Sul Coronavirus, dal Post

A oggi sono stati segnalati 168.941 casi positivi in Italia.
Sono le 18 e 28.

Il 20 gennaio scorso – circa un mese prima che fosse scoperto il primo caso da coronavirus a Vo’ in Veneto – il direttore del laboratorio di microbiologia dell’Università di Padova, Andrea Crisanti, comunicò alla direzione sanitaria della Regione la necessità di acquistare il materiale necessario per produrre reagenti chimici a sufficienza per analizzare circa mezzo milione di tamponi per il coronavirus. Quella scelta, insieme ad altre di prevenzione, si sarebbe rivelata essenziale per il cosiddetto “modello veneto”, che nei fatti ha permesso di contenere meglio l’epidemia rispetto ad altre Regioni.

Dall’inizio dell’epidemia, il Veneto ha analizzato oltre 200mila tamponi, poche migliaia in meno di quelli della Lombardia: il Veneto ha però meno della metà dei 10 milioni di abitanti della Lombardia e, soprattutto, ha scoperto meno di 15mila casi positivi e 940 morti per il coronavirus, a fronte dei 62mila contagi in Lombardia e dei suoi oltre 11mila morti. Per ogni caso positivo, il Veneto ha effettuato in media quasi 15 tamponi, la Lombardia appena 3,6. La Regione sta quindi sottoponendo ai test una percentuale molto più alta della popolazione, riuscendo a identificare prima e con maggiore efficacia i contagiati.

Il Veneto non ha comunque eseguito “test a tappeto” come si sente spesso dire, anche se ha adottato criteri meno restrittivi rispetto a quelli indicati dalle autorità sanitarie nazionali. Dopo la scoperta dei primi casi a Vo’, per esempio, su proposta di Crisanti fu testata l’intera popolazione del piccolo comune, trovando 89 positivi tra i 3.300 abitanti. Per ogni contagiato fu eseguito il tracciamento dei contatti e un’analisi della storia clinica, con dati preziosi per effettuare uno studio epidemiologico su uno dei primi episodi di diffusione del coronavirus in Italia.

Parte del successo del “metodo veneto” è derivato anche dalla conformazione geografica e dalla distribuzione della popolazione. Il territorio del Veneto è sostanzialmente più rurale e meno urbanizzato di quello lombardo, dove la densità abitativa è più alta. È stato quindi più semplice isolare il primo focolaio e ridurre i rischi di nuovi contagi, tramite le pratiche del distanziamento sociale.

A differenza della Lombardia, però, in Veneto è stato seguito un approccio più cauto per i ricoveri in ospedale: si è preferito lavorare nella comunità, utilizzando gli ospedali come ultima risorsa per i casi più gravi. Ancora oggi solo il 15 per cento dei pazienti attualmente positivi rilevati in Veneto è ricoverato in ospedale, contro il 40 per cento della Lombardia e il 29 per cento del Piemonte. L’isolamento domiciliare è stato applicato intensivamente, ma cercando di mantenere comunque un rapporto con i malati, per seguirne l’evoluzione e se necessario intervenire con i ricoveri nel caso di un loro peggioramento.

Come raccontiamo più estesamente qui, le difficoltà in Veneto non sono mancate, soprattutto nelle fasi più acute dell’epidemia, quando non tutto ha funzionato come ci si attendeva. I risultati complessivi suggeriscono comunque che l’emergenza sia stata gestita meglio che altrove.

In Italia, oggi
La Protezione Civile ha comunicato che dall’inizio dell’epidemia in Italia sono stati rilevati 168.941 casi positivi, 3.786 in più di ieri, quando erano stati 2.667 in più rispetto al giorno precedente. Nelle ultime 24 ore sono stati comunicati gli esiti di un numero più alto di test, e questo influisce sul dato giornaliero complessivo. I decessi sono stati in tutto 22.170, con un aumento di 525 nelle ultime 24 ore. In terapia intensiva sono ricoverate 2.936 persone, 143 in meno rispetto a ieri.

 
Tracciamento
Il governo dovrebbe decidere a breve a chi affidare la realizzazione dell’app per tracciare i contatti, basandosi sulle indicazioni del gruppo di 76 esperti che ha analizzato le proposte presentate da aziende e centri di ricerca alla fine di marzo, rispondendo a un bando rapido avviato dalla ministra dell’Innovazione, Paola Pisano. Sembra che la favorita sia l’applicazione realizzata da Bending Spoons, azienda con sede a Milano e con una forte presenza nel mercato internazionale delle app, in collaborazione con il Centro Medico Santagostino, che negli ultimi anni ha aperto numerosi ambulatori in Lombardia e a Bologna, offrendo servizi sanitari a prezzi contenuti e con un approccio orientato sul digitale per la gestione dei pazienti (prenotazioni, pagamenti, assistenza online e cartelle cliniche).

L’applicazione dovrebbe sfruttare un meccanismo simile a quello a cui stanno lavorando Apple e Google, per integrarlo direttamente all’interno dei loro sistemi operativi (offrendo in questo modo uno standard su cui realizzare soluzioni che possano dialogare tra loro). Tramite l’app, ogni smartphone emette periodicamente un codice identificativo univoco (ID) e anonimo che può essere captato dagli altri smartphone che utilizzano la stessa app nelle vicinanze, entro qualche metro. Se uno dei proprietari dell’app segnala di essere risultato positivo al coronavirus, il sistema consente di avvisare le persone con cui era stato in prossimità nei giorni precedenti.

C’è naturalmente grande interesse intorno alla scelta dell’applicazione per il contact tracing, ma molto dipenderà da cosa deciderà il governo in generale su questo tema. Dovrà scegliere se raccogliere le informazioni in un registro online centralizzato o se mantenere la maggior parte dei dati solo sui singoli smartphone, dovrà stabilire come segnalare gli utenti con un esito positivo ai test per il coronavirus, e sarà necessario decidere se affidare la gestione delle segnalazioni alle istituzioni sanitarie (medici di base, personale ospedaliero) o a quelle amministrative (sindaci, regioni). Insomma, sarà necessario un meccanismo perché si possano trarre più informazioni possibili dai dati disponibili.

Respirare l’ombra ✍️

4 maggio
Ieri la Regione Lombardia ha chiesto esplicitamente al governo che la ripresa delle attività produttive avvenga a partire dal 4 maggio. Ha persino presentato un proprio piano per la “nuova normalità”, che poggerà sul rispetto di “Quattro D”: «Distanza (un metro di sicurezza tra le persone), Dispositivi (ovvero obbligo di mascherina per tutti), Digitalizzazione (obbligo di smart working per le attività che lo possono prevedere) e Diagnosi (dal 21 aprile inizieranno i test sierologici grazie agli studi in collaborazione con il San Matteo di Pavia)». È una richiesta che ha sorpreso molti, considerato che soltanto due giorni prima la regione aveva diffuso una nuova ordinanza che impediva anche alcune delle poche riaperture che il governo aveva concesso di attuare a partire dal 14 aprile, come quelle di librerie e cartolerie. Dietro a tutto questo ci sono un’intricata serie di interessi e una montante conflittualità tra Regione e governo.

Svezia vs giornali italiani
L’ambasciata svedese in Italia ha criticato il modo in cui alcuni giornali italiani hanno raccontato le politiche della Svezia contro la pandemia da coronavirus, e le restrizioni meno dure rispetto a quelle adottate da altri paesi europei (non ci sono limitazioni alla libertà di movimento delle persone, e ristoranti, bar, fabbriche e scuole inferiori sono aperte). Secondo l’ambasciata, i media italiani avrebbero generato una «spirale di disinformazione» nel descrivere questa realtà e i suoi effetti.

Vecchio e nuovo mondo ✍️

Scuse
La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha detto che l’Europa deve chiedere scusa all’Italia, per non aver fatto abbastanza per aiutarla quando è iniziata l’epidemia: «Sì, è vero che nessuno era veramente pronto a affrontare questa pandemia, ed è altrettanto vero che in troppi non ci sono stati quando l’Italia ha avuto bisogno di aiuto all’inizio della pandemia. Ed è vero, ora l’Unione Europea deve chiedere scusa, deve farlo sentitamente, e lo fa».

Anche Banksy resta a casa, e queste sono le conseguenze ?

Quattro cose dal mondo
1. Il G20 ha sospeso temporaneamente il debito pubblico dei paesi più poveri.
2. La cancelliera tedesca, Angela Merkel, ha detto che da lunedì 20 aprile in Germania potranno riaprire i negozi con dimensioni fino a 800 metri quadri, e che dal 4 maggio potranno riaprire gradualmente le scuole, dando la priorità agli studenti che devono svolgere esami. Anche la Svizzera prevede di allentare le restrizioni da fine aprile.
3. È morto lo scrittore cileno Luis Sepúlveda, era risultato positivo al coronavirus.
4. Il Giappone ha esteso lo stato d’emergenza a tutto il paese.

10 anni
Nei suoi 52 giorni di esistenza questa newsletter ha raccolto un grandissimo seguito e affettuosi messaggi di complimenti, per i quali vi siamo enormemente grati. Tutte le cose che leggete al suo interno esistono grazie al Post, che domenica prossima compirà 10 anni. Dal 19 aprile del 2010 abbiamo provato a capire e raccontare ciò che succede, convinti che ogni lettore in più è una persona che sa delle cose in più, e migliora il mondo.
Il lavoro delle persone che fanno il Post; la complicità di lettori, affezionati, amici, e infine abbonati; la fiducia degli investitori che hanno sostenuto il progetto ogni volta che ne ha avuto bisogno. Tutto questo ha reso i nostri primi dieci anni molto belli, anche quando il principio imprenditoriale del Post – prudenza, attenzione ai costi in un settore sofferente, “formichine” – ha imposto di accantonare opportunità, di fare piccoli passi, di rinunciare a possibilità più impegnative e onerose (lo abbiamo raccontato qui).
Grazie a tutti, a chi già ci conosceva nel 2010 e a chi ci ha conosciuto appena 5 minuti fa, davvero.

Oggi abbiamo chiuso in modo un poco autoreferenziale, perdonateci, ma siamo molto contenti di noi e di voi e volevamo condividere questo pezzetto di felicità, coi tempi che corrono. A domani, ciao!

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