Sul Coronavirus, dal Post

A oggi sono stati segnalati 189.973 casi positivi in Italia.
Sono le 18 e 23.

Il primo coronavirus fu scoperto agli inizi degli anni Sessanta, quando fu notato che poteva essere una delle cause del comune raffreddore. Negli anni, i virologi avrebbero identificato diversi altri coronavirus, ma solo nell’ultima ventina di anni, con la scoperta di quelli che causano rispettivamente la SARS e la MERS, è nata l’esigenza di sviluppare un vaccino contro questi tipi di virus. A 20 anni di distanza, però, non disponiamo ancora di vaccini efficaci contro i coronavirus. Quello per la COVID-19 potrebbe essere il primo della storia, ma raggiungere questo obiettivo non sarà semplice.

Le ricerche per un vaccino contro la SARS furono avviate quasi immediatamente dopo la scoperta della malattia tra il 2002 e il 2003, ma con tempi piuttosto lunghi se paragonati a quelli delle ricerche attuali contro il coronavirus che causa la COVID-19. All’epoca le tecnologie a disposizione per farlo erano meno avanzate delle attuali, e così per mappare le informazioni genetiche (genoma) del coronavirus della SARS furono necessari quasi quattro mesi, a differenza delle poche settimane che sono state necessarie a inizio anno per l’attuale coronavirus.

Fu poi necessario più di un anno per avere un primo vaccino sperimentale contro la SARS, i cui test iniziarono in Cina alla fine del dicembre del 2004. L’epidemia era ormai finita e la malattia non costituiva più una minaccia immediata, quindi le attività di ricerca rallentarono, dando la precedenza ad altri studi. Le cose non andarono molto diversamente con la MERS qualche anno dopo, anche se i tempi necessari per la mappatura genetica si erano ridotti di molto.

La scarsa diffusione di SARS e MERS e le epidemie contenute che hanno provocato negli anni sono state le principali cause del mancato sviluppo di un vaccino. Svilupparne uno costa del resto moltissimo, si stima fino a un miliardo di dollari dalla fase iniziale di ricerca alla sua produzione. Sia dal punto di vista sanitario sia da quello economico, realizzare un vaccino è come fare una scommessa: si punta su una soluzione investendo grandi risorse, confidando che questa si riveli efficace e che nel frattempo l’esigenza di avere un vaccino rimanga alta. La domanda è determinata da numerosi fattori, che si riducono comunque all’esistenza e alla diffusione di una malattia infettiva che si vuole fermare: se la malattia è poco diffusa e porta a contagi sporadici, viene meno l’esigenza di produrre un vaccino per contrastarla, perché le risorse impiegate per svilupparlo potrebbero essere investite meglio in altre iniziative.

La COVID-19 potrebbe cambiare radicalmente le cose: con oltre 2,6 milioni di casi positivi rilevati finora e oltre 180mila morti, la pandemia ha portato a un nuovo forte senso di urgenza per lo sviluppo di un vaccino. Questa corsa che vede impegnati migliaia di ricercatori in giro per il mondo, istituzioni sanitarie, governi e fondazioni ha portato in breve tempo allo sviluppo di 83 vaccini candidati contro la malattia, con sei di questi già nella fase dei primi test iniziali. Ciò non implica che un vaccino sia praticamente pronto, ma indica il grande fermento nella ricerca e spiega parte dell’ottimismo dei ricercatori sulla possibilità di ottenere un risultato storico, e che potrebbe contribuire a salvare milioni di vite nei prossimi anni.

Trovate più informazioni e dettagli su perché non esistano ancora vaccini contro i coronavirus qui, con qualche elemento in più per farvi un’idea su quanto sia difficile sviluppare un nuovo vaccino, per una malattia che abbiamo imparato a conoscere – nostro malgrado – da poco meno di quattro mesi.

In Italia, oggi
La Protezione Civile ha comunicato che dall’inizio dell’epidemia i casi totali positivi in Italia sono 189.973, quindi 2.646 in più di ieri, quando erano stati 3.370 in più del giorno precedente. I morti sono 25.549, quindi 464 in più di ieri.

In terapia intensiva ci sono 2.267 persone, 117 in meno rispetto a ieri. È il ventesimo giorno consecutivo in cui i ricoveri in questi reparti si riducono.

 
Controlli
Il ministero dell’Interno ha diffuso il bollettino sui controlli effettuati ieri sul rispetto delle norme sull’emergenza da coronavirus. La polizia ha controllato 245.580 persone e 107.020 fra esercizi e attività commerciali. Sono state contestate 5.706 sanzioni amministrative e 45 persone sono state denunciate: 32 per falsa dichiarazione o attestazione e 13 per violazione del divieto di allontanarsi dalla propria abitazione perché positive al virus. Dall’11 marzo, data d’inizio delle misure d’isolamento su tutto il territorio nazionale, in totale sono state controllate 9.531.443 persone e verificati 3.775.918 esercizi: rispetto ai controlli, la quantità di sanzioni resta molto bassa.

Argentina
Il primo caso di contagio da coronavirus in Argentina è stato registrato il 3 marzo scorso, e a oggi il numero dei positivi confermati è 3.288. Le morti di pazienti risultati positivi al virus sono 159. Se i dati non sono paragonabili a quelli degli Stati Uniti o dei paesi europei più interessati dall’epidemia, l’Argentina sembra rientrare nella tendenza dei paesi sudamericani in cui c’è stata una nuova forte crescita dei casi nelle ultime 48 ore: da 101.636 a 121.087 nelle nazioni del continente (tutte) in cui il virus si è diffuso. Ma per l’Argentina c’è un altro serio problema: il rischio di un nuovo fallimento.

Germania
In tutta la Germania sarà obbligatorio indossare la mascherina. L’ultimo stato tedesco che non aveva ancora annunciato la misura, lo stato di Brema, ha detto che la approverà in via definitiva venerdì. Le regole sull’uso delle mascherine non saranno uguali in tutto il territorio nazionale: varieranno da stato a stato, ma in tutto il paese bisognerà indossarle sui mezzi pubblici, e quasi ovunque per fare la spesa o altri tipi di acquisti.

Ramadan
Sabato scorso il governo del Pakistan ha ceduto alle richieste dei partiti religiosi e di alcuni degli imam più influenti del paese stabilendo che le moschee potranno rimanere aperte durante il Ramadan, nonostante le misure restrittive adottate su tutto il territorio per limitare la diffusione del coronavirus. Il Ramadan, che in Pakistan inizierà alla fine di questa settimana, è il mese sacro per la religione musulmana, quando milioni di persone vanno nelle moschee per pregare, prima di riunirsi con famiglie e amici dopo il tramonto per mangiare e festeggiare insieme. La decisione del governo è arrivata a seguito di grandi pressioni dei religiosi, che in Pakistan sono estremamente potenti e da decenni sono appoggiati dall’esercito.

Resistenza, bocce e coronavirus ✍️

Riaperture
Se manterrà fede alle sue promesse, entro la fine della settimana il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, illustrerà i piani del governo per la progressiva attenuazione delle misure restrittive prevista per l’inizio di maggio. Negli ultimi giorni diversi quotidiani hanno ripreso ipotesi e bozze dei documenti che starebbe valutando il governo, e hanno prospettato scenari piuttosto simili: ripresa delle attività industriali a patto che si mantengano le distanze tra i lavoratori, ricorso allo smart working per tutte le professioni che lo consentono, distanziamento sui mezzi pubblici e riapertura di alcune attività commerciali, sempre garantendo la distanza di sicurezza tra i clienti. Ma sono per ora indicazioni vaghe e prive di conferme ufficiali.

Non è ancora molto chiaro come saranno gestiti altri settori particolarmente a rischio, come quello dei bar e dei ristoranti. Come dimostrano le prime esperienze all’estero, dovremo per un po’ rassegnarci a scelte creative, diciamo.

Ristoranti in Cina e Corea del Sud
David Chang, uno statunitense di origini coreane, gestisce ristoranti asiatici di alto livello negli Stati Uniti e in Canada. Di recente ha chiesto su Twitter a ristoratori e non solo di inviargli le foto dei locali che frequentano in questo periodo in Cina, Corea del Sud e altri paesi dell’Asia, per farsi un’idea di come si siano regolati i gestori e cosa si potrebbe applicare anche in Occidente. Gli hanno risposto in tanti, segnalandogli un po’ di tutto.

A Shanghai, per esempio, c’è una macchina che disinfetta i clienti prima del loro ingresso nel ristorante.

E con un servizio, con guanti e mascherina, che prevede la disinfezione delle stoviglie direttamente al tavolo, per rassicurare i clienti.

Nei McDonald’s di Pechino tutti i dipendenti lavorano con guanti e mascherine, e segnano la loro temperatura corporea sui pacchi da asporto. A Shenzen, sempre in Cina, per un po’ di tempo i ristoranti hanno usato barriere di plastica trasparente per dividere gli avventori.

Nel complesso, ristoranti e bar hanno adottato soluzioni per accogliere la metà dei clienti rispetto a prima, cosa che ha permesso di distanziare meglio i tavoli. Una costante sono i separatori di plastica, i dispensatori di disinfettante per le mani e i controlli della temperatura quando si entra nei locali. Diversi di questi accorgimenti potrebbero essere adottati anche da noi, meglio metterli in conto.

Noi ci sentiamo domani, non serve prenotazione. Ciao!

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