Umberto Eco: vita e opere di un maestro

In questo mese di dicembre, in un clima, diciamo festivo, ma pieno di preoccupazioni ed anche abbastanza angosciante per le cattive notizie che giornalmente stiamo vivendo a causa della terribile pandemia causata dal Covid 19, Letteratitudini desidera venire in aiuto a tutti i gentilissimi lettori parlando di argomenti culturali, di poesia e di positività.

In questo incontro, quindi, abbiamo pensato di parlare di “UMBERTO ECO: VITA E OPERE DI UN MAESTRO”

Umberto Eco (5 gennaio 1932 – 19 febbraio 2016), filosofo, semiologo, giornalista e scrittore, è stata una delle personalità culturali più multiformi d’Italia. Nella sua vita ha raccontato se stesso e le sue passioni attraverso una fervida attività culturale e capolavori come il romanzo-bestseller “Il nome della rosa” .

 Egli è il custode di un labirinto senza nome, in cui epoche e storie si incrociano e sovrappongo in percorsi sempre nuovi. D’altronde, la sua biblioteca personale, che si snoda per corridoi, salotti e studi del suo appartamento milanese, è un buon esempio di dedalo letterario. Impossibile uscirne: scrittore, semiologo, filosofo, accademico, e chi più ne ha più ne metta, Umberto Eco è un personaggio che professionalmente sfugge a qualsiasi casella e le occupa tutte contemporaneamente. Impossibile, forse, raccontarlo davvero: la sua vita si fa piccola e scompare dietro le pagine che ha letto.

 

Nato in Piemonte nel 1932, Umberto Eco, figlio di un impiegato, ha una vita simile a quella di centinaia di altri giovani italiani della sua generazione: troppo giovane per fare la guerra, è cattolico e studente del liceo classico. La guerra finisce e lui continua a studiare, si iscrive all’università, milita per un periodo con Azione Cattolica. L’aneddoto sulla sua perdita della fede è famoso, perché è dovuta agli studi su Tommaso D’Aquino (su cui, peraltro, si laurea). La sua passione per la scrittura e la letteratura, però, ha radici profonde e risale all’infanzia: nipote di un tipografo, pur venendo da una famiglia lontana dai professionismi della cultura, Eco ha sempre respirato i libri.

Qui c’è un secondo aneddoto, altrettanto celebre, circa la sua passione per I promessi sposi. Il primo romanzo italiano è nel nostro paese l’unico vero ponte tra le generazioni: tutti lo hanno odiato e continuano a odiarlo, i ragazzi degli anni Cinquanta, come quelli degli Ottanta e, ci scommettiamo, anche quelli degli anni Dieci del Duemila. Umberto Eco no, non ha fatto parte della schiera di odiatori adolescenti di Alessandro Manzoni, grazie a suo padre che, quasi subodorando il destino del figlio, gli regala una copia del libro appena qualche mese prima che Eco debba studiarlo. È inevitabile, si accende in lui quella passione per i classici che diventerà un punto fermo nella sua opera di divulgazione culturale.

L’amore per internet, l’odio per i social media

In Rai ad appena ventidue anni, Umberto Eco tocca con mano quella che negli anni a venire diventerà uno dei suoi oggetti di analisi prediletti: la cultura di massa. I mass media e la società dello spettacolo diventano argomenti di articoli e conferenze, pamphlet e saggi: tra i più importanti ricordiamo Diario Minimo (Mondadori, 1963) e Apocalittici e integrati (Bompiani, 1964). Ovviamente con l’avvento di internet l’interesse di Eco passa dalla televisione al web, ed è interessante sottolineare come colui che aveva sognato una cultura in grado, finalmente, di propagarsi a macchia d’olio (da ricordare il suo progetto Encyclomedia) sia finito vittima di un furioso clickbait – che ha coinvolto tutte le parti in causa – dopo aver dichiarato durante una lectio magistralis all’università di Torino nel 2015 che “i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli”. Certo, internet non è i social media, sebbene oggi ogni tanto si fatichi a crederlo, e Umberto Eco non poteva, nonostante la sua inventiva, neanche immaginarli.

Ma forse siamo andati troppo avanti, nelle caselle labirintiche della vita di Umberto Eco, ed è bene tornare alla fine degli anni Cinquanta, quando entra ufficialmente nel mondo editoriale come condirettore editoriale di Bompiani. Sembra che Umberto Eco abbia il potere di moltiplicare le ore: mentre lavora per Bompiani, infatti, continua con gli impegni accademici, come docente universitario (a Bologna fonda il DAMS nel 1971) e studioso di Semiotica. A questo affianca una prolifica attività di saggista e giornalista. Collaboratore di tutti i maggiori quotidiani italiani, Eco ha una fortunata rubrica fissa su L’EspressoLa bustina di Minerva, i cui articoli sono stati raccolti da Bompiani nel 1999 in un volume con titolo analogo.

Nonostante il suo ingegno multiforme, però, Umberto Eco è noto al grande pubblico come autore del Nome della rosa (Bompiani, 1980), un caso editoriale clamoroso, le cui vendite hanno superato i cinquanta milioni di copie. Il successo del romanzo è sicuramente da imputarsi alla sua sapiente struttura, che riesce a sovrapporre più piani interpretativi – dal thriller, alla teoria sul riso, al simbolismo religioso e letterario – che permette a diverse categorie di lettori di potervisi immergere in modo soddisfacente.

Sebbene il suo secondo romanzo, atteso spasmodicamente da critica e pubblico, Il pendolo di Foucault (Bompiani, 1988), fosse uscito in un numero maggiore di copie, poi, sulla distanza non è riuscito a battere la fortuna del suo predecessore. In ogni caso, anche nel Pendolo di Foucault si possono riconoscere facilmente i temi cari all’autore: se prima le atmosfere medievali erano affidate ai monaci, qui l’indagine verte su misteri templari e la forte carica simbolica resta inalterata.

Un aspetto, quello del simbolismo, che Eco porterà con sé in tutto il suo percorso narrativo, dall’Isola del giorno prima (Bompiani, 1994) e Baudolino (Bompiani, 2000), alla La misteriosa fiamma della regina Loana (Bompiani, 2004), una curiosa galleria pop, un insieme di immagini legate alla nostra cultura popolare, in cui, con un escamotage narrativo abbastanza semplice, Eco porta il suo protagonista a passeggio lungo le strade di una memoria che riconosciamo condivisa dall’autore stesso.

Umberto Eco muore a Milano nel febbraio del 2016. Negli ultimi anni della sua vita, benché malato, continua nel limite delle possibilità a portare avanti i suoi interessi, impegni, passioni per il mondo culturale. In ultimo fonda, con Elisabetta Sgarbi, storico direttore editoriale di Bompiani, una nuova casa editrice, La nave di Teseo, presso cui è in corso di ripubblicazione – scadenza dei diritti permettendo – tutta la sua opera.

I suoi 30.000 libri invece, andranno all’Università di Bologna, che dedicherà un’intera ala all’interno della sua biblioteca per ospitarli tutti.

Ma ritorniamo a “Il nome della rosa” di Umberto Eco

 Uscito nel 1980 per Bompiani, Il nome della rosa è il primo romanzo scritto da Umberto Eco, all’epoca quarantaseienne e molto noto come semiologo. In questo libro che Eco scrive per pura passione, vincendo l’imbarazzo di passare dal ruolo di critico a quello di narratore, convergono i suoi interessi principali: quello per i libri antichi, quello per i gialli, quello per il comico, quello per il Medioevo. Partendo dal topos del manoscritto ritrovato, Il nome della rosa racconta attraverso la voce di Adso da Melk, un novizio benedettino, la storia dell’indagine da lui compiuta al seguito del frate francescano, Gugliemo da Baskerville. L’azione si svolge in sette giorni alla fine del 1327 all’interno di un monastero del Piemonte. Vincitore del premio Strega nel 1981, il libro è stato tradotto in quaranta lingue e ha venduto nel mondo cinquanta milioni di copie; nel 1986 ne è stato tratto un film per la regia di Jean-Jacques Annaud con Sean Connery, e nel 2019 una miniserie diretta da Giacomo Battiato per Rai Fiction con John Turturro.

 Matteo Motolese, docente di Linguistica italiana all’università La Sapienza di Roma, ha studiato gli autografi di Umberto Eco per il suo libro Scritto a manoOtto capolavori della letteratura italiana da Boccaccio a Eco, edito da Garzanti. Qui ci conduce all’interno del romanzo, ricostruendo la sua genesi, la sua attenta pianificazione, il gioco letterario che richiama le figure di Sherlock Holmes e Watson, le critiche ricevute al momento della pubblicazione e l’enorme successo di pubblico in tutto il mondo.

Perché leggere Il nome della rosa oggi? Per tre motivi. Primo perché è un libro molto divertente da leggere,  pensato per il piacere del lettore e questo in letteratura conta molto. Secondo perché ci trasporta in un tempo diverso dal nostro, il Medioevo, che però ha una serie di affinità con il nostro mondo e ci immerge in quel mondo mettendoci in contatto con esso meglio che attraverso la lettura di un manuale, e terzo perché racconta quanto siano stati importanti nel passato i libri, quegli oggetti che hanno contenuto le idee che gli uomini hanno elaborato nel corso del tempo ma che contengono in sé meglio di qualsiasi altra cosa l’essenza di un tempo.

 

 La trama in sintesi

La trama si svolge nel 1327 all’interno di un’ignota abbazia benedettina medioevale, dove alcuni monaci trovano inspiegabilmente la morte.

Data la mentalità chiusa del tempo e condizionata unicamente dalla religione, la causa delle morti viene attribuita all’intervento di forze demoniache e queste vengono percepite come presagi dell’Apocalisse.

Così finiscono per essere accusati degli omicidi una giovane ragazza (considerata una strega), Salvatore, un monaco mentalmente ritardato che parla una strana lingua fatta di volgari misti e Fra’ Remigio, un ex dolcini ano, questo a seguito di un incendio divampato accidentalmente e del successivo ritrovamento di un gatto nero e di un gallo morto, animali spesso usati per riti satanici. I tre dunque vengono dichiarati eretici e condannati al rogo.

Guglielmo però riesce infine a trovare la reale soluzione dell’enigma, nonostante ciò non eviti la morte di Salvatore e Remigio.

 I personaggi 

Guglielmo da Baskerville è un personaggio particolare: la sua mentalità va controcorrente rispetto alle ideologie del periodo, contrariamente a ciò che si predicava, per essere un frate nutriva un fortissimo interesse per la conoscenza e per le materie scientifiche, inoltre il suo metodo d’indagine si basa sulla ricerca di una spiegazione razionale e questo, unito alla sua spiccata capacità deduttiva, ricorda le tecniche d’investigazione utilizzate dal famoso Sherlock Holmes, protagonista dei romanzi gialli di Arthur Conan Doyle, dal quale Umberto Eco trasse grande ispirazione per delineare il protagonista della sua storia. Riguardo quest’aspetto nel film è necessario riconoscere la bravura del regista che è riuscito a mantenere in modo impeccabile le caratteristiche del personaggio. Un grande merito va riconosciuto anche allo scenografo Dante Ferretti, uno tra il più celebri nel suo campo, che è riuscito a riprodurre perfettamente l’atmosfera oscura e misteriosa che circonda la vicenda e il monastero in sé, custode d’indicibili segreti. Complementare all’immagine dell’abbazia è la scelta degli attori che interpretano i monaci, dai volti deformi e cupi. L’unico luogo che acquista una valenza positiva rispetto al resto dell’ambientazione è lo scriptorium, luogo in cui la sapienza risiede e viene divulgata, pervaso dalla luce.

 Tematiche del racconto 

La tematica principale si sviluppa intorno alla ricerca della conoscenza. Per comprenderla è necessario essere consapevoli che nel medioevo ogni aspetto della vita e della mente dell’uomo è legato alla religione e il sapere era limitato a quello che è detto nelle Sacre Scritture o sostenuto dagli antichi teologi e filosofi (Aristotele è l’esempio dominante), dunque chi si spingeva oltre ed eseguiva nuovi studi veniva visto come un peccatore e condannato come eretico dalla Chiesa stessa. Oltre a questo la dottrina era fondata sull’assoluto disprezzo della vita terrena, quindi dei suoi piaceri e divertimenti i quali allontanavano da Dio.

Questa è la chiave di tutta la storia: la morte dei frati era legata a un libro della poetica di Aristotele riguardante la commedia (di cui era negata l’esistenza), dove venivano esaltati il divertimento e il riso, tuttavia questi concetti erano all’epoca inconcepibili, perché come dice Jorge, il bibliotecario il riso uccide la paura e senza la paura non ci può essere la fede. Questo personaggio appare ossessionato dal tema, l’emblema della società chiusa del tempo, infatti alla fine si scopre essere proprio lui l’artefice delle morti: egli aveva avvelenato le pagine del libro in questione, in modo tale che chiunque avesse ingerito l’inchiostro (era normale leccarsi le dita prima di voltare le pagine), sarebbe morto. In più il suo personaggio, cieco, è in realtà la metafora di una fede cieca, che non ammette compromessi.

La complessità del percorso che porta alla scoperta della verità è anche simboleggiata dalla biblioteca dove il libro era nascosto, formata da un intricato labirinto.

Nel finale il libro finisce incenerito dalle fiamme di un incendio che avvolge la biblioteca, che ingoierà non solo la maggior parte di tutti i manoscritti lì presenti, ma lo stesso Jorge, che sceglierà di morire insieme al segreto celato dalle pagine scritte dal filosofo.

Tra le tematiche secondarie sviluppate emerge la denuncia verso una Chiesa corrotta dalla ricchezza in cui proliferano peccati di gola e lussuria, in contrapposizione con la realtà disastrata dei poveri, i quali sono paradossalmente costretti a pagare tributi al monastero e si ritrovano a frugare tra i resti delle cibarie dello stesso pur di sopravvivere. La ragazza, della quale Adso s’innamora, ne è un esempio: perché disposta a offrire il suo corpo ad uno dei monaci in cambio di cibo. La società medioevale era anche totalmente invasa dalla violenza, come dimostrato dalle moltissime scene dove il sangue era l’elemento dominante.

 Il nome della rosa: differenze tra libro e film 

Durante la produzione è stato più volte chiesto il parere dello stesso autore, così da raggiungere un ottimo risultato finale. Comunque nella trasposizione cinematografica sono presenti alcune differenze, talvolta anche rilevanti.

Tra queste forse la più importante riguarda le numerose discussioni di ambito teologico e filosofico presenti frequentemente nel romanzo ma che nello sceneggiato vengono unicamente accennate soprattutto perché rischiavano di non essere comprese dal pubblico.

L’ambientazione appare molto più grande di come dovrebbe essere, la struttura descritta nel libro ha dimensioni ridotte di quella che compare e la stessa biblioteca originariamente comprendeva solo un piano.

Un’altra piccola modifica è data dal fatto che inizialmente Adso è un novizio benedettino, ma nel film è un francescano, come Guglielmo.

Totalmente aggiunta è invece la scena della morte di Bernardo Gui, inquisitore mandato nell’abbazia per risolvere il caso degli omicidi, ucciso dalla gente che aveva assistito all’esecuzione dei condannati, gettato con il carro da una scarpata, probabilmente per  dare maggiore teatralità al finale.

Il titolo, Il nome della rosa, riprende il motto del romanzo comparso anche nel film: stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus, che tradotta significa  l’antica rosa rimane (solo) nel nome, noi possediamo soltanto nudi nomi. La frase, che riflette la considerazione di Adso fatte sul finale, indica che di ciò che è avvenuto nel passato non rimangono altro che semplici parole. Nel lungometraggio l’espressione viene associata alla ragazza, il cui nome rimane sconosciuto fino alla fine, come ignoto è il nome della rosa e questo viene evidenziato dallo stesso narratore.

La ragazza ricompare davanti ad Adso quando questi lascia il monastero insieme al suo maestro, dal quale si separa, tuttavia egli decide di lasciarla per seguire la sua vocazione.

 

CONTESTO STORICO-SOCIALE DE IL NOME DELLA ROSA

Nel Medioevo, periodo di decadenza e di incertezza, ci fu un fenomeno di abbandono in massa delle città, dovuto alle guerre e alle epidemie, che comportò il trasferimento della maggior parte della popolazione nelle zone rurali; i centri di potere, quindi, non erano più le città, ma le numerose corti e abbazie disseminate per tutto il territorio europeo.

Queste ultime erano cinte da spesse mura per proteggersi da eventuali attacchi, come conferma Adso, protagonista del romanzo Il nome della rosa, che afferma: “Non mi stupirono di essa (l’abbazia) le mura che la cingevano  da ogni lato, simili ad altre che vidi in tutto il mondo cristiano, ma la mole di quello che poi appresi essere l’Edificio”.

Nonostante quindi il monachesimo prevedesse uno stile di vita austero, le abbazie, in quanto centri di potere che governavano ampi territori, erano molto ricche e imponenti; la “bacinella d’oro” è un indizio di questa ricchezza, e il timore reverenziale che l’abbazia suscitava nei pellegrini dimostra come costruzioni così maestose fossero inusuali per quel periodo: “Io ne trassi spavento, e una inquietudine sottile. Dio sa che non erano fantasmi dell’animo mio immaturo, e che rettamente interpretavo indubitabili presagi iscritti nella pietra…”.
Tuttavia, la paura iniziale lasciava presto il posto allo stupore e all’ammirazione, come si può ben notare dai verbi e dagli aggettivi attribuiti al paesaggio dove aveva sede l’abbazia: “dolce pianoro”, “smussava”, “morbida conca”.

La relazione che esisteva tra la Chiesa e l’Impero è resa evidente dall’interesse che l’imperatore in persona nutre per le questioni religiose e fa sì che i due poteri siano considerati insieme, come si nota dalla “lettera coi sigilli imperiali” e da ciò che Guglielmo da Baskerville dice all’Abate: “Io vengo come pellegrino nel nome di Nostro Signore e come tale voi mi avete reso onore. Ma vengo anche a nome del nostro signore su questa terra (…) e anche a suo nome vi ringrazio per la vostra accoglienza”.

Per quanto riguarda la mentalità tipica di questo periodo, era opinione comune che alcune forme geometriche e particolari numeri avessero una forte valenza simbolica in ambito religioso. Ad esempio, una figura come il tetraedro veniva vista come una …figura perfettissima che esprime la saldezza e l’imprendibilità della Città di Dio, il numero tre invece simboleggiava la santa Trinità e veniva ripetuto molte volte negli edifici, come i tre ordini di finestre del torrione. Anche le architetture rispettavano questa mentalità, avendo particolari costruzioni a quattro, cinque, sette e otto lati: Otto il numero della perfezione d’ogni tetragono, quattro il numero dei vangeli, cinque il numero delle parti del mondo, sette il numero dei doni dello Spirito Santo.

Inoltre gli edifici erano così imponenti che era difficile credere che fossero stati costruiti dall’uomo; Adso, infatti, nomina dei “giganti” che, facendo da tramite tra la terra e il cielo, avrebbero edificato l’abbazia dove si trovava il giovane novizio.
In questo periodo inoltre si pensava anche che tutte le cose terrene tendessero verso il cielo (concetto ben rappresentato dall’immagine della roccia che si prolunga verso l’alto) e che fossero diverse da quelle celesti: … così che ciò che era fisicamente quadrato sulla terra, era spiritualmente triangolare nel cielo.

Non solo tutte le cose terrene tendono verso l’alto, ma sono anche dei simboli che, saputi decifrare, parlano all’uomo della vita eterna, come pensava lo scrittore Alano delle Isole, menzionato da Guglielmo (scriveva in latino, che era ancora la lingua della letteratura). Tuttavia il maestro di Adso è dell’opinione che la realtà permette all’uomo di decifrare non solo i misteri della vita eterna, ma anche di quella terrena; proprio per questo Guglielmo riesce a prevedere le sembianze e la via di fuga di Brunello, cavallo preferito dell’abate, fuggito dalle scuderie poco prima dell’arrivo all’abbazia dei due protagonisti.

Quando Guglielmo da Baskerville descrive Brunello ai suoi agitati inseguitori segue un momento di sconcerto da parte del cellario e degli stallieri; questo dimostra che uomini con la cultura e l’intelligenza del maestro di Adso non erano molto comuni e ne conseguiva che, come afferma lo stesso novizio, il mio maestro, in tutto e per tutto uomo di altissima virtù, indulgeva al vizio della vanità quando si trattava di dar prova del suo acume….

Tuttavia, Guglielmo improvvisa anche una descrizione degli occhi, delle orecchie e della forma della testa, elementi che non potevano essere dedotti neanche dall’osservazione più minuziosa, ma che vengono subito accettati per veritieri dai monaci, dato che i parametri della bellezza di un cavallo dettati dalle auctoritates prevedevano proprio quelle particolarità descritte da Guglielmo.
Nel Medioevo, l’auctoritas imponeva il modo di pensare e non poteva essere contraddetta, quindi ad essa si rifacevano i concetti di bellezza e di perfezione; inoltre, le auctoritates avevano una grande rilevanza nella formazione dei monaci benedettini, per questo motivo gli inseguitori del cavallo (facenti parte dell’abbazia benedettina) credono subito alla descrizione di Guglielmo.
Il monaco francescano usa il nome “Brunello”, in quanto nome coniato da “il grande Buridano”, un intellettuale parigino suo contemporaneo.

Conclusa la descrizione del suo maestro, Adso afferma che: non solo sapeva leggere nel gran libro della natura, ma anche nel modo in cui i monaci leggevano i libri della scrittura, e pensavano attraverso di quelli, alludendo alla capacità di Guglielmo di riconoscere e interpretare i simboli della natura, ma soprattutto alla sua capacità di cogliere la mentalità degli altri monaci, influenzata in tutto e per tutto dalle auctoritates.
Nei pensieri di Adso viene espresso anche un pensiero filosofico, che si rifà alla filosofia medievale cristiana: Tale è la forza del vero che, come il bene, è diffusivo di sé.
Quindi, nel periodo medievale la cultura e la mentalità erano influenzate da autorità che stabilivano precisi concetti e regole, perciò non vi erano molte forme di “libero” pensiero; un personaggio come Guglielmo da Baskerville, che grazie alla sua preparazione riesce ad avere una mentalità più ampia, è forse un caso più unico che raro, e per questo motivo riesce a suscitare lo stupore dei suoi ascoltatori.

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