Vittorio RUSSO, Equatore, Milano, Cairo, 2019, pp. 203.

L’ultima fatica letteraria di Vittorio Russo dal titolo Equatore, edita da Cairo, si divide in due parti; la prima parte di trentatré capitoli, la seconda di diciassette con dei Ringraziamenti finali. Il titolo Equatore riassume in se il viaggio compiuto dal nostro Autore nel visitare lo stato dell’America Meridionale l’Equador e le isole Galàpagos situate nell’Oceano Pacifico, insieme ad Alduccio detto Duccio, a « Dànao, il mio mitologico nipotino di tredici anni; Eride sua madre, con occhi di leonessa affamata di cose del passato e della natura» (p. 11). I tre, partiti dall’aeroporto di Madrid, dopo più di dieci ore di volo arrivano a Quito capitale dell’Equador, che «ci è parsa immediatamente triste nella sua dimensione di presepe piovoso» (p. 12).

La prima città visitata dai nostri viaggiatori è Mitad del Mondo, una località a nord di Quito dove passa la linea dell’equatore, da qui anche il titolo del libro, Vittorio ricorda che il passaggio della linea dell’equatore da parte dei velieri nel passato costringeva i mozzi, che per la prima volta facevano questa traversata a sottostare ad un battesimo di iniziazione, l’Autore stesso ricorda il suo personale, quando un anziano nostromo, vestito da Babbo Natale lo strigliò con uno spazzolone. Mentre per i nostri viaggiatori trovarsi al centro della terra è «un momento di grande solennità» (p. 14), la gente del posto vive questa «sua quotidianità indifferente a queste stravaganze che destano lo stupore dei visitatori» (p. 15). Nel visitare la città di Otavalo, invece, il Nostro viaggiatore è colpito dal suo mercato, per cui descriverlo «è un’avventura fra le parole […] Tutto è sospeso in una dimensione fuori dal mondo, in un’atmosfera impalpabile, molle di umidità e spessa di respiri umani e di esalazioni di ogni sorte» (p. 25). La visita alle Cascate di Peguche suscita «lo stupore per il silenzio quasi sovrumano che vi regna» (p. 33), mentre i colori della città di Quito «inebriano la vista e placano le tempeste degli umori del taedium vitae» (p. 41). Il nostro Autore della capitale dell’Equador ci narra le vicende storiche, ci descrive le sue chiese, i suoi palazzi, le sue piazze e le sue strade, perché «Quito è una Roma al cubo per gli innumerevoli colli, tutti erti e scagliosi» (p. 49); si sofferma in particolare sul Complesso di Sant’Agostino con il suo stile churrigueresco, che non è altro che «un’esasperazione del barocco con ridondanze di ori ed elaborazioni effimere fino alla banalità» (p. 58), su Piazza Grande «gremita in maniera inverosimile nell’occorrenza del giorno festivo» (p. 60), sulla Chiesa della Compagnia di Gesù «considerata  uno tra i luoghi di culto più celebri dell’America Meridionale» (p. 65), sul Complesso di San Francesco nel quale sono rintracciabili «tratti classici propri dell’architettura rinascimentale e manierista italiana» (p. 68), il museo della Casa del Alabado con la sua collezione di arte precolombiana così come il Museo de la Ciudad. I nostri viaggiatori, con un viaggio in autobus di circa quattrocento chilometri si trasferiscono da Quito a Guayaquil, la strada che è un « serpente sinuoso» (p. 85) attraversa sterminate piantagioni di banane, ananas e manghi. La città si presenta come «una metropoli frenetica, con le dita tortuose dei suoi meandri d’acqua protese a graffiare lo smeraldo verde del Pacifico e le antenne dei suoi edifici affilati a scorticare lo zaffiro blu del cielo. È una città affamata di aria, di vita, di tutto» (p. 87). Il nostro Vittorio anche qui si sofferma a narrarci la leggenda romantica della sua fondazione e delle peripezie di Francisco de Orellana, che alla ricerca del mitico Eldorado riesce a esplorare, con poco o niente, il Rio delle Amazzoni, per cui è da considerarsi «uno Schliemann dei mari» (p. 97) e quelle  dell’italiano Gaetano Osculati, il quale nella sua opera Esplorazioni delle regioni Equatoriali, «rappresentò con accurati bozzetti le genti che aveva incontrato, i loro costumi, la flora e gli insetti che aveva scoperto» (p. 100). Entrambi questi esploratori «Sono stati uomini inimitabili perché hanno fatto del loro viaggiare un’opera mirabile forgiandola in modo che facesse di essi persone diverse ogni volta e a ogni passo diversamente affamate di conoscenza» (p. 101). «È una metropoli di grande dinamismo Guayaquil, espressione del nostro tempo, vivace di sorrisi, di fiori e di un intenso vocio quasi mediterraneo.

Adagiata sul largo fiume Guayas fra isole e pieghe tortuose della costa, la vezzeggiano gli aromi intensi di una flora variopinta che ovunque incornicia edifici, strade, monumenti» (p. 103), così insieme ai suoi compagni di viaggio Vittorio visita e descrive la strada principale che conduce al Parco del Centenario, all’incantevole Malecón 2000, «un muraglione che protegge la costa e l’abitato dall’azione del mare» (p. 103). Lungo le strade che si percorrono si percepiscono sensazioni e odori, che con la descrizione che ne fa il nostro Autore sembra di avvertire anche il lettore, per la bravura della resa: «Camminiamo indugiando con passo pigro per farci accarezzare la pelle dal velo di vento dolce che viene dall’oceano e porta odori inusuali e aromi che impregnano il volto e i capelli. Camminiamo piano, perché non ci sfugga nulla di questo mondo affrescato come un paesaggio da cartone animato» (pp. 104-105). Suscitano stupore quando per la strada che si sta percorrendo: «Qua e là si aprono aree con il libro accesso alla rete internet e colonnine attrezzate per la ricarica gratuita dei telefonini» (p. 106). Ai nostri accorti viaggiatori non può mancare una visita al Museo Antropologico di Arte Contemporanea, che stupisce non solo per quanto vi è stato raccolto ma anche per la modernità dell’edificio e «l’efficace organizzazione museale» (p. 107) e al Museo Presley Norton, che raccoglie: «testimonianze di arte pre-colombiana accuratamente esposte nelle sale» (p. 110) e il Parco delle Iguane situato davanti alla Cattedrale.

 Nella seconda parte del libro è descritta, invece, la visita alle isole Galápagos, dove: «verso la prima metà dell’Ottocento Darwin ebbe modo di studiare la fauna e la flora e trarne conclusioni che furono una fulminante rivoluzione negli assopiti assiomi della scienza» (p. 117) e dove i nostri instancabili viaggiatori arrivano dopo circa due ore di viaggio aereo e qui scoprono che non si accettano se non dollari americani come valuta e che è vietato portare dal continente cibi e animali, che potrebbero  «alterare l’equilibrio floro-faunistico dell’Arcipelago» (p. 122). Il nostro Autore dopo averci raccontato la storia degli insediamenti umani dell’arcipelago, costituito da una dozzina di isolette vulcaniche poste sulla linea dell’equatore, indugia su una descrizione precisa e dettagliata della sua flora e fauna.

I nostri viaggiatori nel loro vagabondaggio incontrano personaggi che si imprimono nella loro memoria, così nella loro visita a Otavalo si accompagnano insieme a «due viaggiatori tedeschi, Sabrina e Tobia, poco più che trentenni entrambi, curiosi come noi di visitare questa città di epoca incaica, ma armati solo del loro tenue inglese dal teutonico accento» (p. 13) mentre nel visitare l’isola Isabela delle Galápagos sono accompagnati da Enrique, un bambino che a Vittorio «sembra un adulto miniaturizzato» (p. 161) per la buffa corporatura, non meno lo è Mauro che accompagna i nostri in barca all’isola di Santa Fe, ed utilizza un linguaggio che è «una rotatoria di suoni in una lingua veloce, che non si fanno parole e ancor meno pensiero» (p. 189).

Il nostro instancabile viaggiatore nel visitare la città di Otavalo, è colpito soprattutto dai volti della persone adulte «che sono la parte che incanta di più» (p. 22), così come quelle dei più piccoli: «E poi vi sono i volti dei bambini: volti che interrompono le asperità di quelli degli adulti. Sono faccini furbi, con occhi di lucida tenerezza, con sguardi che racchiudono tutti i timbri dell’emozione» (p. 24). La folla che a Quito segue il ventotto ottobre la processione di San Giuda, patrono dei disperati: «È un serpentone colorato la cui testa da una parte e la punta della coda dall’altra si sperdono in lontananze contrapposte […] Sui marciapiedi, contenuta con difficoltà dalla polizia, ondeggia una marea di persone di ogni taglio umano: gente zoppicante, sbracciata, storta, gesticolante, malfatta, ragazze dai volti sguaiati, venditori di bibite. Soprattutto, torme di bambini assordanti e inarrestabili come giostre. Ruzzano intorno alle madri con gaiezza primaverile come l’andirivieni di onde cullanti» (p. 78).

Gli oggetti di arte precolombiana ammirata, dal nostro Autore, nei tanti musei equadoregni non ha nessuna «convergenza con la nostra prospettiva culturale. Nessuno di essi coincide con i requisiti artistici ai quali siamo educati in Europa. Qui occorre guardare da un punto di vista diverso e smettere la nostra visione etnocentrica» (p. 70). Gli oggetti esposti «non richiamano canoni universali di bellezza comprensibili sempre e da tutti. Riflettono piuttosto punti di vista di una rappresentazione primordiale del sacro nella sua prospettiva apotropaica, cioè tendente ad allontanare influenze maligne, quindi anche esorcizzante e divinatoria» (ibidem).

Dei tanti animali del nuovo mondo osservati nel loro ambiente naturale: «Superato il primo sgradevole impatto, le iguane diventano incontri curiosi e perfino simpatici» (112), così nell’Isola di Santa Cruz delle Galápagos ci si stupisce per «la familiarità che gli animali hanno con le persone» (p. 130), i nostri viaggiatori si muovono in mezzo a «creature mostruose e dolci, morbide e irsute in uno scenario di avventura che sa di immenso e di selvaggio, capace di sconvolgere anche la più disponibile delle fantasie» (ibidem), i versi che gli animali emettono sono «un concerto di suoni che a suo modo è anche ordinato. Prima uno starnazzare improvviso, poi la regolarità di sbuffi, strisciamenti, piccoli guaiti, frulli d’ali, gorgoglii, fruscio di piume, sospiri, abbaiamenti, soffi possenti, pigolii e nenie interminabili come un vento docile che passa tra i rami spezzati di una pisonia dai semi appiccicosi» (p. 131). Gli animali che vengono osservati sono le iguane terrestri e marine, le foche, i leoni marini, i pellicani, le testuggini giganti con la storia di George il Solitario il suo rappresentante più famoso e di Diego «considerato un infaticabile Casanova» (p. 153), di questi animali è descritto anche l’accoppiamento, sul quale confesso non aveva mai riflettuto fino a quanto non ho letto l’accurata esposizione che ne fa Vittorio. Nel visitare le altre isole dell’arcipelago si incontrano colonie di pinguini e nugoli di fenicotteri rosa, gabbiani, albatri, sule, cormorani, e fringuelli di Darwin, nelle cui ali sembrano avere «impresso il codice segreto del movimento» (p. 174).

Il paesaggio arboricolo dell’Isola di Santa Cruz delle Galápagos si presenta agli occhi dei nostri viaggiatori con «una vegetazione degna dell’infernale visione dantesca del canto dei suicidi: un enorme sterpaio di scheletrica vegetazione» (p. 123). Accanto a questo paesaggio si incontra anche una flora lussureggiante coloratissima: «Dappertutto ibiscum bianchi, rossi o a foglia singola, tappeti di lantane multicolori come se ne vedono da noi solo di rado, alberi chiamati palo santo con tante proprietà mediche, e ancora opuntie, opuntie dovunque» (p. 135). Nel visitare le isole Los Gemelos (I Gemelli) sempre nell’arcipelago delle Galápagos «La vegetazione è madida di rugiada e ogni goccia riflette un piccolo sole in una vasta gamma di iridescenze. Tutto riluce di una freschezza intatta. Sulle corone di entrambi i crateri crescono incredibili viluppi di felce giganti che pare possono arrivare all’altezza di dieci metri. Tutto il paesaggio esplode però dei colori di una flora intricatissima. Vi è un numero incredibile di piante grasse della famiglia dei cactus. In particolare sono opuntie dai frutti rossi, sommacchi dalle foglie velenose, piante di ricino dalle gemme sanguigne e le foglie stellate, boccioli dai colori morbidi di pastello e alberi tipici delle Galápagos detti lechosos» (p. 179). Le piante di scalesie poi «fanno poesia senza strumenti. Le loro foglie appena accarezzate dal vento sono capaci di singolari melodie» (p. 180), vi «sono pure le miconie, floridi arbusti sempreverdi dalle larghe foglie vellutate e dai frutti dolci e carnosi che attirano gli uccelli» (p. 181). «La vegetazione intorno a noi, ingarbugliata di corolle ridenti e di odori, è quasi predisposta ad arte per farsi rappresentazione di una magia floreale. Ma forse non è una rappresentazione, è proprio la magia. Immergersi in questo regno verde equivale a fare un tuffo in una dimensione fatata» (Ibidem). Il nostro Viaggiatore pare fondersi in un totale panismo con quella natura circostante, che ha saputo descrivere con mano sicura da esperto: «Se la felicità è un mistero, in questo luogo credo di poter dire che esso fa capolino per svelarsi. Avverto un senso di leggerezza nella mente come un’onda interiore che mi avvolge. Percepisco una dimensione di libertà intima che non so interpretare, ma in cui ritrovo me stesso in assoluto. Sono proiettato nella natura o forse è la natura stessa che si proietta in me» (p. 185).

Il tema dell’avventura e scoperte è descritto con trepidazione: «Vibrano le vene ai polsi per l’emozione e l’ammirazione suscitate dalle vicende di certi pionieri che appaiono costantemente animati da convinzioni incrollabili di scoperte e conquiste in nome delle quali ogni loro sofferenza svaniva come paglia nelle vampe di un effimero fuoco» (pp. 100-101); il tema del viaggio è più volte affrontato: «Quanti sono gli oscuri esploratori che hanno peregrinato in dimensioni inesplorate sopportando stenti che con gli strumenti e i mezzi di cui disponiamo oggi neanche riusciamo a immaginare?» (Ibidem). Anche il Nostro infaticabile viaggiatore sente questo bisogno di incamminarsi per le strade del mondo: «Tutti i viaggiatori, quelli veri, che ho incontrato in giro per il mondo, erano in larga misura testardi e sognatori, spinti sovente dalla molla inossidabile della follia ad andare aventi, a condividere, a moltiplicare, a contagiare altri con la propria febbre. A modo mio sono stato un minuscolo contagiato io pure» (pp. 101-102) e con la sua innata bravura al racconto, in nostro Vittorio,  contagia anche il lettore, che può seguire passo il suo viaggio instancabile.

La visita del “nuovo mondo” suscita nel nostro Autore un senso del tempo diverso da quello del “vecchio mondo”: «Tutto esiste fuori dal tempo perché qui esso non è più quello degli orologi e dei calendari. Qui si conta a istanti e a eternità. Qui ogni fuscello, ogni fiore, ogni goccia, ogni respiro dell’aria obbediscono al ritmo che gli compete nel suo trasformarsi. Qui è scritta in una pagina sola un’intera enciclopedia della natura» (p. 35), infatti: «Camminare come facciamo noi nell’abbraccio di questo paesaggio, sotto alberi e fra erbe immacolate, annulla quasi il tempo» (p. 181), ecco perché a queste latitudini «il tempo si dovrebbe misurare con orologi senza lancette e il silenzio dovrebbe diventare la prima lingua dell’umanità» (p. 184), infatti è: «Nel silenzio ci accompagna il fruscio delle suole sulle foglie croccanti e il frinire tardo dell’ultima raganella solitaria lungo il ciglio a strapiombo del cratere» (p. 182), ecco perché l’invito e che: «Dovremmo avanzare muti, uniformarci a quello che ci avvolge e imparare ad ascoltare il silenzio per non contagiare neanche con il suono del respiro ciò che il tempo ha costruito in milioni di anni e merita di essere onorato» (p. 184)

La lingua utilizzata dal nostro Autore, che si chiede: «come si possa raccontare questo spettacolo tanto inconsueto usando solo parole essenziali» (p. 196), è una lingua scorrevole e avvolgente, che fa uso di numerosi paragoni, metafore e soprattutto similitudini, attraverso le quali cerca di far comprendere bene al lettore quello che è il suo pensiero.

I paragoni utilizzati dal nostro Scrittore servono per chiarire un concetto paragonandolo a qualcuno o a qualcosa di ben noto ai lettore, purché i termini di confronto siano intercambiabili. Così le cannucce che nascono lungo il Lago San Pablo sono: «Simili alle cannucce delle nostre sponde tirreniche, queste di qui, alte anche più di tre metri, sono frustate da un vento che piega le loro cime con suono di sonno» (p. 36). Così ad esempio la popolazione preincaica degli Uros, che si rifugia sul Lago Titicaca per sfuggire all’invasione degli Incas, adotta lo stesso stratagemma dei «Veneti che, minacciati dagli Unni, trovarono rifugio nella laguna dell’alto Adriatico» (p. 37).

Tra le metafore utilizzate troviamo quella dove si descrive che il fluttuare del tessuti variopinti al mercato di Otavalo «ti mangiano gli occhi» (p. 26); «Banchi e carretti sono cornucopie ripiene di colori prima che degli oggetti che ai colori danno consistenza» (p. 29).

Tra le numerose similitudini vogliamo ricordare per la loro poeticità quelle riferite alla collana di spesse nubi che circondano la città di Otavalo che sembrano «turbolente come cavalloni dell’aria tutti uguali e per nulla rassicuranti» (p. 18): i due vulcani Imbabura e Cotacachi sembrano «Come mitici mostri di pietra» (p. 19), la città di Otavalo accovacciata ai piedi del vulcano Imbabura è «come un cane infreddolito ai piedi del pastore» (p. 20); il chullo, il tipico copricapo di lana delle popolazioni andine, che «Copre la testa e la fronte ed è provvista di due falde laterali cadenti sul collo come ali di uccelli stanchi» (p. 22); i bambini di Otavalo che si allontanano tutti insieme «Sono come uno storno di quegli uccelli che al tramonto vorticano nell’aria, vi affondano con tuffi all’unisono e vi disegnano stupefacenti figure astratte» (p. 24). Al mercato di Otavalo: «Il mare di banchi si allunga come un’idra dalle cento teste nel meandro delle stradine anguste e dei viali di questo spensierato labirinto di tinte» (p. 29); le anguille, appena spellate, vengono messe a soffriggere «in una padella larga come una luna piena» (29). Nel visitare le Cascate di Peguche: «Sgrano gli occhi per la disabitudine a tanta bellezza e ho come l’impressione di aver sollevato il velo su un mondo solo immaginato, di quelli sconfinati che si scoprono soffiando sul pulviscolo della fantasia» (p. 33). La città di Guayaquil appare «come il vasto guscio di una conchiglia con i cento riflessi cangianti di acque di madreperla» (p. 87), nella stesso luogo: «Cadono come aghi di luce fili di pioggia in una nebbiolina luminosa che ha le tinte dell’acciaio» (p. 105), «il viluppo di radici di un ficus come una mostruosa lotta di mitologici pitoni» (Ibidem).  Le iguane hanno creste «come omerici elmi di bronzo di cui hanno pure il colore e le code lunghe e appuntite» (p. 171); i denti di Dànao tintinnano dopo il bagno nelle acque gelide dell’oceano «come una campanella di messa» (p, 193)

In conclusione vi chiedo scusa se mi sono dilungato nel riportare ampi brani di impressioni di cui il nostro Autore ci ha fatto dono con questo suo viaggio, vi confesso che sono solo una minima parte di quello che lui ha descritto, l’ho fatto con l’intento di suscitare in voi il desiderio di leggere questo bel libro, perché vi sentirete sicuramente trascinati, come è capitato a me, di viaggiare anche voi fianco a fianco al nostro Vittorio, il quale al termine del suo vagabondaggio scrive: «Questo viaggio non è stato più difficile di tanti altri perché prima che cominciasse per cielo, per terra e per mare è stato un viaggio fatto partendo da me stesso per tornare in me stesso un po’ diverso» (p. 198).

Lido Luise, Castel Volturno 27.07.2019

Alfonso Caprio

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