Stagione 2019/2020 del Teatro Tram

AL VIA LA STAGIONE DEL TEATRO TRAM

QUINDICI APPUNTAMENTI DA OTTOBRE A MAGGIO

In cartellone 2 Premi Ubu, 7 prime nazionali

E lo spettacolo in realtà virtuale di Elio Germano

 

I numeri della stagione 2019/2020 del Teatro Tram di via Port’Alba parlano chiaro: 15 spettacoli in cartellone, 2 premi Ubu, 7 prime nazionali, 11 prime regionali, 1 spettacolo in realtà virtuale. Tante le novità, tra cui un nuovo orario per lo spettacolo del sabato (ore 19) e tre diverse formule di abbonamento.

 

Il Teatro TRAM conferma la sua vocazione all’innovazione ospitando uno dei primissimi esperimenti di teatro in realtà virtuale firmato da un grande attore, Elio Germano, che presenterà il suo controverso e provocatorio “Segnale d’allarme”. Altri nomi importanti del teatro italiano sono Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari che porteranno in scena “In fondo agli occhi”. Berardi è reduce dalla premiazione come migliore attore italiano al prestigioso “Premio Ubu”, lo stesso premio che, nella categoria miglior spettacolo, è stato vinto dai toscani Sotterraneo che porteranno al TRAM il loro nuovo progetto “Shakespearology”. L’apertura della Stagione sarà affidata alla Compagnia Di Martino/Cerino con “Il Maestro più alto del mondo”, presentato con grande successo all’ultimo Napoli Teatro Festival. Nel cartellone si rinnoverà l’appuntamento con un ospite fisso del TRAM, Giovanni Meola, che quest’anno lavorerà su Amleto. Un altro nome noto al pubblico è Gianmarco Cesario che proseguirà il suo progetto “PopOpera” con Don Giovanni, una versione pop dell’opera di Mozart e Molière. Tra teatro e musica si muoverà anche il nuovo spettacolo di Carmen Pommella: “Venere Tascabile”, dedicato a Laura Betti e Pasolini. Il grande intellettuale sarà rievocato anche dal giovane regista romano Enrico Maria Carraro Moda che presenterà una versione del film di Pasolini “Accattone”. L’attore e regista Antonello Cossia presenterà il suo atteso progetto sul pittore Modigliani, mentre lo scrittore Antonio Mocciola farà debuttare “L’isola degli invertiti” che racconta la persecuzione degli omosessuali durante il fascismo. Nella programmazione del TRAM ci sarà spazio anche per la commedia con “Mamma, mà” di Massimo Andrei, interpretato da Daniela Ioia. Spazio all’attualità con la prestigiosa compagnia siciliana Sutta Scupa che presenterà “Miracolo”, una surreale storia sui migranti. Attualissimo sarà anche il tema affrontato dallo spettacolo “Ad Occhi chiusi” di Luca Pizzurro, ovvero la pedofilia, così come “Lumache” di Pietro Iuliano, che proporrà una riflessione sul lavoro dello scrittore. Infine, il romanziere Cormac McCarthy sarà di ispirazione per “Deep Blue” di Alberto Mele.

 

“Tra gli obiettivi del TRAM c’è sempre stato il coinvolgimento attivo del pubblico – racconta il direttore artistico Mirko Di Martino -: quest’anno, nel corso della programmazione, gli spettatori potranno partecipare ad un gruppo di lavoro che, in maniera autonoma, sceglierà uno degli spettacoli da ospitare nella prossima stagione teatrale. Infine, il TRAM avvierà la formazione di una compagnia Under 30: i giovani attori e attrici selezionati entreranno a far parte di un gruppo di lavoro che produrrà spettacoli originali e innovativi, impegnandosi in un ampio percorso di studio e di formazione”.

 

Ufficio stampa: Chiara Di Martino (338-4794358)

 

Biglietti

 

 

intero € 12,00

 

ridotto € 10,00 (under 26 e on line)

 

 

Abbonamenti

 

 

Extra Large: 15 spettacoli € 125,00

 

Small: 4 spettacoli € 36,00

 

Small Plus: 4 spettacoli € 44,00

 

Regular: 8 spettacoli € 64,00

 

Regular Plus: 8 spettacoli € 74,00

 

 

 

Orari spettacoli:

 

Giovedì e Venerdì Sabato ore 21.00

 

Sabato ore 19.00

 

Domenica ore 18.00

 

 

Info e prenotazioni

 

cell. 342 1785 930

 

tel. 081 1875 2126

 

email tram.biglietteria@gmail.com

 

 

 

STAGIONE 2019/20

 

direttore artistico

Mirko Di Martino

 

www.teatrotram.it

 

 

 

 

24 OTT > 3 NOVEMBRE

 

IL MAESTRO PIU’ ALTO DEL MONDO

con Orazio Cerino

testo e regia di Mirko Di Martino

produzione Teatro TRAM Napoli e Compagnia Teatro dell’Osso

 

Franco Mastrogiovanni è un insegnante elementare di 58 anni. Secondo i suoi piccoli alunni, è l’insegnante più alto del mondo: i suoi centonovantatre centimetri lo fanno sembrare un gigante ai loro occhi. Ma Franco Mastrogiovanni è anche un anarchico: uno che negli anni Settanta – si dice – se ne andava in giro a Salerno a picchiare i fascisti, uno che è anche finito in galera per quelle brutte storie. Ma Franco Mastrogiovanni è soprattutto un matto, uno pericoloso, uno che è già stato ricoverato in manicomio. Eppure, per tutti quelli che lo conoscono, Franco Mastrogiovanni è un uomo tranquillo e affettuoso. Il 4 agosto 2009, Mastrogiovanni muore nel reparto psichiatrico dell’ospedale di Vallo della Lucania: 87 ore prima era stato ricoverato a seguito di un Trattamento Sanitario Obbligatorio, 87 ore dopo è morto con le mani e i piedi legati al letto. Lo hanno ricoverato perché ha guidato la sua auto oltre i limiti di velocità, perché non ha voluto fermarsi all’alt dei vigili, perché se ne è scappato in mezzo al mare e non ha voluto più uscirne. Lo hanno ricoverato perché, quando finalmente ha deciso di tornare a riva, si è messo a cantare “Addio Lugano bella”. Il sindaco firma l’autorizzazione al ricovero, i vigili urbani lo portano all’ospedale, gli infermieri lo addormentano. Passano le ore: Mastrogiovanni si sveglia e si ritrova nudo e legato al letto. Passano le ore: Mastrogiovanni chiede aiuto, scalcia, sanguina, ma gli infermieri non lo slegano neanche per farlo mangiare. Intorno a lui la vita continua come se nulla fosse: gli infermieri gli cambiano le lenzuola, puliscono il sangue sul pavimento, ma Mastrogiovanni resta legato al letto, senza mangiare né bere. Quando sua nipote chiede di poter vedere lo zio Franco, non la fanno entrare: le dicono che lo zio Franco sta bene, ma non è vero: lo zio Franco sta morendo.

 

 

8 > 10 NOVEMBRE

 

MAMMA, MA’

di Massimo Andrei

con Daniela Ioia

regia di Gennaro Silvestro

 

“Aspetto un bambino? Si? Quanto saranno determinanti le mie scelte sull’educazione dei miei figli? Che tipo di madre  sarò?… Mamma, mà!”. Queste sono le domande che affollano la testa di una giovane donna, alle prese con un test di gravidanza. Proietterà l’immagine di sé in tre possibili versione di madri, fragile, determinata, insicura,  “Mamma, mà” è uno sguardo sul mondo femminile e sul desiderio di maternità che alle volte diventa ossessione, alle volte consapevolezza che il tempo passa e si invecchia.

Un racconto divertente, dinamico ma soprattutto vero di una donna contemporanea e del suo futuro da madre…  Mamma, mà!  Tutte e tre le proiezioni di mamme o aspiranti tali, si ritroveranno a fronteggiare una serie di difficoltà e piccoli drammi, come i vari esami e visite mediche da fare per una inseminazione, o il carattere ribelle di una figlia che si innamora di un uomo di colore, oppure il desiderio di beffare il tempo che passa con la cura del corpo e l’estetica sentendosi al pari dei propri figli e dei loro amici.  Quale mamma sarà la nostra protagonista?

Attore e regista napoletano, Andrei comincia fin da giovanissimo in teatro con Ernesto Calindri ed è diretto dai registi Giancarlo Cobelli, Antonio Calenda, Eugenio Barba. Per molti anni della sua formazione è in numerose produzioni teatrali al fianco di  attori della tradizione napoletana come Carlo Giuffré, Vincenzo Salemme, Mario Scarpetta e della drammaturgia contemporanea. Al cinema è presente in due popolarissime serie del Commissario Manara in cui è stato diretto da Luca Ribuoli. È autore radiofonico (Due di notte, Rai Radio Due) e televisivo (Chiambretti c’è). È il volto, oltre ad esserne l’autore, di una seguitissima campagna di comunicazione su valori sociali e morali, “SNACK”, uno spuntino di riflessione in onda sul circuito televisivo di VideoMetrò e su canali internet e social network.

Daniela Ioia, new entry della serie Gomorra 4 come Tiziana Palumbo, giovane imprenditrice al fianco di Gennaro Savastano, si divide tra teatro e cinema, lavorando con registi del calibro di Mario Martone, che l’ha scelta per il ruolo di Armida ne “Il sindaco del rione Sanità”, che ha conquistato Venezia all’ultimo Festival del Cinema.

 

 

14 > 17 NOVEMBRE

 

L’ISOLA DEGLI INVERTITI

di Antonio Mocciola

con Nicola Commito, Bruno Petrosino, Andrea Russo

regia Marco Prato

 

Sull’isola di San Domino, nelle Tremiti, dal 1939 al 1945, vennero confinati come “pericolo per la pace sociale”, decine di omosessuali. Condannati per la loro natura, all’epoca considerata riprovevole malattia. Un ghetto di stato rimosso dalla memoria collettiva, la cui storia torna ora alla luce con uno spettacolo scritto da Antonio Mocciola, da sempre attento a tematiche sociali, specie nel campo dei diritti civili.

Dopo un’accurata ricerca esegetica su documenti riservati e inediti reperiti negli archivi di stato in collaborazione col prof. Cristoforo Magistro, Antonio Mocciola ha ricostruito vicende sepolte nel tempo, che la storiografia ha cercato di cancellare, con la complicità dei protagonisti di questo “olocausto bianco”, travolti dalla vergogna e desiderosi solo di essere dimenticati. Nasce così “L’isola degli invertiti”, epiteto con cui, insieme a “pederasti”, venivano bollati gli omosessuali, ma anche i sospettati di esserlo. Torna alla luce, con uno spettacolo teatrale duro ed originale, un’Italia beghina ed ipocrita, terrorizzata dal “diverso” e così lontana da quella odierna. Oppure no?

Alla fine degli anni ’30 partì, su ordine del PNF ma anche per iniziative iper-zelanti di alcune questure locali (in primis quella di Catania) una spietata caccia all’omosessuale, vero o presunto. Una mattanza che porterà al confino, soprattutto nelle remote Isole Tremiti, centinaia di “invertiti”. In questo olocausto silenzioso – l’omosessualità non era ufficialmente punita dal nostro codice penale semplicemente perché non se ne ammetteva l’esistenza – si intrecciano le vicende di Modesto e Vito, due personalità opposte. Fascista convinto, padre di due figli, represso e violento l’uno, sarto esuberante, gioviale, risolto nei propri gusti, e felicemente effeminato l’altro. Si conosceranno in una sala da ballo, scoccherà la scintilla, ma dopo la delazione della moglie di Modesto si troveranno entrambi prima in questura e poi alle Tremiti, confinati, e separati da un muro ideale, che si abbatterà una volta liberati, alla fine della guerra. I loro corpi vivranno come le loro anime: allacciati e bollenti nel primo quadro, nudi e smarriti davanti al fuoco delle accuse nel secondo, laceri e distanti, ma paradossalmente finalmente liberi, nel terzo, in cui – ormai condannati – potranno liberare la loro vera identità, che sarà sorprendentemente opposta rispetto a quando li abbiamo conosciuti.

 

 

28 NOV > 1 DICEMBRE

 

MODIGLIANI

scritto, diretto e interpretato da Antonello Cossia

con la collaborazione di Raffaele Di Florio, Riccardo Veno

Annalisa Ciaramella, Angela Grimaldi, Bruno Fermariello

con il sostegno di TRAM e Vissidarte Festival

 

“Quando c’era la pioggia (come spesso a Parigi), Modigliani camminava con un enorme ombrello nero molto vecchio. Talvolta sedevamo sotto questo ombrello, su una panchina del parco e a due voci recitavamo le poesie di Verlaine a memoria e con amore, felici di parlare di poesia. Ci scambiavamo Verlaine, Laforgue, Mallarmé, Baudelaire. Aveva sempre in tasca i – Canti di Maldoror – di Lautréamont. Non l’ho mai visto ubriaco e da lui non veniva odore di vino, l’hashish in qualche modo figurava già nei suoi racconti”. (ANNA ACHMATOVA – AMEDEO MODIGLIANI)

Queste parole estrapolate da un ritratto che la poetessa russa scrive ricordando il suo amico Amedeo Modigliani rappresentano contemporaneamente la suggestione e la presentazione di questo progetto di spettacolo incentrato sulla figura dell’artista livornese nato nel luglio del 1884 e morto nel gennaio del 1920. Un arco di vita breve, in cui questo uomo così sensibile e gentile ha fatto in tempo a stagliarsi nell’empireo degli artisti di tutti i tempi, sfidando la memoria e le apparenze che lo volevano semplicemente un bohémien travolto dai vizi e dagli eccessi.

In scena un uomo entra con un ombrello nero molto vecchio, passeggia e poi si siede su di una sgangherata sedia di paglia, come fosse in un parco o nel suo studio. Attraverso un dialogo narrativo diretto con gli spettatori, grazie ai versi dei poeti a lui molto cari, ai ritratti, al racconto che di lui fa sua figlia Jeanne Modigliani ed altri materiali narrativi e biografici, si tenterà di dare un corpo e un’anima a questo artista, che suo malgrado è divenuto leggenda misteriosa e disordinata, iscritta a pieno merito nell’eternità che la grande arte dona, spesso dopo la morte, a quegli uomini fortunati che spendono la propria vita e si immolano nel perseguire una grande passione, finendo il più delle volte da essa divorati. Un urlo, una beffa, una risata sorniona e impavida contro Dio.

 

 

14 > 15 DICEMBRE

 

MIRACOLO

scritto e diretto da Giuseppe Massa

con Glory Arekekhuegbe, Gabriele Cicirello, Paolo Di Piazza

Compagnia Sutta Scupa

 

Due fratelli (becchini precari) hanno il compito di seppellire un migrante, ma il cimitero della città è stracolmo. Da ciò scaturisce un agro divertissement in cui i due provano, senza riuscirci, a sbarazzarsi del corpo del defunto. L’embrione di Miracolo nasce all’interno di Write 2016 (residenza creativa che coinvolge drammaturghi siciliani ed europei all’interno del monastero di Mandanici, Messina). Miracolo prende spunto dalle ondate migratorie che attraversano il Mediterraneo per investigare la progressiva disumanizzazione della nostra società. Da ciò nasce l’urgenza di analizzare questo processo di trasformazione mettendolo in relazione col concetto di santità. Questo dialogo conflitto è dunque il fulcro dello spettacolo: santo vs umano; umano vs bestia; luce vs buio. San Lorenzo: “Mea nox obscurum non habet, sed omnia in luce clarescunt (La mia notte non conosce tenebre, tutto risplende di luce)”; sentiamo l’esigenza di aggiungere un umile punto interrogativo al pensiero del martire. In scena una storia di migranti, tema caro alla Compagnia siciliana Sutta Scupa (termine della lingua siciliana “Sotto Pressione”). La compagnia ha esordito con lo spettacolo omonimo che ha debuttato nel 2006 al Rialto Sant’Ambrogio di Roma prima di viaggiare in Italia e in Europa. Due momenti di Sutta Scupa vengono inseriti da Wim Wenders nel film “The Palermo Shooting” e il testo riceve una segnalazione al Premio Ubu 2006 alla voce “Nuovo testo italiano”. Nel 2015 coproduce insieme al Napoli Fringe Festival Scùossa, che debutta al Ridotto del Teatro Mercadante. Nel 2016 vince il bando “MigrArti” indetto dal MiBACT; produce Orli di Tino Caspanello per la regia di Giuseppe Massa, spettacolo nato in seno al progetto “Babilonie” vincitore del bando “MigrArti 2017”. Nell’ambito di “MigrArti 2018” produce Antigone Power, una riscrittura dall’Antigone di Sofocle realizzata da Ubah Cristina Ali Farah per la regia di Giuseppe Massa.

 

 

10 > 12 GENNAIO

 

DEEP BLUE

tratto da “Sunset Limited” di Cormac McCarthy

adattamento di Alberto Mele

con Antonio Buonanno e Pietro Tammaro

regia di Alberto Mele e Marco Montecatino

produzione Teatro Serra

 

Un appartamento scarno in un palazzone dormitorio in prossimità della stazione. Due uomini entrano dalla porta, apparentemente calmi. Uno dei due, Bianco, è un professore che ha appena vissuto quello che credeva sarebbe stato l’ultimo atto della sua vita. Nero, il padrone di casa, si dimostra a suo agio dopo essere entrato nella vita del professore in un modo così assurdo e insieme logico, come un pedone che sfida il Re sulla scacchiera. Sono seduti a un tavolo, si osservano, forse si studiano. Che la partita abbia inizio…

“Fin dalla prima volta che lessi Sunset Limited – spiega Alberto Mele -, sapevo che avrei finito per farne qualcosa. Come un tarlo, la storia di McCarthy mi ha scavato un’infinità di piccoli buchi che, grazie ai miei compagni di lavoro Marco Montecatino, Antonio Buonanno e Pietro Tammaro, ho deciso di tappare una volta e per tutte. Ho cominciato prima di tutto a capire cosa potessi fare io per questo testo: trovandolo meraviglioso e perfetto così com’era, sono partito dalla necessità primaria di sfrondarlo in modo da renderlo più “adatto ai nostri tempi teatrali”; e poi ho capito: rendere Nero e Bianco due uomini che avrei potuto incontrare qualche ora prima in uno dei bar di periferia che frequento. Dovevo – e volevo! – fare in modo che entrambi i personaggi apparissero vivi in questo tempo, in questa stanza, carne ossa e demoni. A tal fine, ho dato a Nero origini e lingua partenopea, pensieri e modi vulcanici, atteggiamenti figli del sud più mediterraneo che esista. Nel fare questo ho concesso a questa storia di respirare aria di redenzione, mai e poi mai tralasciando una premessa fondamentale nella mia vita, come nella pièce di McCarthy: l’unicità della vita risiede nella possibilità di scegliere di cosa essere vittima, di chi essere il carnefice”. Antonio Buonanno, padre di Lila nella serie televisiva “L’Amica geniale”, torna al Tram per il secondo anno consecutivo.

 

 

23 GENNAIO > 2FEBBRAIO

 

DON GIOVANNI

regia e drammaturgia di Gianmarco Cesario

da Tirso de Molina, Moliere e Lorenzo Da Ponte

con Danilo Rovani, Diletta Acampora, Denise Capuano, Luca Lombardi

con la partecipazione di Enzo Attanasio

musiche di Wolfgang Amadeus Mozart arrangiate ed eseguite dal vivo da Pasquale Ruocco

 

Dopo il “Barbiere di Siviglia” continua il progetto PopOpera, con il secondo capitolo di un’ideale Trilogia Sivigliana, rappresentato da “Don Giovanni”. Ma Don Giovanni è molto di più che il protagonista di un’opera musicale, Don Giovanni è da considerarsi pari agli archetipi del teatro greco: un simbolo che rappresenta la continua sfida dell’uomo alla vita, e se Mozart, grazie al libretto di Lorenzo Da Ponte, lo rappresenta come un gaudente “sciupafemmine”, lo spessore che la penna caustica ed anarchica di Moliere ci offre, restituisce il ritratto di un uomo libero e senza freni, che riesce a sfidare società e benpensanti con provocazioni che vanno ben oltre l’ars amandi del suo prototipo, già raccontato da Tirso de Molina nella sua farsa. Il lavoro che si cerca di proporre è quello di un testo che riassuma con misura i tre aspetti delle tre principali versioni di questo mito moderno, prediligendo il lato più oscuro, così ben rappresentato dal commediografo francese. Le musiche di Mozart sono arrangiate in sonorità flamenco, che rende il calore e la drammaticità tutta ispanica del personaggio.

 

 

6 > 9 FEBBRAIO

 

AD OCCHI CHIUSI

testo e regia Luca Pizzurro

con Andrea Fiorillo

produzione: Associazione Teatrale Viaggi & Miraggi

 

“Ad occhi chiusi”, scritto e diretto da Luca Pizzurro, è un testo in cui l’autore, immedesimandosi nella psiche di un “carnefice”, ne porta in scena pensieri, soliloqui, immaginazioni. Ci troviamo di fronte ad un punto di vista scomodo, insolito, destabilizzante: l’autore segue i pensieri di uno strano personaggio, che compie le sue “azioni” in nome dell’amore. Sulla scena ritroviamo un uomo affascinante, che ci apre le porte della sua casa romana, regalandoci il piacere di sentire l’odore del caffè appena fatto, dell’ascolto di buona musica e del fascino di un libro di cui non sapremo mai il titolo. Dietro questa rassicurante apparenza, però, si nasconde una verità terribile ed inaccettabile per la società: ma non per lui che, “ad occhi chiusi”, commette i suoi crimini dettati e reiterati da una coerente visione dell’amore. È uno spettacolo che si snoda lentamente con molta suspense e molte aspettative e attese da parte dello spettatore, per rivelare alla fine una verità indicibile.

 

 

15 > 16 FEBBRAIO

 

IN FONDO AGLI OCCHI

di e con Gianfranco Berardi, Gabriella Casolari

regia César Brie

collaborazione musicale Giancarlo Pagliara

 

“In fondo agli occhi” è uno spettacolo di nuova drammaturgia che affronta le tematiche della crisi e della malattia da questa prodotta e derivata. L’indagine parte e si sviluppa da due differenti punti di vista: uno reale, in cui la cecità, malattia fisica, diventa filtro speciale attraverso cui analizzare il contemporaneo, e l’altro metaforico, in cui la cecità è la condizione di un intero Paese rabbioso e smarrito che brancola nel buio alla ricerca di una via d’uscita. Chi è più cieco di chi vive, senza avere un sogno, una prospettiva davanti a sé, di chi essendone consapevole, non può far altro che cedere alla disperazione? Un paese cos’è in fondo se non le persone che al suo interno vivono e si muovono? Un paese non sono le case, non sono le chiese, né i bar o le istituzioni ma la gente che al loro interno abita e ne dà il valore. Un paese malato quindi è fatto da gente malata, come noi. Ma come raccontare tutto questo poeticamente, ironicamente, senza essere retorici o superficiali?

Qui l’incontro con Cesar Brie: ”L’autobiografico e l’universale vanno di pari passo: quando mi parli precisamente di te, mi parli del tuo paese, quando mi parli del tuo paese mi parli esattamente di te”. L’illuminazione allora: la cecità, la malattia di Gianfranco, maniera autentica e necessaria, di condividere empaticamente il nostro tempo; metafora attraverso cui raccontare la crisi, in quanto fonte di dolore ma al contempo di opportunità per rivalutare l’essenziale e mettersi in gioco. Inevitabile quindi è diventato affrontare l’aspetto complementare della malattia: la cura, reale esperienza che Gabriella, in scena e nella vita, vive. Come ogni punto di forza può essere nella vita, punto di debolezza, allo stesso modo la fragilità, in scena, può divenire perno su cui esprimere tutto il proprio potere. È nata così la voglia di costruire un affresco del contemporaneo. In scena una barista, Italia, donna delusa e abbandonata dal suo uomo, e Tiresia, suo socio ed amante, non vedente, raccontano la propria storia, i propri sogni mancati, le proprie debolezze e le proprie speranze in un bar, metafora di un paese dove: “…non è rimasto più nessuno…perché ci vuole talento anche per essere mediocri…”.

 

 

20 > 23 FEBBRAIO

 

LUMACHE

scritto e diretto da Pietro Juliano

con Nello Provenzano, Cinzia Cordella

produzione Itinerarte

 

Cosa siamo disposti a sacrificare di noi stessi pur di raggiungere un obiettivo? Siamo consapevoli della forza che occorre? Quanto siamo disposti a cedere pur di ottenere ciò che desideriamo? Il compromesso ci mette in difficoltà perché veniamo meno, nella migliore delle ipotesi, alla nostra condizione etica, morale ed esistenziale. Molte persone sono fortemente penalizzate da un lavoro che le obbliga a molte rinunce, a molti «compromessi». Lea Crivello è una scrittrice vecchia maniera: scrive ciò che pensa e non pensa a ciò che scrive. È passato molto tempo dal suo ultimo lavoro, adesso è in cerca di un editore che pubblichi il suo nuovo romanzo, con non poche difficoltà. Dopo diversi tentativi, è giunta ad un importante e decisivo incontro con Manuel Montedoro, giovane e agguerrito editor che lavora per una grande casa editrice, disposto a pubblicare il suo romanzo a condizione che Lea sia disposta a dare qualcosa in cambio. Questa condizione genera in Lea un conflitto interno che la porterà a ridiscutere i suoi piani.

 

 

29 FEBBRAIO > 1 MARZO

 

LA MIA BATTAGLIA VR (max 35 spettatori alla volta)

di Elio Germano, Chiara Lagani

con Elio Germano

regia di Elio Germano e Omar Rashid

produzione Pierfrancesco Pisani, Elio Germano, Omar Rashid

prodotto da: Gold, Infinito, Riccione Teatro

 

Uno dei primi esperimenti al mondo di teatro in realtà virtuale: «Segnale d’allarme» è la trasposizione di «La mia Battaglia», un’opera portata in scena da Elio Germano, uno spettacolo che parla della nostra società, della nostra epoca, portando lo spettatore, a piccoli passi, a confondere immaginazione e realtà. In questa prospettiva, la possibilità offerta dalla realtà virtuale di entrare nella narrazione è perfettamente calzante. Attraverso i visori VR, gli spettatori saranno portati ad immergersi nell’opera teatrale diventandone parte. Vi troverete in sala, in prima fila, insieme agli altri spettatori. Sentirete l’energia della stanza intorno a voi. Cercherete lo sguardo di chi vi è seduto accanto, perfino i gesti. Assisterete a un monologo che sarà un crescendo e, allo stesso tempo, una caduta verso il grottesco. «Segnale d’Allarme» racconta una storia vera: la nostra.

 

 

13 > 15 MARZO

 

ACCATTONE

drammaturgia e regia di Enrico Maria Carraro Moda

tratto dal film di Pier Paolo Pasolini

con Federico Balzarini Chiara Meschini, Lorenzo Girolami, Enrico Maria Carraro Moda, Clara Morlino

produzione I nani inani

 

1961, Roma. Accattone è un ragazzo di vita. Vive scommettendo e proteggendo Maddalena, la prostituta della quale è pappone. Quest’ultima però si ritrova ad avere, anche per colpa di Accattone, problemi con la giustizia e viene messa in carcere. Da questo momento la vita di Accattone diventerà sempre più difficoltosa. Pasolini racconta nel suo primo film le giornate che precedono la morte di Accattone e tutte le vicissitudini che portano quest’uomo alla sua inevitabile fine. «Ho scelto di sottolineare la vera essenza di quest’uomo per come Pasolini ce lo mostra – dichiara il regista -. Scansafatiche, rozzo e possessivo, ma allo stesso tempo dolce e capace di amare. Testimone di questo essenziale cambiamento e redenzione, nella versione da me diretta, è una figura che incarna tutti i ragazzi di vita amici di Accattone. Le altre figure presenti sono le due donne di Accattone che con la loro diversità evidenziano il cambiamento che egli subirà nell’arco di alcuni giorni».

 

 

19 > 22 MARZO

 

VENERE TASCABILE

(omaggio in prosa e musica a Laura Betti)

di Carmen Pommella e Antonio D’Avino

con Carmen Pommella

produzione MUSIDANTEA 2.0

regia Antonio D’Avino

 

Laura Betti dalla voce roca, penetrante, è stata un’artista sfuggente, diabolica, un’attrice cantante regista fuori da ogni schema, rivoluzionaria nel suo genere. Questo spettacolo vuole ricordarla attraverso le sue canzoni e il suo modo di riconsegnare al pubblico le poesie del suo amato amico Pierpaolo Pasolini, parte inscindibile della sua vita. Frizzanti interventi autoironici saranno incorniciati dalle canzoni più famose che l’artista ci ha lasciato.

L’unicità del suo stile si misura a partire dalla capacità di intrecciare generi e linguaggi diversi(cabaret, canzoni, teatro, cinema, rivista) secondo un disegno delicatamente anarchico.

Il coraggio di tuffarmi nel complesso e tormentato mondo di questa artista che, da sempre, dai miei primi studi accademici, mi ha affascinata è spinto da un grande desiderio di comunicare in modo semplice il mio mondo fatto di strani pensieri, di voci, di ricordi, di suoni strani, a volte difficili da spiegare… sicuramente andare in scena e raccontare di Laura sarà per me come avere tra le mani una sacra reliquia! “Sono comunque un’attrice ed ho la necessità fisica di perdermi negli intricati corridoi dove si inciampa tra la bava depositata da alieni, tele di ragno luminose e mani, mani che ti spingono verso i buchi neri screziati da lampi di colore infiniti, dove sbattono qua e la le mie pulsioni, forse dimenticate da sempre oppure taciute…Per poi ritrovare l’odore della superficie e rituffarmi nel sole dei proiettori, NUOVA… ALTRA…”. (Laura Betti)

 

 

16 > 19 APRILE

 

AMLETO

un progetto di | adattamento | regia Giovanni Meola

con (in o.a.) Roberta Astuti, Sara Missaglia, Chiara Vitiello

 

Debutto nazionale per il primo progetto shakespeariano di Virus Teatrali, primo incontro con il drammaturgo più totale, rappresentato, affrontato e tradito del mondo. Un lavoro di frammentazione e ricomposizione, di andate e ritorni da e verso il testo. Dopo Cechov, Shakespeare: la compagnia prosegue il suo cammino attraverso i classici del teatro di tutti i tempi. Mentre in epoca elisabettiana era vietato alle donne l’andare in scena, ma sulla scia di fior di esempi (a cominciare da un famosissimo Amleto del 1899 con la divina Sarah Bernhardt ad interpretare il principe danese), Virus Teatrali propone una compagnia a predominanza femminile per ribaltare o shakerare un po’ il gioco scenico plurisecolare che Amleto rappresenta per tutti i teatranti da più di quattro secoli a questa parte.

‘Amleto o Il Gioco del suo Teatro’ proverà a prendere il sentiero di un Amleto in cui del suo dramma potrà essere lui stesso drammaturgo, regista e anche un po’ interprete: non è Amleto che scrive e indica cosa rappresentare ai Comici che arrivano a corte nel momento giusto, nel momento in cui, cioè, lui ha bisogno di una prova inconfutabile, di una prova inoppugnabile di tradimento e colpevolezza dello zio-re Claudio? Ed ecco che, magicamente, il teatro arriva in soccorso. Come spesso accade, il teatro arriva in soccorso anche se costantemente sminuito, svilito, impoverito.

Nuovo debutto al Tram per Giovanni Meola, che lo scorso anno ha portato in scena “Il bambino con la bicicletta rossa” (con Antimo Casertano), la storia del 12enne Ermanno Lavorini trovato morto su una spiaggia di Viareggio nel 1969.

 

 

2 > 3 MAGGIO

 

SHAKESPEAROLOGY

concept e regia Sotterraneo

in scena Woody Neri

scrittura Daniele Villa

produzione Sotterraneo

 

Dice Jerome Salinger: “quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono”. È da un po’ di tempo che Sotterraneo voleva usare il teatro come quella famosa telefonata, per incontrare Sir William Shakespeare in carne-e-ossa e fare due chiacchiere con lui sulla sua biografia, su cosa è stato fatto delle sue opere, su più di 400 anni della sua storia post-mortem dentro e fuori dalla scena – come se si accompagnasse Van Gogh al Van Gogh Museum o Dante in mezzo ai turisti che visitano la sua abitazione fiorentina. Si parte dall’immaginario collettivo per parlare con Shakespeare: certo, non sarà il vero, autentico, originario, ma se riusciamo a incontrare anche uno solo dei possibili Shakespeare, forse l’esperimento potrà dirsi riuscito. Shakespearology è un one-man-show, una biografia, un catalogo di materiali shakespeariani più o meno pop, un pezzo teatrale ibrido che dà voce al Bardo in persona e cerca di rovesciare i ruoli abituali: dopo secoli passati a interrogare la sua vita e le sue opere, finalmente è lui che dice la sua, interrogando il pubblico del nostro tempo.

 

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