Vangelo di domenica 5 giugno 2016

Nella persona di Gesù di Nazareth, il Dio della consolazione
Vangelo di Luca 9,12-17

In seguito Gesù andò in un villaggio chiamato Nain: lo accompagnavano i suoi discepoli insieme a una gran folla. Quando fu vicino all’entrata di quel villaggio, Gesù incontrò un funerale: veniva portato alla sepoltura l’unico figlio di una vedova, e molti abitanti di quel villaggio erano con lei. Appena la vide, il Signore ne ebbe compassione e le disse: ‘Non piangere!’. Poi si avvicinò alla bara e la toccò: quelli che la portavano si fermarono. Allora Gesù disse: ‘Ragazzo, te lo dico io: alzati!’. Il morto si alzò e cominciò a parlare. Gesù allora lo restituì a sua madre. Tutti furono presi da stupore e ringraziavano Dio con queste parole: ‘Tra noi è apparso un grande profeta!’. Altri dicevano: ‘Dio è venuto a salvare il suo popolo’. E la notizia di questi fatti si diffuse in quella regione e in tutta la Giudea.

 

5 giugno 2016 – Domenica tempo ordinario (C)

Giovinetto, dico a te, alzati! Umano fino al miracolo (Lc 7, 11)

”Commento di don Franco Galeone”

(francescogaleone@libero.it)

 

Non è per indulgere al sentimentalismo se riflettiamo su quell’incontro umanissimo di Gesù con una madre in pianto per la morte del figlio. Donna, non piangere! Una donna, una bara, un corteo: sono i tre elementi base del racconto, è la normale tragedia, dolore più grande del mondo, quel buco nero che inghiotte la vita, quel freddo improvviso che ti stringe la gola e sai che d’ora in poi niente sarà più come prima. Quella donna era vedova, aveva solo quel figlio, che per lei era tutto. Due vite precipitate dentro una sola bara. Quante storie così anche oggi, quante famiglie dove la morte è di casa. Perché questo accanirsi su spalle fragili? Il Vangelo non dà risposte, mostra solo Gesù che piange insieme alla donna. Gesù penetra dentro il suo abisso insieme a lei. Due cortei: uno di morte guidato dai seppellitori, uno di vita guidato da Gesù.

Il Vangelo dice che Gesù fu preso da grande compassione per lei. La prima risposta del Signore è di provare dolore per il dolore della donna. Vede il pianto e si commuove, non prosegue ma si ferma. Ma non si accontenta di asciugare lacrime. Gesù le si avvicina, forse, in cuor suo sta maledicendo Dio: Perché a me? Cosa ho fatto? Quella donna non prega, ma Dio ascolta il suo gemito, e le si fa vicino come una madre al suo bambino. Si accosta alla bara, la tocca, parla: Ragazzo dico a te, alzati! E lo restituisce alla madre.

Non per è meriti speciali, non è per un atto di fede, ma è solo per il dolore che quella madre di Nain riceve il miracolo. Sì, il miracolo avviene solo perché quella madre non pianga più. Il Signore ci è vicino ogni giorno nella gioia (ricordate quel tenero e inutile miracolo durante le nozze di Cana?), come nel dolore (altrettanto inutile, dal momento che siamo destinati sempre tutti alla morte). I miracoli di Gesù sono segno della presenza di Dio nella storia degli uomini. Di gioie e dolori è intessuta la vita, e ogni accadimento è sotto lo sguardo di Dio, anche se non lo sappiamo. Quello che noi ingenuamente chiamiamo miracolo, avviene attorno a noi, ogni momento. La nostra vita è piena di miracoli nascosti. Siamo sempre tutti sulla via di Nain!

Se noi siamo rimasti indifferenti alla lettura di questo Vangelo di risurrezione, vuol dire che la nostra fede deve anch’essa risuscitare. Cerchiamo di riflettere, e non è difficile, perché tutti abbiamo dei defunti tra i nostri parenti, molti di noi hanno visto un defunto, qualcuno ha forse anche pregato vicino al letto di un defunto. Sappiamo anche che esiste un Dio che riuscita i morti, che ha vinto la morte, che ogni comunione fatta bene introduce nel nostro corpo mortale un seme di immortalità.

*  Non siamo uomini e donne se non guardiamo in faccia questo mistero della morte. Il modo in cui si chiude una vita ha qualcosa di spietato che contraddice tutte le nostre aspirazioni. Una pietra sopra, una fossa di terra ed è tutto finito! L’amore, si dice, è più forte della morte, e però la morte separa inesorabilmente quelli che si amano. Certo, si può continuare ad amare dopo morte, ma si deve rinunciare a comunicare. Ora, cos’è l’amore senza comunicazione? Come si comprende Orfeo, che, rischio della vita, va a ricercare Euridice negli inferi! Ma appena tenta di comunicare con lei, gli sfugge! Davanti a questo muro insormontabile, siamo tentati di ribellione. Ma ribellarsi è rinunciare a capire, e invece bisogna continuare a cercare.  Alle domande, Cristo non risponde mai. Agisce. Cristo non spiega nulla. Vive e fa vivere. Con i suoi gesti insinua che c’è il segreto di una vita che oltrepassa la morte, che qualcosa dell’uomo sopravvive dopo la morte, come la coscienza persiste attraverso il nostro sonno notturno. La morte, come il sonno, assomiglia all’annientamento, ma per tutti e due c’è un risveglio che smentisce quest’apparenza. L’unica raccomandazione di Gesù era: Non avere paura! Solo abbi fede! Quando l’uomo si abbandonava fiduciosamente a lui, scopriva che niente era più impossibile: i malati erano liberati dalla infermità, gli avari dal denaro, i lussuriosi dalla fame di sesso, i peccatori ritrovavano l’innocenza, i morti stessi risuscitavano. Si iniziava ad amare l’uomo vedendolo come Dio lo vedeva, e si amava Dio vedendo l’uomo a sua immagine.  Questo ragazzo restituito alla vita è l’immagine di ciò che può toccare all’uomo, non alla fine dei tempi, ma oggi, qui, subito. Cosa volete che sia la rianimazione di un cadavere? A noi interessa la animazione definitiva dello spirito più che del corpo, destinato per natura alla decomposizione. Mi ha fatto sempre riflettere che questo stesso brano di Vangelo noi lo leggiamo nella festa di santa Monica (27 agosto) come segno di risurrezione spirituale: quella del figlio Agostino, che Monica ottenne con le sue lacrime e le sue preghiere. Non è a questa vita che bisogna ricondurre i nostri morti. A cosa è servito al figlio di quella vedova ritornare in vita? Qualche anno più tardi è dovuto nuovamente morire. La figlia di Giairo è stata svegliata dal suo sonno, ma un bel giorno si sarà riaddormentata. Lazzaro è uscito vivo dalla tomba, ma presto o tardi vi è rientrato.  Non è nel progetto di Dio la soppressione della morte. Ci sono risurrezioni migliori, assai più belle delle risurrezioni dei corpi. In qualche parte tutti noi siamo morti. Morti alla fede viva, alla speranza gioiosa, alla carità operosa. Ci sono ampie zone di ombra nel nostro io ove non scendiamo mai per timore di dover cambiare o della disperazione che ci assalirebbe. Sì, anche le anime muoiono alla loro maniera. Ci sono anime morte, e il peggior cadavere è meno ributtante di certe decomposizioni spirituali. Ma Dio è capace di cambiarci, di farci uscire dal nostro bel sepolcro dove viviamo eutanasiati. Avere fede in Dio significa credere che può fare di noi un uomo nuovo, come un bambino appena nato. Alla mia età non è possibile rinascere! – si diceva il vecchio Nicodemo. E’ possibile, anzi, se non si ri-nasce, non si entra nel regno di Dio. Allora il vero ateo non è colui che asserisce che Dio non c’è; asserzione assurda: come lo potrebbe dimostrare? Il vero ateo, quello che posso essere io, tu, noi, è chi sostiene che Dio è incapace di cambiarlo, che è troppo tardi, che è troppo vecchio (c’è chi lo dice a 15 come a 70 anni!). Il vero ateo nega la forza infinita, la potenza di risurrezione. Nega il primo articolo del Credo: Io credo in Dio Padre onnipotente. Quelle vitali parole Dico a te, alzati! sono rivolte a noi, con autorità e con efficacia!  A differenza dei sapienti orientali, che considerano il morire una liberazione, e a differenza dei filosofi greci  (pensiamo a Socrate!), che considerano la morte una guarigione, Gesù invece vede nella morte una manifestazione inaccettabile del mistero di iniquità. Dio è amante della vita, e ha creato l’uomo per la vita. Anche se, in ultima analisi, la morte è naturale quanto la nascita, resta il fatto che la morte è sentita come innaturale, come una tragica ingiustizia. Gesù si è ribellato alla morte, anche in momenti tragici come davanti a Lazzaro o nell’agonia del Getsemani; egli non fa come l’asceta che educa i discepoli a morire impassibili; resta pienamente umano. In che modo  possiamo affermare, senza cadere nella retorica, che il regno di Dio è già cominciato, e che la morte è già vinta? Come possiamo annunciare la vita eterna, noi, candidati alla morte, senza cadere in contraddizione, senza abbandonarci a pie illusioni? La verità della risurrezione poggia su questa verità: a Dio, padre onnipotente, tutto è possibile! Però non basta. Occorre che noi, già su questa terra, viviamo come figli

della risurrezione. La vita eterna già comincia su questa terra, dentro di noi. Muore ogni giorno l’uomo vecchio, e nasce l’uomo nuovo!  Facciamone esperienza. BUONA VITA!

 

 

 

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