Vangelo di Domenica 9 Agosto 2015

Nutrirsi alla vita per comunicare vita

Vangelo di Giovanni 6, 41-51

Quegli ebrei che parlavano con Gesù si misero a protestare perché aveva detto: “Io sono il pane venuto dal cielo”; e osservavano: “Costui è Gesù, non è vero? E’ il figlio di Giuseppe. Conosciamo bene suo padre e sua madre. Come mai ora dice: Io sono venuto dal cielo?” Gesù rispose: “Smettetela di protestare tra di voi. Nessuno può avvicinarsi a me con fede, se non lo attira il Padre che mi ha mandato. E io lo risusciterò nell’ultimo giorno. I profeti hanno scritto queste parole: Tutti saranno istruiti da Dio; ebbene, chiunque ascolta Dio Padre ed è istruito da lui si avvicina a me con fede. Nessuno però ha visto il Padre se non il Figlio che viene dal Padre. Egli ha visto il Padre. Ve lo assicuro: chi crede in me ha la vita eterna. Io sono il pane che dà la vita. I vostri antenati, nel deserto, mangiarono la manna e poi morirono ugualmente; invece, il pane venuto dal cielo è diverso: chi ne mangia non morirà. Io sono il pane, quello vivo, venuto dal cielo. Se uno mangia di questo pane, vivrà per sempre. Il pane che io gli darò è il mio corpo, dato perché il mondo abbia la vita”.

 

XIX domenica del tempo ordinario (B)
Gesù, pane del cielo per l’uomo della terra
“Commento di don Franco Galeone”
(francescogaleone@libero.it)
Basta, Signore, prenditi la mia vita!
Fanno impressione queste parole disperate sulla bocca del profeta Elia, il profeta “le cui parole bruciavano come una torcia” (Sir 48). Dopo aver confuso i sacerdoti di Baal sul monte Carmelo, ora crolla; sembrava un gigante e invece le minacce di una donna lo spaventano fino alla morte. Getta la spugna. Basta con tutti, anche con Dio! Lui che aveva risuscitato una ragazza, ora desidera solo morire. Anche se porta il nome impegnativo di Elia, che significa “Il mio Dio è Iahweh”, ora si sente un uomo fragile come tutti; era stato mandato da Dio a convertire gli altri, e ora si accorge di essere un peccatore come tutti: “Io non sono migliore dei miei padri”. La crisi di Elia è anche la nostra crisi. Anche noi abbiamo conosciuto l’euforia del successo, del traguardo, dell’applauso; ma dopo ci cadono addosso lo smarrimento, la sfiducia, la stanchezza. C’è sempre un dopo. Dopo “osanna”, ci gridano “crucifige”. E se anche non ci cade addosso la grande crisi, possiamo soffrire la crisi della monotonia, della noia, del “non cambia mai nulla!”. Ieri ci sentivamo trasfigurati nella gioia del Tabor, il giorno dopo ci sentiamo sfigurati dal dubbio. Come uscirne? Se riflettiamo con fede, l’aiuto del Signore ci è già giunto: è la stessa crisi, è la “visita” del Signore. Sembra incredibile, ma la salvezza viene dalla stessa crisi, perché questa ci obbliga a fare un salto di qualità, a crescere nella fede, a scegliere il Signore, abbandonando tutti quei giocattoli religiosi che riempiono la nostra vita. “Quando ero bambino parlavo da bambino …”.

Un pane disceso dal cielo, per l’uomo in cammino …
Per comprendere meglio il pane eucaristico, basterà riflettere sul pane casalingo offerto dai genitori ai figli. Il pane acquista significato perché qualcuno lo ha fabbricato, qualcuno lo ha guadagnato, qualcuno lo mangerà. I genitori procurano il pane, il cibo, i vestiti, con il proprio lavoro; essi diventano pane di vita per i loro figli, non soltanto perché hanno dato loro la vita, ma perché, in qualche modo, sono continuamente “mangiati” dai loro figli. Dando il pane, frutto del loro lavoro, il padre e la madre possono in qualche modo dire: “Questo pane è la mia carne data per i miei figli”. Come i genitori e i figli possono dare al pane un significato così profondo, così anche Gesù ha voluto dare al pane un “significato” e una “realtà” tutta nuova: mangiare il pane eucaristico diventa il segno efficace della sua intima presenza e comunione con coloro che in Lui credono. L’esperienza serena del pasto familiare e la scoperta dei suoi significati umani sono la strada più semplice e più valida per una comprensione ricca ed autentica dell’Eucaristia. Mangiare il pane di vita significa credere in Gesù, unirsi a Lui per essere una sola cosa con Lui. Sotto i segni del pane e del vino condivisi, Gesù si rende presente a noi e ci dà la possibilità di vivere in Lui.

Un senso per vivere!
Elia, il grande profeta di Israele, che, sfiduciato, fugge nel deserto e invoca la morte, mi suggerisce qualche riflessione sulla necessità di avere un senso, un ideale, una bandiera nella vita, per vivere bene! L’uomo ha bisogno di un pezzo di deserto in cui rifugiarsi per ritrovare se stesso, non per rimanerci, ma per scoprire il senso della vita, e uscirne con una speranza nuova. L’uomo è con-tinuamente teso a scoprire i segreti della natura; in realtà, ciò che maggiormente lo sconcerta è la sua stessa esistenza; non sono tanto il macrocosmo né la microfisica a meravigliare con angoscia esaltante l’uomo di oggi, quanto l’ineludibile interrogativo: “Io, chi sono?”. L’uomo ha il privilegio di interrogare se stesso, può stupirsi delle cose e sa della sua meraviglia. Questa interiore riflessione caratterizza e insieme isola l’uomo nell’u¬niverso; questa “regale solitudine” dell’uomo ha suggerito all’autore biblico una riflessione antropologica profonda: “L’uo¬mo impose nomi a tutto il bestiame, ma l’uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile” (Gn 2,20). Quest’uomo dappertutto incontra ossequiente sottomissione, ma non trova risposta: la sua signoria nel mondo è anche inquieta solitudine. L’uomo è il senso della terra, ha scritto Nietzsche, ma il senso dell’uomo qual è?

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