Vangelo di Domenica 1 Novembre 2015

Le donne e gli uomini delle beatitudini

Vangelo di Matteo 5, 1-12

Vedendo che c’era tanta gente Gesù salì verso il monte. Si sedette, i suoi discepoli si avvicinarono a lui ed egli cominciò a istruirli con queste parole: “Beati quelli che sono poveri di fronte a Dio, perché Dio offre a loro il suo regno. Beati quelli che sono nella tristezza, perché Dio li consolerà. Beati quelli che non sono violenti, perché Dio darà loro la terra promessa. Beati quelli che desiderano ardentemente ciò che Dio vuole, perché Dio esaudirà i loro desideri. Beati quelli che hanno compassione degli altri, perché Dio avrà compassione di loro. Beati quelli che sono puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati quelli che diffondono la pace, perché Dio li accoglierà come suoi figli. Beati quelli che sono perseguitati per aver fatto la volontà di Dio, perché Dio darà loro il suo regno. Beati siete voi quando vi insultano e vi perseguitano, quando dicono falsità e calunnie contro di voi per il fatto che siete miei discepoli. Siate lieti e contenti, perché Dio vi ha preparato una grande ricompensa: infatti, prima di voi, anche i profeti furono perseguitati”.

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1 novembre: Solennità di tutti i Santi
La festa degli uomini e donne di buona volontà!
“Commento di don Franco Galeone”
(francescogaleone@libero.it)

a. Sono sicuro che i santi non amano essere oggetto di biografie; se potessero fare qualche dispetto ai loro autori, lo farebbero volentie¬ri. Infatti, nessuno meglio dei santi sa quanto siano povere o esagera¬te le pagine che li riguardano. Io provo sempre un certo malessere quando leggo alcune analisi storiche, sociologiche, psicologiche, che pretendono di penetrare il mistero della santità. Mi disturba altrettanto l’opposta tendenza dell’apologetica edulcorata e sacro-caramellosa che sopravvive anche oggi. Insomma, con i santi occorre andare cauti: se il biografo è cattolico, deve cercare di non farsi prendere dall’entusiasmo; se è laico, gli farà bene lasciarsi coin¬volgere dal sacro.

b. Festeggiare tutti i santi, quelli del cielo e quelli sulla terra, signifi¬ca entrare in una comunione infinita. Leggo nel diario di Cesare Pavese, un autore che visse in disparte dalla Chiesa e soffrì il morso della solitudine: «La massima sventura è la solitudine» (Il mestiere di vivere). Commovente confessione! L’uomo cerca sempre qualcosa di cui anche le realtà più umane sono soltanto un segno o un simbolo. Si direbbe che l’uomo cerchi qualcosa superiore all’umano. Il grande problema è dunque questo: può l’uomo vivere creden¬do solo a se stesso? Può l’uomo realizzarsi pensando solo alla terra? Un antico spiritual negro così canta: «Camminiamo sulla terra, che han percorso i santi tuoi; tut¬ti ci ritroveremo dove eterno splende il Sol». Si tratta, forse, di essere più attenti: «Possibile che tu sia così disattento da non esserti accorto che c’è Qual¬cuno? Che non smette un attimo di tenerti d’occhio? Da sempre, da pri¬ma che tu nascessi?» (I.A. Chiusano, Note di un contemporaneo).

c. Ci sono alcuni errori di prospettiva da correggere a proposito dei santi:
> Il primo è quello di ammirarli soltanto nella loro condizione finale o nella gloria della loro canonizzazione. In realtà, i santi sono in mezzo a noi, anche se «ciò che saremo non è stato ancora rivelato» (1Gv 3,2). Essi appartengono in primo luogo alla terra, a quel popolo in cammino che viene dalla grande prova della vita, e ascende, in cor¬teo ininterrotto, verso la Città Santa. Spesso rischiamo di considerare i santi come dei superuomini, che si elevano al di sopra, al di fuori dei comuni mortali, con i loro miracoli e con la loro eccezionale volontà. Anche i santi, invece, sono soggetti alle passioni umane, ma le mettono al servizio della santità: cosa è la santità se non una passione convertita? La casa di Dio è una casa di uomini (convertiti!), non di superuomini. Persino Dio, si è fatto uomo! I santi sono i più umani degli uomini.

> Il secondo è quello di credere il santo un essere asessuato, senza passioni, dalla spiritualità uniforme. Invece, come noi, il santo vive una vita spericolata, fragile in senso fisico e metafisico: diversamente da noi, però, appoggia la sua impotenza all’onnipotenza divina. Per que¬sto, il santo appare padrone di sé, equilibrato, sereno, e questo anche quando la sua salute è cronicamente debole. I santi sono tutti della nostra stessa identica povera stoffa, sono dei grandi infermi, periodicamente fiaccati dal duro mestiere di vivere e attratti da facili inviti alla resa e alla fuga. Tutti, come l’apostolo Paolo, «schiaffeggiati da satana e tentati di chiedere a Dio che si allon¬tani». La risposta di Dio sarà sempre una sola: «Ti basta la mia gra¬zia». Nada te turbe!

d. Quando il 1° novembre ritorna a presentarci la visione dantesca del Paradiso, immensamente affollato di santi e di sante, ripenso con gioiosa malinconia a una frase del grande L. Bloy: «Il n’y a qu’une tristesse, c’est de ne pas être des saints». Non mi riferisco tanto ai santi del nostro calendario.
Io sento il fascino di questa moltitudine umana, pas¬sata nei millenni sulla terra, e poi scomparsa senza lasciare nessuna traccia. La moltitudine umana che oggi vive sulla terra, ma di cui nes¬suno scrive, e che se ne va «come di autunno si levan le foglie, l’una appresso dell’altra in fin che il ramo rende alla terra tutte le sue spoglie». La moltitudine immensa: ecco il punto di riferimento per una riflessione non ideologica, perché la realtà della morte è l’unica for¬ma di democrazia esistenziale e di uguaglianza ontologica. La morte è «una livella»; morire è entrare nella schiera dei poveri.

d. Siamo talmente inclini alla tristezza che abbiamo fatto di questa radiosa Festa di Tutti i Santi una festa triste, qualcosa di intimamente legato alla festa dei morti, la festa dei cimiteri, dei fiori funebri, delle gramaglie. Invece di pensare alla gioia di cui godono, forse ci rattristiamo ancora una volta di averli perduti. La vicinanza fra la festa dei santi e la commemorazione dei defunti ci ricorda la verità misteriosa della vita eterna; la fede è un tentativo di guardare oltre il muro d’ombra, dietro l’angolo. Noi non sappiamo. La visita al cimitero sottolinea questa nostra radicale igno¬ranza: Ignoramus et ignorabimus! Questa ignoranza, per altro, è necessaria per una fede che non si abbandoni alle fabulazioni della immaginazione. Una fede superficiale diventa facile illusione, sfrutta le naturali paure, per costruire alienanti illusioni. Accetta¬re questo limite come condizione normale è entrare in una docta ignorantia, che ci mette in comunione con i santi e con i defunti. Ricordare i defun¬ti è ricordare il nostro passato come fonte della vita e della fede. Venerare i santi è riconoscere la tensione al futuro: invocarli non è piegarli alla nostra volontà, ma riconoscere la nostra dipendenza dal soprannaturale.

e. Celebrare i santi e ricordare i defunti non è un semplice atto di venerazione per gli antenati, ma entrare in rapporto con le forze della vita. Quando veniamo al mondo, riceviamo dagli «ante-nati» un complesso di forze interiori, di energie vitali, che riassumono una lunga storia. A noi è affidato il compito di portare a compimento la loro tensione per i «post-nati». Siamo legati a realtà più complesse delle apparenze. La tensione di vita che l’uomo prova gli viene dal passato, e lo spinge verso il futuro. Il nostro presente può pre¬parare e anticipare il futuro, nel bene come nel male. Pregare i santi e venerare i defunti significa appunto impegnarsi per assumere que¬gli atteggiamenti di vita e non di morte che ci consentono di valoriz¬zare il passato e di accogliere il futuro che già irrompe nella nostra piccola storia. Siamo sulla terra per arredare la nostra eternità! A tutti Buona vita!

NB. Per quanti sono interessati, ricordo che ogni ultimo sabato, a partire dal 31 ottobre, riprenderà la celebrazione dell’Eucaristia in lingua originale del Signore, secondo il rito cattolico, presso la Sala G. Moscati (Parrocchia “Buon Pastore”- Caserta), alle ore 17.00. Queste le date:

2015: 31 ottobre; 28 novembre; 26 dicembre;
2016: 30 gennaio; 27 febbraio; 26 marzo; 30 aprile; 28 maggio; 25 giugno.

Un tempo di forte spiritualità
per riflettere sul profeta Isaia

אִמְרוּ֙ לְנִמְהֲרֵי־לֵ֔ב חִזְק֖וּ אַל־תִּירָ֑אוּ הִנֵּ֤ה אֱלֹֽהֵיכֶם֙ ה֥וּא יָב֖וֹא וְיֹשַׁעֲכֶֽם׃

Dite agli smarriti di cuore: Coraggio! Non temete!
Ecco il vostro Dio! Egli viene e vi salverà (Is 35,4).
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Per contatti: francescogaleone@libero.it

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