Rosso che non lo era – Sul Coronavirus, dal Post

Il 17 gennaio scorso, la Lombardia era stata classificata come area rossa, applicando di conseguenza le misure più drastiche per il contenimento dei nuovi contagi, come la chiusura dei negozi e norme più stringenti sugli spostamenti. Dopo alcuni confronti tra i tecnici dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) e la Regione Lombardia, venerdì 22 gennaio il ministero della Salute aveva comunicato che i dati lombardi non erano corretti, e che quindi la classificazione era da rivedere riportando la Lombardia in area arancione.

Insomma, come avrete ampiamente letto e sentito in questi giorni, per una settimana la Lombardia è stata in area rossa per errore, con grandi conseguenze economiche soprattutto per i negozianti.

L’errore non è naturalmente passato inosservato e ha portato a grandi polemiche tra la Regione e il ministero della Salute, con accuse e contraccuse sulle responsabilità nella vicenda. Nel mezzo, milioni di persone che vivono in una delle aree più colpite dalla pandemia al mondo, e alle quali sono stati e continuano a essere chiesti non pochi sacrifici.

All’inizio, il presidente della Regione, Attilio Fontana (Lega), aveva accusato il ministero e l’ISS, salvo poi sostenere che “probabilmente non è colpa di nessuno”. Il ministero della Salute, invece, ha sempre sostenuto che l’errore fosse della Lombardia, accusata di avere trasmesso dati errati, poi rettificati con il conseguente inserimento nell’area arancione invece che in quella rossa. 

Alla base del problema ci sono i dati utilizzati per calcolare Rt, l’indice che stima quanto viene trasmesso il coronavirus: prende in considerazione solo gli individui che hanno sintomi. Per calcolarlo serve quindi sapere quanti individui hanno sintomi e in che data hanno iniziato a manifestarli, ma per diverso tempo la Lombardia non ha indicato le condizioni cliniche di molti dei contagiati che segnalava periodicamente all’ISS. 

Per questo motivo la Regione aveva ricevuto diversi richiami ed era quindi intervenuta per sistemare le lacune. Facendolo, però, ha sovrastimato per un po’ di tempo Rt, al punto da rendere la Lombardia una regione da area rossa. Quando la correzione è stata sistemata, l’Rt si è abbassato repentinamente e la Lombardia è tornata in area arancione.

Questa è la spiegazione semplice, ma abbiamo approfondito e fatto una ricostruzione più accurata e tecnica che trovate qui.

Dalle informazioni che abbiamo potuto raccogliere la sostanza è che comunque una correzione retroattiva, e poco accurata, dei dati da parte della Lombardia per colmare le lacune segnalate dall’ISS ha fatto sì che si sballassero i calcoli dell’indice Rt. La responsabilità sembra quindi in primo luogo della Regione Lombardia, che paradossalmente aveva anche fatto ricorso al TAR contestando la collocazione in area rossa, conseguenza del modo in cui aveva comunicato i dati e fatto gli aggiustamenti.

Mentre in Sardegna
Negli ultimi giorni anche in Sardegna ci sono state polemiche sui dati che hanno portato la regione in zona arancione dopo una settimana in zona gialla. La vicenda è meno controversa rispetto a quella lombarda: gli aggiornamenti trasmessi all’ISS confermano la scelta del ministero della Salute, ma i dati dicono anche che bastava poco per evitare la zona arancione, e per questo la regione vuole presentare un ricorso al TAR. Chiede siano valutati dati più aggiornati, soprattutto quelli relativi al tasso di saturazione delle terapie intensive, per tornare in zona gialla fin dalla prossima settimana. L’ordinanza del ministero che ha portato la Sardegna in zona arancione, infatti, è valida attualmente fino al 7 febbraio.

🟠 Visto che ne stiamo parlando: un rapido ripasso su cosa si può fare nell’area arancione 🟠
 

A rilento
Il viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri, ha detto che i problemi nella consegna dei vaccini di Pfizer-BioNTech dovrebbero comportare un ritardo ci circa quattro settimane nell’inizio della campagna vaccinale per chi ha più di 80 anni, e di 6-8 settimane per il resto della popolazione. Lo ha spiegato domenica nel corso di una trasmissione televisiva, raccogliendo qualche critica per avere scelto di annunciare una notizia di questo tipo senza ricorrere ai canali ufficiali di comunicazione delle istituzioni.

I ritardi non dovrebbero comunque influire sul completamento della vaccinazione con la seconda dose, nei termini previsti, per il personale sanitario e gli ospiti delle case di cura nelle loro varie forme. 

Il problema non è dovuto solamente alla minore distribuzione di dosi da parte di Pfizer-BioNTech nell’ultima settimana, ma anche ai problemi che sta incontrando AstraZeneca con il proprio vaccino: tra ritardi ed errori consegnerà in Italia solo 3,4 milioni di dosi nel primo trimestre di quest’anno, mentre il piano vaccinale era stato organizzato prevedendone oltre 16 milioni. Il vaccino dovrebbe essere autorizzato nell’Unione Europea entro pochi giorni.

Problema europeo
Il problema delle minori forniture da parte di AstraZeneca riguarda tutta l’Europa. L’azienda ha annunciato che nel primo trimestre di quest’anno consegnerà il 60 per cento di dosi in meno rispetto a quanto annunciato in precedenza: da 80 a 31 milioni per tutta l’Unione. La Commissione Europea non l’ha presa per niente bene e ha più volte chiesto ad AstraZeneca di motivare più chiaramente la scelta, così lontana da quanto pattuito nell’estate scorsa quando era stato stretto un accordo da ben 400 milioni di dosi.

Il sospetto è che AstraZeneca abbia stretto accordi più vantaggiosi con altri paesi e che abbia quindi privilegiato le consegne nei loro confronti, dicono alcuni funzionari della Commissione (il vaccino è per ora autorizzato nel Regno Unito e in Ungheria). AstraZeneca sostiene intanto di essere al lavoro per “fare il possibile”, ma non ha fornito molte prove a sostegno della necessità di ridurre le consegne. 

La Commissione sta intanto valutando di attivare un sistema che obblighi i produttori di vaccini nell’Unione Europea (un sito produttivo di AstraZeneca è in Belgio) a ottenere autorizzazioni preventive per esportare nei paesi extracomunitari, salvo che per motivi umanitari. Un meccanismo simile era stato adottato la scorsa primavera, quando c’era una grande scarsità di sistemi di protezione individuale come le mascherine.

Varianti
Moderna dice che il suo vaccino sembra essere efficace contro le varianti inglese e sudafricana del coronavirus.

Container
L’alta domanda di merci prodotte in Cina sta avendo effetti sull’intero settore delle spedizioni internazionali, in grande difficoltà a causa della pandemia. Una delle conseguenze più problematiche riguarda la carenza di container, che servono per spedire qualsiasi cosa soprattutto via nave. I container sono utilizzati per spostare il 60 per cento delle merci globali e secondo le statistiche commerciali dell’ONU ce ne sono almeno 180 milioni in circolazione.

Dopo le difficoltà di inizio 2020, in Cina c’è stata una notevole crescita delle esportazioni, che a novembre sono aumentate del 21 per cento rispetto all’anno precedente grazie alla produzione di elettrodomestici, giocattoli e – merce molto richiesta – i dispositivi di protezione individuale come mascherine e guanti. Ma al flusso di container che escono dalla Cina non corrisponde un identico flusso di container in entrata. C’entrano ovviamente gli effetti della pandemia, anche se un’altra delle cause è proprio la crescita della produzione cinese: più si esporta e meno ci sono container a disposizione per esportare, la domanda si alza e i prezzi delle spedizioni crescono, così come quelli della merce. Non è un problema da poco.
Impiegati del governo in tuta protettiva nel quartiere di Jordan, che si trova nella penisola di Kowloon. A causa del diffondersi del contagio di coronavirus nel quartiere, densamente popolato, le autorità hanno imposto ai suoi circa 9.000 abitanti di non uscire di casa e di sottoporsi al test del coronavirus. I test iniziano sabato e saranno conclusi nel giro di 48 ore. (AP Photo/Kin Cheung)

Dal mondo
🇳🇱 Nei Paesi Bassi si continua a protestare contro il coprifuoco: ieri ci sono stati scontri tra manifestanti e polizia per la terza sera di fila e sono state arrestate più di 150 persone.
🇦🇺 L’Australia ha sospeso la possibilità per chi arriva dalla Nuova Zelanda di non fare la quarantena.
🇯🇵 Cosa si dice delle Olimpiadi estive di Tokyo: le voci su un rinvio sono state smentite, ma si inizia a discutere di quanto siano fattibili tra soli sei mesi.

Crociere
Il 9 maggio del 2020, Jozsef Szaller fu trovato morto nella propria cabina a bordo della nave da crociera Carnival Breeze, due giorni dopo essere stato visto vivo l’ultima volta dai colleghi. La sua storia ha tratti in comune con quelle di altri membri dell’equipaggio di navi da crociera – altri tre almeno, probabilmente cinque – morti per suicidio mentre si trovavano isolati in mare nei mesi più difficili della pandemia da coronavirus, tra aprile e giugno 2020.

Bloomberg ha raccontato in un lungo articolo le condizioni di quei lavoratori, i rallentamenti e le difficoltà nei loro rimpatri dopo quelli – prioritari – di tutti i passeggeri, i continui cambi di programma condizionati dai numerosi e ciclici divieti di attracco, la sospensione del pagamento di molti stipendi, le rigide regole stabilite a bordo per limitare i contatti e ridurre i rischi di contagio, e le implicazioni di tutto questo sulla salute mentale dei membri dell’equipaggio delle navi: «Una pandemia nella pandemia».
Dal mondo
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Bloomberg ha raccontato in un lungo articolo le condizioni di quei lavoratori, i rallentamenti e le difficoltà nei loro rimpatri dopo quelli – prioritari – di tutti i passeggeri, i continui cambi di programma condizionati dai numerosi e ciclici divieti di attracco, la sospensione del pagamento di molti stipendi, le rigide regole stabilite a bordo per limitare i contatti e ridurre i rischi di contagio, e le implicazioni di tutto questo sulla salute mentale dei membri dell’equipaggio delle navi: «Una pandemia nella pandemia».

Futuro
Sulla rivista scientifica Science, un gruppo di ricerca statunitense ha pubblicato uno studio nel quale ipotizza che l’attuale coronavirus (SARS-CoV-2) possa diventare nel tempo comparabile alla maggior parte degli altri coronavirus già in circolazione, e che sono tra le cause del raffreddore comune. Dalle loro analisi sono emersi elementi per ritenere che diventi endemico, cioè in costante circolazione tra la popolazione, ma con una bassa incidenza e diventando solo sporadicamente la causa di sintomi gravi.

Lo studio segnala che a seconda della velocità di diffusione e della durata dell’immunità, potrebbero volerci “da pochi anni ad alcuni decenni” perché il virus diventi endemico. I tempi potrebbero cambiare sensibilmente grazie alle campagne vaccinali di massa, portando il periodo a meno di un anno. Questo scenario sarebbe auspicabile non solo per il sensibile accorciamento della pandemia, ma soprattutto per la possibilità di ridurre la quantità di malati di COVID-19, e di conseguenza i morti e i carichi di lavoro insostenibili per gli ospedali. Sarà questo il futuro del coronavirus?

Noi confidiamo di esserci nel vostro futuro immediato: venerdì prossimo, come sempre. Ciao!

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