dal mio intimo di artista e trasferito, proiettato su tela”. Autentiche scene di vita quotidiana!

Romana doc, Elvira Calabrese, nata con l’inclinazione per l’arte, vive fra le belle tele e le delicate ceramiche che ben presto ha cominciato a creare, dipingere, usando pennelli vari per mescolare i colori trattati. Tele e ceramiche sono trattate, plasmate e colorate con assolute oculatezza, fantasia, professionalità, senza trascurare di mettere in risalto ogni minimo particolare, evidenziando con straordinaria saggezza e indubbio savoir faire anche la più piccola sfumatura.

 

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