Vangelo di domenica 13 Settembre 2015

 Il Vangelo chiede continua coerenza

Vangelo di Marco 8,27-35

Poi Gesù e i suoi discepoli partirono verso i villaggi della regione di Cesarea di Filippo. Lungo la via, Gesù domandò ai discepoli: “La gente, che dice? Chi sono io?”. Gli risposero: “Alcuni dicono che tu sei Giovanni il Battezzatore, altri che sei il profeta Elia, altri dicono che tu sei uno dei profeti”. Gesù domandò loro ancora: “e voi, che dite? Chi sono io?”. Pietro rispose: “Tu sei il Messia, il Cristo”. Allora Gesù ordinò loro di non parlarne a nessuno. Poi Gesù, rivolto ai discepoli, cominciò a dire chiaramente: “il Figlio dell’uomo dovrà soffrire molto. E’ necessario. gli anziani del popolo, i capi dei sacerdoti e i maestri della legge lo condanneranno; egli sarà ucciso, ma dopo tre giorni risusciterà”. A queste parole, Pietro prese da parte Gesù e si mise a rimproverarlo. Ma Gesù si voltò, guardò i discepoli e parlò severamente a Pietro: “Va’ via, lontano da me, Satana! Perché tu non ragioni come Dio, ma come gli uomini”.

 

XXIV domenica del tempo orinario (B)
Gesù, il messia sofferente, è uno scandalo!
“Commento di don Franco Galeone”
(francescogaleone@libero.it)

La chiesa tra istituzione e ispirazione
Questo celebre testo si chiama la confessione di Cesarea; quello che subito colpisce è il contrasto immediato tra il Beato te, Pietro… su di te costruirò la mia chiesa… a te darò le chiavi del mio regno (Mt 16,17) e le altre parole di Gesù: Va’ via, lontano da me, satana, perché tu ragioni come gli uomini! (Mc 8, 33). Cerchiamo di capire. Il vero capo della chiesa non è il papa né il collegio dei vescovi né la curia romana, ma è lo Spirito Santo! E lo Spirito è sovranamente libero, è creazione, è apertura; sfugge tutti coloro che vogliono imprigionarlo in un uomo, in una formula, in un tempio, in un oggetto. Soffia assolutamente dove, quando, come vuole; ha scelto come dimora la chiesa, ma ha pure innumerevoli residenze secondarie. Il dramma della chiesa è la tensione tra l’istituzione che tende a irrigidirsi e ad autogiustificarsi, e l’ispirazione che tende a scavalcare ogni autorità e controllo. Ma non vi è contraddizione fra il carisma dell’autorità e quello dell’istituzione; la lotta non è tra i carismi ma tra le persone. Certo, vi sono molte istituzioni senza ispirazione, e sono sepolcri imbiancati; ma non può esistere ispirazione autentica che non diventi anche istituzione: l’amore crea la famiglia, il genio crea l’opera d’arte, la fede crea la chiesa. Quello che occorre è che l’istituzione dialoghi sempre con l’ispirazione: il capo non è colui che detiene il potere, ma colui che è docile allo Spirito, che accoglie ogni buona ispirazione, che riconosce con sincerità di non sapere niente: Non la carne e il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli (Mt 16,18). L’autorità va esercitata come un dono e non come un diritto. Ricordare queste verità potrà aiutare a risolvere la crisi attuale dell’autorità. L’autorità perde valore quando si limita solo a regolare, legiferare, strutturare; allora la chiesa rischia di essere governata come una qualsiasi società, una società di opere pie, che però non conosce la libertà dello Spirito. Le comunità cristiane di base sono vissute e vivono senza ministri ordinati; al contrario, numerose parrocchie languono sotto il peso dell’abitudine, dell’autoritarismo, della chiusura dei loro pastori.

Pietro, su questa pietra fonderò la mia chiesa… Pietro, va’ indietro satana!
L’episodio di Pietro che rimprovera addirittura Gesù è ricco di insegnamenti! E viene rimproverato dopo avere ricevuto l’investitura del primato! Questa contraddizione fa nascere una riflessione: qualunque cosa l’uomo possa pensare, è sempre a misura di uomo; anche quando noi narriamo la rivelazione, anche quando Dio ci parla, tutto viene sempre compreso con i limiti ermeneutici dell’uomo. Il pensiero di Dio in sé nessuno lo conosce. L’apparente semplicità di questa verità nasconde complicazioni che vanno chiarite. Anzitutto va detto che non tutti gli uomini pensano alla stessa maniera, tutti sono convinti che la loro verità è quella vera, e che va anche difesa e diffusa con la violenza! Ci sono alcuni che riescono a stabilire i valori dominanti, le regole morali, i principi conoscitivi in una società. Noi conosciamo bene questa cultura egemone; ricordiamo solo qualche valore: l’attenzione alla ricchezza, al potere, alla bellezza, alla carriera, il primato della nostra cultura, l’identificazione della persona con l’avere… Dalla preistoria ad oggi, la cultura viene confezionata e gestita dalle classi dominanti. Esiste però anche una cultura subalterna, un pensiero inespresso degli esclusi, che non possiedono cultura nel senso che noi intendiamo; la loro pazienza storica, la loro voglia di liberazione, la loro attenzione all’essere delle cose… non trovano spazio nel grande recinto della nostra civiltà; o meglio, trovano spazio, ma a condizione che i poveri accettino di integrarsi nella nostra società.

Le allettanti promesse del potere, del successo, del denaro!
La nostra religione, nata come piccola e lieta minoranza, ha allargato lentamente i propri spazi grazie all’imperatore Costantino prima, Teodosio poi e, infine, Giustiniano; non appena si sono aperte le porte del privilegio, anche noi cristiani siamo entrati nella sala dei comandi, abbiamo conquistato quel potere che Gesù aveva rifiutato, e che anche noi, prima della conquista, avevamo contestato come roccaforte del maligno, cittadella del male. Le astuzie della ragione umana sono davvero ineffabili! Quante volte si è ripetuto nella storia sacra il passaggio dal Non possumus al Possumus davanti alle allettanti promesse del potere! Dobbiamo chiederci: perché su questa pagina del vangelo si sono versati fiumi di inchiostro per dimostrare che Gesù ha dato il primato a Pietro? Perché tanta lussureggiante teologia su questo primato e nessun commento su quelle parole che vengono dopo: Va’ lontano da me, satana!, che pure sono parole di Gesù? Il perché è che questo primato è stato letto secondo le categorie della cultura egemone, cioè secondo la logica del potere di giurisdizione, fino a definire il papa re dei re e signore dei signori. Si è sempre cercato di fare tacere quegli incauti che osavano ricordare che la passione di Gesù, dei poveri, degli esclusi… durerà sino alla fine del tempo. Chiunque ricorda che l’amore di Dio passa attraverso questi esclusi, turba il sistema religioso, va censurato. E’ pericoloso ricordare che ogni autorità deve imitare quella di Cristo, che il primato del papa è un primato di funzione e di servizio, che nel cristianesimo non ci sono onori ma responsabilità, non presidenze ma “grembiuli”, non posti da coprire ma fratelli da servire, non professionisti di carriera ma dilettanti di amore. Diceva Ignazio di Antiochia che, se primati ci devono essere, uno solo è accettabile: il primato e la presidenza dell’amore! Buona vita!

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