Una malattia diversa, per i vaccinati – Sul Coronavirus, dal Post

Quando ci siamo salutati l’ultima volta lo scorso 23 dicembre, i casi positivi rilevati in Italia erano in forte aumento e nei giorni seguenti avrebbero fatto superare diversi record. In poche settimane, milioni di persone in Italia hanno avuto un’infezione da coronavirus, spesso senza accorgersene o avendo sintomi molto lievi, specialmente se si erano vaccinate da poco o avevano ricevuto la dose di richiamo. Ormai è del resto chiaro: per i vaccinati, la COVID-19 di oggi è molto diversa e in parte meno preoccupante rispetto alla malattia che iniziammo a conoscere nei primi mesi del 2020.

Un cambiamento così marcato, avvenuto tutto sommato in breve tempo, è dipeso appunto dai vaccini da un lato e, dall’altro, dalla variante omicron che si è rivelata estremamente contagiosa, ma con una minore capacità di causare sintomi gravi tra chi è vaccinato. Di COVID-19 si continua comunque a morire e alcuni ospedali sono in affanno per l’alto numero di ricoveri, che riguardano per lo più le persone non vaccinate.

Per rendersene conto basta osservare i dati che pubblica periodicamente l’Istituto superiore di sanità (ISS). Il rischio di essere ricoverati per COVID-19 in ospedale è 12,6 volte superiore per un non vaccinato rispetto a una persona che abbia completato il ciclo vaccinale al massimo da quattro mesi; il rischio è invece di 19,6 volte superiore per chi non è vaccinato rispetto a chi lo è e ha ricevuto anche la dose di richiamo.

Il rischio relativo per i non vaccinati di essere ricoverati in terapia intensiva è 23,1 volte più alto rispetto ai completamente vaccinati da meno di quattro mesi, e di 25,7 volte rispetto ai vaccinati con dose di richiamo. I vaccini mostrano inoltre di mantenere un’alta protezione anche tra chi li ha ricevuti da più di quattro mesi, con un rischio di ricovero in terapia intensiva di 15,4 volte inferiore rispetto ai non vaccinati. Nella maggior parte dei casi, per i vaccinati ammalarsi di COVID-19 oggi equivale ad avere i sintomi di un raffreddore o di una lieve influenza. Vengono di solito segnalati naso che cola e congestione nasale, mal di gola, mal di testa, talvolta tosse e febbre. La fase più acuta dura un paio di giorni e di solito in meno di una settimana i sintomi svaniscono senza lasciare conseguenze.

L’esperienza è quella di una malattia fastidiosa e simile a quelle tipiche della stagione fredda, ma questo non significa che ora la COVID-19 sia un’influenza, come qualcuno ha suggerito in questi giorni. È una malattia con un tasso di letalità più alto dell’influenza, che si diffonde molto più rapidamente e verso la quale la popolazione non ha ancora sviluppato difese immunitarie adeguate, essendo stata esposta al coronavirus che la causa da appena due anni e parzialmente (ci sono ancora molte persone che non hanno contratto il coronavirus né hanno ricevuto il vaccino).

Omicron
Tra fine novembre e inizio dicembre, quando omicron si stava diffondendo soprattutto nel Sudafrica, le prime esperienze cliniche (quindi dall’analisi sulle persone ricoverate o comunque sotto sorveglianza sanitaria) avevano indicato sintomi più lievi da omicron rispetto ad altre varianti, con minori ricoveri. I dati erano però pochi e non era nemmeno chiaro se la circostanza fosse dovuta alle caratteristiche del virus o al fatto che la maggior parte degli individui fosse giovane e immunizzata, o tramite vaccinazione o con più frequenza in seguito a una precedente infezione.

Ora sappiamo qualcosa di più sulla variante in sé, grazie agli studi condotti da numerosi gruppi di ricerca in giro per il mondo, che hanno raccolto campioni e fatto esperimenti di laboratorio. Molti di questi sono arrivati più o meno alle medesime conclusioni: nella maggior parte dei casi omicron interessa soprattutto le alte vie respiratorie, mentre sembra essere meno aggressiva a livello dei polmoni, dove un’infezione virale può portare a una risposta eccessiva del sistema immunitario e a danni seri per l’apparato respiratorio. 

Ricoveri
Intanto gli effetti di omicron continuano a essere evidenti, soprattutto in termini numerici. Nell’ultima settimana sono aumentati i ricoveri in terapia intensiva, i morti, e c’è stata un’ulteriore crescita dei contagi, seppur nettamente inferiore rispetto a quella registrata nelle ultime settimane. A risultare positivo al coronavirus è stato più di un milione di persone soltanto nell’ultima settimana, ma come abbiamo visto i contagi di per sé hanno un valore e un peso diversi oggi rispetto al passato quando non c’erano i vaccini, erano prevalenti varianti meno contagiose rispetto alla omicron e si effettuavano meno test.

I dati più importanti sono relativi ai ricoveri, che misurano anche la tenuta del sistema sanitario, e l’andamento dei decessi. Nell’ultima settimana i nuovi ingressi in terapia intensiva sono stati 1.084, il 23,1 per cento in più rispetto alla settimana precedente quando erano stati 880. C’è però da fare un po’ la tara: un’indagine della FIASO, la Federazione italiana aziende sanitarie e ospedaliere, ha raccolto i dati di 550 pazienti ricoverati nelle aree COVID-19 di sei aziende ospedaliere, rilevando che il 34 per cento dei pazienti non manifesta «segni clinici, radiografici e laboratoristici di interessamento polmonare: ovvero sono stati ricoverati non per il virus ma con il virus». Sono perlopiù persone arrivate in ospedale per altri motivi e che al momento del ricovero sono risultate positive al coronavirus, ma senza avere sintomi della malattia.

A differenza di altri paesi come il Regno Unito, in Italia i dati non distinguono tra i pazienti che hanno chiari sintomi della COVID-19 e quelli che risultano positivi, ma sono ricoverati in ospedale per altre ragioni: è quindi impossibile capire quanto la rilevazione sia attendibile a livello nazionale. Un paziente ricoverato positivo e asintomatico è comunque un problema per gli ospedali, perché deve essere mantenuto in un reparto dedicato per evitare che contagi altri pazienti, con sforzi e difficoltà maggiori per medici e infermieri.
Tra il 6 e il 12 gennaio è stata superata la soglia di un milione di contagiati: ne sono stati trovati 1,2 milioni. È il 34,7 per cento in più rispetto ai sette giorni precedenti. La velocità di crescita dei casi sta rallentando, perché dal 30 dicembre al 5 gennaio l’aumento percentuale era stato del 136 per cento rispetto ai sette giorni precedenti. È un segnale che indica il possibile avvicinamento al picco dei contagi della quarta ondata.

In altri paesi europei la situazione è ancora in evoluzione e più incerta, ma se continua così l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) prevede che nei prossimi due mesi la variante omicron contagerà metà della popolazione europea.

Obbligo
Come sapete, a inizio gennaio il governo ha infine deciso di introdurre l’obbligo di vaccinazione contro il coronavirus per le persone con almeno 50 anni. Il provvedimento è in vigore da cinque giorni e resterà attivo almeno fino al prossimo 15 giugno (chi compirà 50 anni entro la scadenza sarà soggetto all’obbligo). Non è obbligato a fare il vaccino chi non può per motivi di salute e chi è guarito recentemente dalla COVID-19, dovendo attendere almeno 120 giorni prima di potersi vaccinare.

I controlli sul rispetto dell’obbligo inizieranno dal primo febbraio e saranno effettuati incrociando i dati delle persone residenti in Italia con quelli delle anagrafi vaccinali regionali o provinciali tramite il sistema delle tessere sanitarie. Chi non rispetta l’obbligo riceverà una sanzione di 100 euro non ripetibile erogata dall’Agenzia delle Entrate. Qui trovate gli altri dettagli.

L’Italia non è comunque l’unico paese ad avere introdotto un obbligo vaccinale in Europa. Diversi altri paesi hanno annunciato o già avviato pratiche simili, in vari casi basate sull’età o sul tipo di professione. Al momento l’Austria è l’unico paese europeo ad avere proposto un obbligo vaccinale per i maggiori di 14 anni, ora al vaglio del Parlamento.

Green Pass e guarigione
Nelle ultime settimane centinaia di migliaia di persone hanno ricevuto l’esito di un tampone negativo dopo essere state positive al coronavirus, quindi hanno interrotto l’isolamento e teoricamente avrebbero potuto uscire di casa per tornare al lavoro, a scuola, nei ristoranti, nei cinema e negli stadi. Ma tra loro moltissime sono rimaste bloccate, nonostante il tampone negativo, perché il sistema di rilascio dei Green Pass in seguito a guarigione è andato in tilt.

Le segnalazioni sono aumentate dalla fine dell’anno. Non è chiaro quante siano con precisione le persone bloccate, perché i problemi che riguardano la procedura di rilascio sono diversi e coinvolgono i sistemi sanitari gestiti a livello regionale. Considerando il funzionamento della procedura e i principali intoppi individuati, il blocco potrebbe coinvolgere migliaia di persone.

Le questioni principali sono due: i problemi legati al meccanismo di riattivazione del Green Pass dopo la guarigione; e quelli legati al fatto che il Green Pass riattivato in molti casi sia quello vecchio, e magari prossimo alla scadenza, e non quello nuovo, ottenuto dalla guarigione.

Sì e no
Da inizio settimana sono state inoltre estese le circostanze in cui è necessario esibire un Green Pass “rafforzato”, il certificato che si ottiene solamente con la vaccinazione completa o con la guarigione dalla COVID-19 da meno di sei mesi. È diventato necessario per viaggiare sui mezzi di trasporto pubblico sia a breve sia a lunga percorrenza.

Il Green Pass “rafforzato” deve essere inoltre esibito per accedere ad alberghi e strutture ricettive, ai bar e ai ristoranti: senza non si possono fare consumazioni né all’interno né all’esterno. Il certificato è inoltre necessario per accedere a mostre, musei, parchi a tema, piscine all’aperto, per utilizzare gli impianti sciistici, accedere ai centri benessere e termali, per partecipare a feste e cerimonie, sagre, fiere e congressi. Serve anche per le sale scommesse, bingo, da gioco e per i casinò, così come per i centri culturali, sociali e ricreativi. 
Estensione
La scorsa settimana il ministero della Salute ha esteso la possibilità di ricevere la terza dose di vaccino contro il coronavirus anche ai ragazzi e alle ragazze tra i 12 e i 15 anni. Il richiamo si potrà fare quattro mesi dopo la seconda dose, seguendo le nuove tempistiche decise di recente dal governo che hanno ridotto di un mese l’attesa per procedere con il richiamo dopo il completamento del primo ciclo vaccinale.

Altro obbligo
Dallo scorso 25 dicembre in tutta Italia è obbligatorio indossare la mascherina all’aperto. Inoltre, in alcuni luoghi al chiuso e sui trasporti pubblici è obbligatorio utilizzare le FFP2.

Le mascherine FFP2 offrono una maggiore protezione dai contagi rispetto alle mascherine chirurgiche (quelle di tessuto sono da tempo sconsigliate), e sono state ritenute particolarmente importanti per contenere i contagi dovuti alla variante omicron, più contagiosa della delta. Nelle farmacie le mascherine FFP2 non potranno essere vendute a più di 75 centesimi l’una, in seguito a un accordo raggiunto dal governo con le associazioni di categoria delle farmacie FederFarma, AssoFarm e FarmacieUnite in via di formalizzazione.

La decisione non riguarda altri rivenditori come catene di supermercati e negozi online, quindi occorre fare un po’ di attenzione a che cosa si compra.
  Scuola
Lunedì, nel corso di una conferenza stampa sulle recenti decisioni del governo per contrastare la pandemia, il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha chiarito che sulla scuola sarà tenuto «un approccio un po’ diverso rispetto al passato», cioè rispetto ai primi mesi della pandemia, quando il governo guidato da Giuseppe Conte ricorse spesso alla chiusura delle scuole durante i periodi di picco del contagio. Secondo Draghi, chiusure e didattica a distanza dovranno essere limitate per «cercare di minimizzare gli effetti economici e sociali e sui ragazzi e le ragazze che hanno risentito più di tanti altri delle chiusure, dal punto di vista psicologico e della formazione».

Draghi ha spiegato inoltre che «la scuola è fondamentale per la nostra democrazia», mentre nelle sue prime risposte alle domande dei giornalisti ha sottolineato che «il governo ha la priorità che la scuola resti aperta, in presenza» e che «non ha senso chiudere la scuola prima di tutto il resto». Draghi ha poi citato alcuni dati secondo cui in Italia si sono persi più giorni di scuola in presenza a causa della pandemia rispetto alla media dei principali paesi europei.

Lockdown
La politica del governo cinese di mettere intere città in lockdown dopo la scoperta di poche decine di casi positivi (la cosiddetta “strategia zero-Covid”) sta peggiorando una delle più grosse crisi emerse nel 2021: quella dei commerci globali, o più precisamente della “supply chain” (letteralmente “catena dell’approvvigionamento”). I lockdown, che stanno riguardando città da milioni di persone, hanno già provocato la chiusura o il rallentamento della produzione di aziende internazionali che hanno fabbriche in Cina, e hanno aggravato i ritardi delle spedizioni marittime, su cui si basa buona parte del commercio globale.

Finora la crisi della “supply chain”, dovuta in buona parte alla mancanza di beni prodotti in Cina, come i microchip nel settore elettronico, ha causato un aumento generale dei prezzi, portando nelle principali economie mondiali l’inflazione ai massimi da vari decenni.

La pandemia ha reso ancora più evidente quanto i consumi dei paesi occidentali dipendano dalla produzione cinese. BoJo
A fine anno vi avevamo raccontato la polemica sulle feste tenute nella residenza del primo ministro Boris Johnson durante i primi mesi di lockdown. Dopo l’ennesima notizia di una festa tenuta nel giardino di Downing Street il 20 maggio – notizia venuta fuori nei giorni scorsi – Johnson si è scusato con un breve discorso in parlamento, sostenendo in sostanza di avere agito in buona fede.

Nel suo discorso al parlamento, Johnson ha ammesso di sapere che «ci sono cose che non abbiamo fatto bene, e me ne devo prendere la responsabilità», ma ha aggiunto che «il giardino è un’estensione dell’ufficio ed è stato utilizzato costantemente perché stare all’aria aperta serviva per fermare il virus», e che «tecnicamente» le circa 40 persone che avevano partecipato alla festa del 20 maggio non avevano violato nessuna regola.

Le scuse non hanno convinto una parte del suo stesso partito, che ha chiesto ufficialmente le sue dimissioni. «È finita», ha detto laconicamente un ministro del suo governo, preferendo rimanere anonimo. L’impressione di diversi commentatori britannici è che il consenso di Johnson all’interno del partito Conservatore e dell’elettorato sia così basso che a breve potrebbe essere costretto effettivamente alle dimissioni.

Tassa
François Legault, il primo ministro della provincia canadese del Québec, ha detto che imporrà una tassa a chi non ha ricevuto nemmeno una dose di vaccino contro la COVID-19. Il Québec è la prima provincia del Canada in cui verrà adottata una misura simile, ed è anche la provincia in cui sono morte più persone a causa del coronavirus. Legault non ha ancora fornito dettagli sull’importo della tassa e sulle sue modalità di imposizione. Raccontare la scienza
Come accaduto in altre circostanze negli ultimi due anni di pandemia, l’incertezza data dalla nuova ondata è diventata motivo di un’estesa e per molti versi comprensibile frustrazione, a sua volta legata a un condiviso scoramento per i condizionamenti esercitati dal coronavirus, in gradi e forme differenti, sulle vite di tutte le persone.

Ad accrescere il senso di frustrazione collettiva ha in parte contribuito la sostanziale impossibilità di accelerare i tempi di riduzione di quei margini di incertezza, percepita dalla gran parte dei media e dell’informazione generale come un ostacolo da superare il più velocemente possibile. La tendenza è di cercare di escluderla – più o meno gradualmente – dalle descrizioni accurate degli eventi, nel tentativo di renderle più chiare e comprensibili. È una tendenza che in una certa misura ha a che fare con gli obiettivi stessi dell’informazione e con l’ambizione di spiegare le cose, ma che per altri versi trova una sua espressione in alcune forme di giornalismo che prediligono alle descrizioni la dimensione del racconto, e che fanno delle narrazioni uno dei principali strumenti di riduzione e addomesticamento della complessità.

Perché il giornalismo fa fatica a raccontare la scienza.

Podcast
Prima di salutarci per la prima volta quest’anno, siamo contenti di condividere con voi una novità, un nuovo podcast che inizia proprio oggi e aperto a tutte le persone che leggono il Post. Si chiama Politics e, come avrete intuito dal nome, parla di politica, ma in un modo diverso rispetto a come viene raccontato solitamente questo argomento. Francesco Costa e Chiara Albanese, che lo curano, cercano in ogni puntata di spiegare come funziona una delle cose più importanti tra quelle che ci circondano, soffermandosi sui meccanismi più inafferrabili e spesso incomprensibili della politica italiana.

Politics è disponibile gratuitamente sul Post, sull’app del Poste su tutte le principali piattaforme di podcast come Spotify e Apple Podcast, e come questa newsletter e tutte le altre cose che facciamo esiste soprattutto grazie a chi di voi ha deciso di abbonarsi al Post

Avevamo molti arretrati da raccontarvi e siamo andati un po’ lunghi, quindi non vi rubiamo altro tempo: le circostanze sono quelle che sono, ma ci fa molto piacere ritrovarsi, insieme. 

Ci sentiamo il prossimo giovedì, ciao!

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